martedì, Agosto 9, 2022
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The Boys in the Band, recensione del film Netflix prodotto da Ryan Murphy

Nel 1968, in piena lotta per i diritti civili, il drammaturgo americano Mart Crowley scrisse una pièce teatrale che divenne immediatamente un caposaldo della comunità LGBT. Portato in scena per la prima volta a Broadway, lo spettacolo ebbe un successo clamoroso, tanto da essere trasposto al cinema solo un paio di anni dopo per la regia di William Friedkin: in Italia il film venne distribuito con il titolo Festa di compleanno per il caro amico Harold (sic!). A più di cinquant’anni dal suo esordio sulle scene, l’opera di Crowley, The Boys in the Band, torna nuovamente al “cinema” grazie all’intuizione di Netflix (è attualmente disponibile in streaming) e Ryan Murphy (che qui produce) dopo aver riscosso un rinnovato successo nella via dei teatri di New York nel 2018 – a cinquant’anni dalla prima rappresentazione -, ottenendo persino il Tony Award al miglior revival di un’opera teatrale.

A dirigere è Joe Mantello, già regista della recente riproposizione teatrale della pièce, che ha scelto di farsi affiancare per la realizzazione del film dall’intero cast utilizzato nello spettacolo andato in scena a Broadway, composto oltretutto da attori dichiaratamente omosessuali. Il demiurgo del nuovo adattamento, invece, è naturalmente sua maestà Ryan Murphy, forte di un contratto di collaborazione con il colosso californiano che lo rende libero di spaziare dalla serialità d’autore (sue le acclamate Hollywood e Ratched) a progetti filmici se non più personali quantomeno maggiormente legati alla sua formazione culturale e personale, qual è appunto The Boys in the Band.

Michael (Jim Parsons) ha organizzato la festa di compleanno dell’amico Harold (Zachary Quinto) nel proprio appartamento newyorkese. Gli invitati sono un gruppo eterogeneo di amici, tutti apertamente gay: il bibliotecario afroamericano Bernard (Michael Benjamin Washington), l’estroso Emory (Robin de Jesús), la coppia composta da libertino Larry (Andrew Rannells) e il pacato Hank (Tuc Watkins), e il tormentato Donald (Matt Bomer). A loro si aggiungono il “regalo di compleanno” vivente di Harold (Charlie Carver) e soprattutto l’ex amico di college di Michael, l’eterosessuale Alan (Brian Hutchison). Sarà proprio quest’ultimo, giunto inaspettatamente a New York, a portare (involontariamente) lo scompiglio nella casa. La festa, infatti, si tramuta ben presto in una resa dei conti tra i partecipanti contraddistinta da rancori, rimpianti e ferite mai rimarginate.

The Boys in the Band è una trasposizione estremamente fedele e rispettosa del testo originale di Crawley, ma si discosta fin da subito dall’estetica tipica del teatro filmato. La macchina da presa di Mantello si muove sinuosa tra i personaggi, sapendone cogliere i tormenti interiori mai esternati a parole, mentre il montaggio serrato di Adriaan van Zyl permette al film di esaltare la concitata struttura drammaturgica della pièce. Benché si attenga (quasi interamente) ai canoni della tragedia teorizzati da Aristotele – unità di tempo (una serata), luogo (la casa di Michael) e azione (la festa di compleanno) -, il film è contraddistinto da un dinamismo straordinario i cui meriti devono essere spartiti tra regista, tecnici e naturalmente un cast di attori perfettamente in parte (difficile scegliere una performance più incisiva delle altre, dato l’altissimo livello delle interpretazioni).

Se da un punto di vista estetico, quindi, si rintraccia una certa consapevolezza cinematografica nell’adattare il dramma di Crawley, la stessa consapevolezza si ritrova anche a livello concettuale. Murphy e Mantello scelgono con cognizione di causa di non “attualizzare” il racconto dislocando l’azione nella New York odierna, ma mantengono l’ambientazione alla fine degli anni ’60, non rinunciando però – e questo è molto importante – a rintracciare dei parallelismi (mai accentuati, ma pur sempre evidenti) tra il passato in cui si svolge la vicenda e il nostro presente. Una scelta forte, ma significativa sotto diversi punti vista. Da una parte, infatti, la nuova trasposizione cinematografica di The Boys in the Band non si rivela esclusivamente un omaggio a un’opera cult fondamentale – come detto – per l’identità della comunità gay, ma testimonia anche un profondo sentimento di reverenza e ammirazione nei confronti di un testo la cui portata “politica” è ancora deflagrante.

Photo by Scott Everett White – © 2020 Netflix, Inc.

Il film dimostra infatti che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, la pièce di Crawley continua a parlarci grazie alla sua capacità di affrontare con maturità aspetti legati all’omosessualità estremamente attuali. Si tratta di tematiche che vengono sviscerate sia da un punto di vista “interno” alla comunità LGBT, specie in relazione all’irto percorso di accettazione che alcuni devono affrontare per dichiarare a se stessi prima ancora che agli altri la propria omosessualità (è il caso, nel film, di Michael); sia da un punto di vista “esterno”, puntando il dito contro il costante sguardo “etero-centrico” di una società che oggi più di ieri sembra disposta ad accettare (ma quanto è brutto questo termine?) ma che in realtà tradisce sovente uno sguardo distaccato, per non dire (purtroppo) disgustato, riguardo a certi temi.

Quest’ultimo è un po’ l’atteggiamento che caratterizza, in The Boys in the Band, l’ospite inatteso: Alan. Lui, eterosessuale portatore di una visione machista di chiara ascendenza patriarcale (la stessa che subisce Michael, incapace di accettarsi perché, di fatto, “educato” dalla società a non poterlo fare), il cui sguardo tacitamente giudicante piomba come una spada di Damocle sugli invitati alla festa. Il punto di vista di Alan coincide con quello esterno di una società che spia i protagonisti dal buco della serratura e che non li permette di poter essere loro stessi fino in fondo (Michael chiede agli amici di mascherare la loro omosessualità di fronte all’ex compagno di college), costringendoli anzi a conformarsi ai precetti di una società che pretende di avere altri modelli di riferimento (ancora facendo riferimento ad Alan, pensiamo a quanto sia inconcepibile per lui che il mascolino Hank abbia scelto deliberatamente di abbandonare la famiglia – caposaldo della cultura americana, ma non solo – per vivere una relazione con altro uomo).

Uno sguardo, quello di Alan, che però è difficile definire “figlio di quei tempi” (gli anni ’60). Ed è qui che il film di Mantello testimonia – come di riflesso – tutta la sua attualità, e ci fa capire il motivo per cui gli autori hanno scelto di non alterare la temporalità degli eventi. Semplicemente: non avrebbe avuto senso, perché la storia raccontata in The Boys in the Band non ha bisogno di essere “traslocata” nella contemporaneità per apparire contemporanea. Quella di Crawley è un’opera attuale oggi come lo era ieri e dirlo – ammettiamolo – mette un po’ di tristezza, perché è come se improvvisamente ci rendessimo conto che da mezzo secolo a questa parte tante (probabilmente tantissime) cose non sono mai davvero cambiate. Tornando allo sguardo di Alan: possiamo davvero ammettere che questo sia specchio esclusivamente della società di ieri, senza alcun legame con il presente? No, non possiamo. E questo perché ancora oggi quello sguardo giudicante continua ad essere presente nella nostra società: non è più esplicito, certo, ma continua a persistere.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante di un film le cui qualità sono – come visto – sia intrinseche (e quindi filmiche) che estrinseche (relativamente al dialogo con l’opera di Crawley e alle problematiche a-temporali che quest’ultima solleva). Un film, The Boys in the Band, supportato da una produzione che – lo si percepisce chiaramente – ha avuto a cuore un progetto che non si è esaurito nella mera realizzazione di un adattamento cinematografico, ma ha acquistato la natura di un vero e proprio manifesto. Per tale motivo è un’opera fondamentale con cui è necessario confrontarsi. Per capire il passato, certo, ma anche (purtroppo) per comprendere il presente in cui stiamo vivendo e le sue contraddizioni.

Guarda il trailer ufficiale di The Boys in the Band

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La nuova trasposizione cinematografica di The Boys in the Band è un omaggio a un'opera cult fondamentale per l'identità della comunità gay; un film che testimonia un profondo sentimento di reverenza e ammirazione nei confronti di un pièce teatrale la cui portata "politica" è ancora oggi deflagrante.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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The Boys in the Band, recensione del film Netflix prodotto da Ryan MurphyLa nuova trasposizione cinematografica di The Boys in the Band è un omaggio a un'opera cult fondamentale per l'identità della comunità gay; un film che testimonia un profondo sentimento di reverenza e ammirazione nei confronti di un pièce teatrale la cui portata "politica" è ancora oggi deflagrante.