venerdì, Settembre 29, 2023
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The Boogeyman, recensione dell’horror tratto dal racconto di Stephen King

La recensione di The Boogeyman, il nuovo horror di Rob Savage tratto dal racconto di Stephen King. Dal 1° giugno al cinema.

La paura atavica, universale del mostro nascosto sotto il letto o nell’armadio si mescola con una delle tecniche cinematografiche più basiche dell’horror, il jump scare, che per quanto definisca il genere in maniera profondamente radicata, non sempre si rivela essere lo strumento più efficace per generare spavento nello spettatore. È quello che – per essere concisi – accade in The Boogeyman, adattamento cinematografico del racconto “Il baubau” di Stephen King, contenuto nella raccolta antologica del maestro del brivido “A volte ritornano”, pubblicata nel 1978.

Diretto da Rob Savage (gli horror Host e Dashcam) e scritto da Scott Beck e Bryan Woods (le menti creative dietro il primo A Quiet Place) in collaborazione con Mark Heyman (co-sceneggiatore de Il cigno nero di Aronosfky), il film – un progetto dalla gestazione particolarmente travagliata, figlio delle inevitabili ripercussioni dell’acquisizione di Fox da parte di Disney (prima di approdare in sala, era stato inizialmente concepito per la distribuzione esclusiva in streaming) – racconta la storia di Sadie (Sophie Thatcher), un’adolescente che insieme al padre Will (Chris Messina) e alla sorella minore Sawyer (Vivien Lyra Blair), sta cercando di superare la morte della madre avvenuta in seguito ad un incidente d’auto.

Tra le due ragazze e la figura genitoriale, però, il dialogo non è dei migliori, dal momento che il padre – nonostante l’esperienza derivante dalla sua professione (è un terapista) – sembra essere incapace di condividere il suo dolore con le figlie. Dopo che un tale di nome Lester Billings (David Dastmalchian) si presenta inaspettatamente nello studio di Will in preda allo shock e rivangando un’esperienza traumatica del passato, Sadie e Sawyer iniziano a percepire in casa loro una presenza inquietante. Ben presto, la maggiore si convince che la misteriosa entità sia reale: decide, quindi, di impegnarsi per cercare di sconfiggerla, prima che la stessa rivendichi la sua vita e quella della sua famiglia.

Partendo da un celebre racconto di cui sovverte gli imprescindibili assi cartesiani (nell’opera di King il protagonista è Lester Billings, che in questo film ha un ruolo chiave in termini narrativi ma altrettanto marginale in riferimento allo screen time), The Boogeyman si inserisce in un filone ben preciso che sfrutta il genere per maneggiare materia sensibile e delicata come possono esserlo i temi della perdita e dell’elaborazione del lutto, da sempre potenti catalizzatori di sentimenti contrastanti dai quali – negli ultimi anni – hanno attinto molti dei cineasti che si sono divertiti a sperimentare con l’horror, creando all’interno delle loro opere atmosfere sempre più intensificate e strutture ancor più complesse.

Un approccio all’oscurità e all’ignoto troppo “realistico”

Il problema è che, nella resa effettiva, The Boogeyman non riesce mai a reggere il peso dell’ambiguità emotiva che la storia raccontata si trascina dietro, lasciando che le tematiche del film – abusate ma sempre di grande interesse – risultino non tanto la pietra angolare della struttura narrativa quanto un mero elemento accessorio, utile a condurre per mano lo spettatore verso il più spettacolare ma anche logoro dei finali: la battaglia fisica all’ultimo sangue – che mai diventa scontro sul piano mentale – per uccidere il mostro che minaccia le vite dei protagonisti.

E così, tutti quei caratteri impercettibili e indecifrabili che spesso definiscono un processo complesso e stratificato come l’elaborazione del lutto, vengono sacrificati in nome di un approccio all’oscurità, all’ignoto, a ciò che non conosciamo e che ci fa paura, fin troppo realistico. In The Boogeyman, questa eccessiva aderenza alla realtà si traduce in una lenta e progressiva concretizzazione della minaccia che depotenzia il racconto di tutta la sua brutale drammaticità, abbracciando una convenzionalità lontana dalle moderne avvincenti sperimentazioni tra horror e psicologia, più vicina ad una rappresentazione della paura canonica ma sorpassata, allontanandosi da quel senso di imperscrutabile e indefinito che ne avrebbe probabilmente garantito la riuscita.

E invece no: il mostro, che sembra – non a caso! – una creatura partorita da una costola degli alieni che invadono la Terra nel franchise di A Quiet Place, finisce per concretizzarsi, per assumere una forma ben definita; esce dall’abisso dell’oscurità, si fa beffa delle catene che lo relegano negli anfratti della mente, perdendo inevitabilmente tutto il suo fascino ma anche la sua inquietudine. È per questo che, alla fine, il film di Rob Savage vanifica i suoi iniziali barlumi di identità ben specifica, inciampando dove invece avrebbe dovuto mostrare più coraggio: riannodare i fili della propria storia in maniera più arguta e seducente, invece di assecondare i gusti del pubblico mainstream più svogliato e pigro.

Le tematiche centrali del film – nonostante l’inizio promettente – non vengono mai realmente elevate a focus principale, a vero cuore pulsante del racconto: i conflitti e i tormenti dei personaggi vengono messi all’angolo per fare sfoggio della solita, barbosa, “tipicamente americana” caccia al mostro. Per quanto riesca comunque a fregiarsi di ottime interpretazioni (il cast, nella sua interezza, funziona alla perfezione), The Boogeyman risulta vecchio e polveroso, ma resta anche vuoto e anonimo, messo a punto battendo standard convenzionali che spingono ad un’amara ma legittima riflessione: su che tipo di spettatore può ancora fare leva, oggi, la paura esibita in maniera così manifesta?

Guarda il trailer ufficiale di The Boogeyman

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Per quanto riesca comunque a fregiarsi di ottime interpretazioni (il cast, nella sua interezza, funziona alla perfezione), The Boogeyman risulta vecchio e polveroso, ma resta anche vuoto e anonimo, messo a punto battendo standard convenzionali che spingono ad un'amara ma legittima riflessione: su che tipo di spettatore può ancora fare leva, oggi, la paura esibita in maniera così manifesta?
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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