venerdì, Aprile 16, 2021
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The Book of Vision, recensione del film prodotto da Terrence Malick

La recensione del film The Book of Vision, diretto da Carlo Hintermann e prodotto Terrence Malick. Dal 26 febbraio disponibile su Chili.

Quanto ha pesato all’epoca della sua presentazione al Festival di Venezia e quanto pesa oggi che viene reso disponibile in streaming – su Chili, dal 26 febbraio – la presenza di Terrence Malick in qualità di produttore esecutivo sull’accoglienza critica riservata al film The Book of Vision di Carlo Hintermann? Verrebbe da pensare molto. Se non altro perché invita – o condanna? – coloro che lo guardano a rintracciare gli elementi dichiaratamente mutuati dal cinema del regista de La vita nascosta – Hidden Life. Mutatis mutandis anche Paolo Sorrentino, solo per fare un esempio, pescò a piene mani dall’immaginario di un altro grande regista, Federico Fellini, per realizzare quello che per certi versi è un remake de La dolce vitaLa grande bellezza. Ma, in quel caso, lo stile molto personale dell’autore napoletano ci riconsegnò un film che, se citava abbondantemente Fellini, lo faceva introiettando ogni possibile rimando per restituirlo allo spettatore – perdonateci il termine – “sorrentinizzato”. Sarà riuscito nella stessa impresa anche l’esordiente Hintermann?

Abbiamo detto “esordiente” perché effettivamente The Book of Vision è il suo primo lungometraggio di fiction, ma, ad onor di cronaca, è giusto precisare che in precedenza Hintermann ha avuto una carriera cinematografica di tutto rispetto. È stato infatti autore di cortometraggi, di documentari (uno dei quali dedicato proprio a Malick: Rosy-Fingered Dawn – Un film su Terrence Malick, del 2002), e persino regista della seconda unità di The Tree of Life. Un curriculum che testimonia un rapporto simbiotico con il cinema di quello che potremmo definire il suo maestro. Un aspetto che non deve essere trascurato, perché il suo film è effettivamente contraddistinto da elementi tipici del cinema di Malick (forse più a livello stilistico che non di contenuto), anche se si nota il tentativo – riuscito a metà, a dire il vero – di affrancarsi in parte dall’estetica del regista de La sottile linea rossa.

Eva (Lotte Verbeek) ha abbandonato la carriera da chirurga per dedicarsi allo studio della storia della medicina. A dispetto del suo fragile stato di salute e contravvenendo ai consigli del dott. Morgan (Charles Dance), la donna è decisa a portare a termine una gravidanza che potrebbe mettere in serio pericolo la sua vita. Trasferitasi in qualità di ricercatrice presso una rinomata università, Eva fa la conoscenza del suo tutor, l’aitante Stellan (Sverrin Gudnason), del quale finisce per innamorarsi. Sarà lui a mostrarle un misterioso libro redatto nel ‘700 dal medico prussiano Johan Anmuth (ancora Dance), cerusico e confidente della nobildonna Elizabeth (sempre Verbeek), moglie del bieco generale Von Ouerbach (Filippo Nigro). Anche a seguito dell’adozione della giovane Maria (Izol’da Djuchauk), ritenuta da tutti una strega, Anmuth finisce in disgrazia e viene rimpiazzato da un nuovo arrembante medico (nuovamente Gudnason).

Passato, presente, vita e morte si compenetrano nel magmatico tessuto narrativo che contraddistingue The Book of Vision. Un’opera certamente visionaria che tocca i temi più disparati: l’amore, il connubio tra uomo e natura, il mistero della morte, l’evoluzione della scienza e della medicina (con il confronto serrato tra l’anziano Anmuth e il già illuminista collega), nonché quello della maternità. E lo fa non solo raccontando due storie parallele – l’una ambientata nel presente e l’altra nel passato -, ma intersecando le due temporalità utilizzando gli stessi interpreti principali in un doppio ruolo per esaltare il concetto di tempo come un’eterno ritorno reso possibile dalla metempsicosi (Eva, Stellan e il dott. Morgan sono davvero la reincarnazione di persone vissute secoli prima?). Facendo defluire, inoltre, le due temporalità l’una nell’altra senza soluzione di continuità, con le figure del passato che sovente – evocate dalla lettura del libro – varcano lo spazio-tempo per manifestarsi (segretamente, come fossero spiriti) anche nel presente.

L’incipit del film non può che rimandare a quello del magnifico libro della scrittrice britannica Antonia Susan Byatt Possessione, dove due studiosi si imbattevano nella corrispondenza epistolare tra due poeti segretamente innamorati vissuti durante il periodo vittoriano, rivivendo la loro relazione non solo mediante le loro lettere ma anche attraverso la loro propria esperienza diretta. Anche nel caso di The Book of Vision gli eventi del passato hanno un’influenza sul presente e chi lo abita, ma la narrazione, anziché ruotare attorno al tema circoscritto dell’amore impossibile come nel libro della Byatt, si incentra su tempi più ampi che potremmo genericamente (e un po’ superficialmente) riassumere come i “massimi sistemi che regolano l’universo”. Per questo, anziché propendere per una struttura narrativa e uno stile lineari, il film di Hintermann si affida a soluzioni estreme: vertiginose ellissi, flash forward, slanci poetici, libertà assoluta della macchina da presa (tra inquadrature oblique, l’uso pronunciato della steadycam e immagini rovesciate).

La parte più riuscita è sicuramente quella ambientata nel passato. Ma non tanto per la pur lodevole puntigliosità storica con cui si descrive un mondo – siamo nel ‘700 – in bilico tra superstizione e ragione, quanto per la scelta di raccontarlo utilizzando i topoi del genere fantastico: lugubri magioni nobiliari, donne sospettate di stregoneria, cupe foreste dove le radici degli alberi si tramutano in perturbanti esseri striscianti, misteriose figure oscure – i morti? – che emergono dalle profondità boschive. In questo caso lo stile registico adottato da Hintermann appare funzionale ad alimentare l’inquietudine che traspare dai luoghi, dai personaggi e dai loro comportamenti. E per quanto a volte di sospetta maniera, pur guardando all’estetica del suo mentore Malick il regista riesce comunque a infondere una certa forza evocativa alle immagini: magistrale, ad esempio, la scena in cui le figure oscure “partorite” dalla boscaglia si immergono nelle placide acque del lago.

Convince meno, invece, il segmento narrativo ambientato nella contemporaneità, dove lo stile di Hintermann sembra vacillare, non riuscendo a cristallizzarsi in una forma davvero efficace. Anziché utilizzare il registro stilistico adottato nelle sequenze ambientate nel passato, il regista si affida a uno stile neutro che non riesce ad infondere vitalità né alla storia né ai personaggi (fin troppo strumentali). E così emergono i limiti di un’operazione sicuramente affascinante, a tratti seducente, ma che rimane schiacciata sotto il peso delle sue ambizioni.

Guarda il trailer ufficiale di The Book of Vision

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Di The Book of Vision convince la parte del film ambientata nel passato, sopratutto per la scelta di utilizzare i topoi del genere fantastico; ma lo stesso non si può dire di quella ambientata nel presente, dove lo stile del regista Carlo Hintermann sembra vacillare, non riuscendo a cristallizzarsi in una forma davvero efficace. E così emergono i limiti di un'operazione sicuramente affascinante, a tratti seducente, ma che rimane schiacciata sotto il peso delle sue ambizioni.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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