sabato, Maggio 18, 2024
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The Caine Mutiny Court-Martial, recensione del film di William Friedkin

La recensione di The Caine Mutiny Court-Martial, l'ultimo film diretto da William Friedkin, presentato Fuori Concorso a Venezia 80. In arrivo prossimamente su Paramount+.

C’è un filo rosso che collega The Caine Mutiny Court-Martial ad uno dei film più celebri di William Friedkin, L’esorcista, la cui versione restaurata è stata presentata nel programma di Venezia Classici dell’80esima edizione della Mostra del Cinema e che a breve verrà proposta nelle sale in occasione del 50esimo anniversario.

All’apparenza i due film potrebbero non avere nessuna caratteristica in comune. In realtà, L’esorcista rappresenta il punto di partenza di un modo di girare, di mettere in scena che è stato poi la firma dell’autore. Non è un azzardo affermare che Friedkin nel corso della sua carriera abbia sempre cercato di portare sullo schermo il male che attanaglia l’essere umano. Dalla possessione demoniaca (L’esorcista appunto), al vendersi per sfuggire alla legge (Il salario della paura) all’omicidio per soldi (Killer Joe); così come anche il pentimento, la crisi personale e la scelta difficile tra il bene e il male, tutti elementi che trovano pieno compimento in questo suo ultimo film, completato poco prima della sua triste scomparsa.

Una riflessione sui pregiudizi e gli stereotipi

Da diversi anni William Friedkin aveva il desiderio di adattare il romanzo premio Pulitzer del 1953 di Herman Wouk, già portato sul grande schermo da Edward Dmytryk nel 1954 e sul piccolo schermo da Robert Altman nel 1988. La storia è quella del vice comandante del Caine Stephen Maryk (interpretato da Jake Lacy) che prende il controllo della nave militare durante una tempesta, convinto che la manovra disperata del comandante Queeg (Kiefer Sutherland) sia la conseguenza di uno stato mentale alterato. Il secondo ammutinamento nella storia della marina americana diventa, quindi, il racconto dei testimoni del processo militare dove Maryk deve giustificare le sue azioni.

Friedkin rimane molto fedele al testo di partenza rispetto al celebre film del ’53 con Humphrey Bogart, cambiando però l’ambientazione: dalla Seconda Guerra Mondiale al Golfo persico nel post Guerra in Iraq con attività di sminamento. Ciò permette allo spettatore di riflettere su un tema più vicino e attuale. Non è la prima volta che Friedkin adatta un legal thriller, lo fece già nel 1997 dirigendo per la tv il remake de La parola ai giurati di Sidney Lumet. In quella circostanza, però, il regista si era limitato a “ricalcare” quello che è considerato un capolavoro di Lumet, senza apportare nulla di personale. Tuttavia, aveva giá iniziato a portare avanti una riflessione sui pregiudizi e gli stereotipi che possono condizionare il verdetto di una giuria.

Stavolta la sua mano si fa sentire di più, non tanto attraverso le inquadrature spesso molto essenziali come anche l’ambiente (per quasi tutto il film ci troviamo in una stanza), ma quanto nei dialoghi, nelle argomentazioni dell’accusa e della difesa. Friedkin decide di non prendere alcuna posizione, bensì di lasciare che sia lo spettatore ad essere giuria di un processo il cui obiettivo non è rispondere se le azioni del comandante Queeg fossero corrette, ma quanto la stima, la simpatia – come la si voglia chiamare – che abbiamo verso una persona, condizioni una nostra valutazione oggettiva delle sue azioni.

Il focus si sposta quindi sul chiedersi se l’evento sia da definirsi un vero e proprio ammutinamento o se sia stato il tentativo da parte dei marinai di disfarsi di un capitano che ormai non sopportavano più. Lo spettatore viene dunque fatto entrare in una piccola aula dove si svolge il processo tra Maryk e Queeg e qui rimarrà sostanzialmente fino alla fine, ascoltando le testimonianze dei due diretti in causa, come anche quelle di una serie di testimoni ed esperti.

Ritmo incalzante e ambientazione claustrofibica

William Friedkin usa il campo e controcampo come fosse una palla da ping pong che balza da un volto a un altro, il tutto supportato da ottime interpretazioni, a partire da Jason Clarke, Monica Raymund e Lance Reddick (anche quest’ultimo venuto a mancare di recente). Il ritmo è incalzante anche grazie ai movimenti della macchina da presa, che rende la stanza quasi claustrofobica oppure si sofferma insistentemente sui volti dei personaggi.

Difficile perdere l’attenzione durante la visione, seppur il genere – se non molto gradito – potrebbe essere digerito con difficoltà. Non si può allo stesso tempo non affermare che il film – presentato Fuori Concorso a Venezia 80 e in arrivo prossimamente sull piattaforma streaming Paramount+ – sia una conclusione più che degna di un autore che ha molto condizionato il cinema americano e non solo, per quanto negli ultimi anni il suo nome sia stato tristemente eclissato.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Friedkin rimane molto fedele al testo di partenza rispetto al celebre film del '53 con Humphrey Bogart, cambiando però l’ambientazione: dalla Seconda Guerra Mondiale al Golfo persico nel post Guerra in Iraq con attività di sminamento. Ciò permette allo spettatore di riflettere su un tema più vicino e attuale. Non è la prima volta che Friedkin adatta un legal thriller, lo fece già nel 1997 dirigendo per la tv il remake de La parola ai giurati di Sidney Lumet. In quella circostanza, però, il regista si era limitato a “ricalcare” quello che è considerato un capolavoro di Lumet, senza apportare nulla di personale. Tuttavia, aveva giá iniziato a portare avanti una riflessione sui pregiudizi e gli stereotipi che possono condizionare il verdetto di una giuria.

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Friedkin rimane molto fedele al testo di partenza rispetto al celebre film del '53 con Humphrey Bogart, cambiando però l’ambientazione: dalla Seconda Guerra Mondiale al Golfo persico nel post Guerra in Iraq con attività di sminamento. Ciò permette allo spettatore di riflettere su un tema più vicino e attuale. Non è la prima volta che Friedkin adatta un legal thriller, lo fece già nel 1997 dirigendo per la tv il remake de La parola ai giurati di Sidney Lumet. In quella circostanza, però, il regista si era limitato a “ricalcare” quello che è considerato un capolavoro di Lumet, senza apportare nulla di personale. Tuttavia, aveva giá iniziato a portare avanti una riflessione sui pregiudizi e gli stereotipi che possono condizionare il verdetto di una giuria.The Caine Mutiny Court-Martial, recensione del film di William Friedkin