«Il cambiamento è possibile». «Il cambiamento è figlio della ragione». «La ragione ci rende liberi». Una dichiarazione, quasi un principio programmatico, e contemporaneamente una promessa tutta da verificare. Perché se davvero la ragione rende liberi, cosa accade quando è proprio la ragione a non riuscire più a governare la colpa, il desiderio e la coscienza? Parte da qui The Basics of Philosophy, il nuovo film scritto e diretto da Paul Schrader, presentato Fuori Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Un ritorno alla regia particolarmente riuscito per un autore che negli ultimi anni ha continuato a mostrare l’innegabile solidità di un’esperienza pluridecennale, pur alternando picchi notevoli a opere meno convincenti.
Lo sceneggiatore di Taxi Driver e Toro scatenato e regista di American Gigolo, Il collezionista di carte e Oh, Canada – I tradimenti torna qui a uno dei grandi archetipi che attraversano il suo cinema: l’uomo solo davanti alla propria coscienza, costretto a fare i conti con qualcosa che ha tentato a lungo di nascondere. Questa volta ha il volto di Jack Huston, affiancato da Sofia Boutella, Daniel Zovatto, Bill Pullman, Dana Delany, Shiloh Fernandez e Karl Glusman. Fotografato da Sean Price Williams, The Basics of Philosophy è un film provocatorio e inevitabilmente divisivo, costruito intorno a questioni alle quali Schrader, molto intelligentemente, decide di non fornire risposte definitive.
Il passato che non passa
John Jorissen (Jack Huston) è un professore di filosofia al Ridgemont College, piccolo ateneo del Midwest americano. Tiene un corso introduttivo, che dà titolo al film, sulle basi della filosofia e contemporaneamente lavora a un libro dedicato a Baruch Spinoza. Ha una relazione con Becca (Sofia Boutella), anche lei docente e madre del giovane Willie (Nolan Stewart). La sua è un’esistenza apparentemente ordinata, razionale, costruita intorno all’insegnamento e a un sistema di pensiero attraverso il quale interpretare il mondo. Dietro quell’ordine esiste però qualcosa che John ha sepolto nel proprio passato.
La morte del padre Melvyn (Bill Pullman) e il suo funerale riportano improvvisamente nella sua vita Miguel (Daniel Zovatto), un giovane legato alla famiglia Jorissen e soprattutto a un episodio avvenuto molti anni prima. Un incontro sufficiente a riaprire qualcosa che John credeva di avere chiuso. Passato e presente cominciano così a sovrapporsi. Attraverso i ricordi emerge progressivamente il rapporto tra John e Miguel, mentre nel presente il professore tenta di preservare la propria vita, la relazione con Becca e soprattutto l’immagine che ha costruito di se stesso. La filosofia, la colpa, il desiderio e la possibilità del perdono entrano inevitabilmente in collisione, costringendo John a confrontarsi con una domanda molto più difficile di quelle che quotidianamente rivolge ai propri studenti: quanto può davvero la ragione davanti alla coscienza?

La ragione ci rende liberi?
The Basics of Philosophy è un film di domande. Tante, scomode, delicate e soprattutto destinate a rimanere tali. Paul Schrader non costruisce un’opera interessata a indicare allo spettatore dove collocare il bene e il male, né tantomeno pretende di consegnargli una risposta rassicurante. Mette le questioni sul tavolo e le lascia lì. Osserva, provoca, suggerisce e infine si ritrae, lasciando che sia chi guarda a stabilire una propria posizione. È proprio questo a rendere il film tanto interessante quanto inevitabilmente divisivo. Schrader lavora su un terreno nel quale giudizio morale, responsabilità, desiderio, memoria e perdono continuano a sovrapporsi senza trovare una sistemazione definitiva.
Il comportamento di John appartiene al passato, ma le conseguenze esistono nel presente. Il tempo può modificare una persona, ma può modificare anche ciò che quella persona ha fatto? Il cambiamento può produrre una nuova identità? E soprattutto: cambiare significa meritare il perdono? Schrader non risponde. E fa bene. Perché The Basics of Philosophy funziona proprio quando rifiuta la risposta univoca e trasforma lo spettatore in parte attiva di un conflitto che non può essere risolto attraverso una formula. Da una parte esiste la possibilità del cambiamento, dall’altra l’impossibilità di cancellare ciò che è accaduto. Da una parte il presente, dall’altra un passato che continua a reclamare il proprio spazio.
In mezzo c’è la ragione, quella stessa ragione che dovrebbe renderci liberi e che invece si scopre improvvisamente insufficiente davanti a qualcosa che appartiene a una sfera molto più complessa. A tradurre visivamente questa dialettica è soprattutto il lavoro di Sean Price Williams, attraverso una fotografia che separa e contemporaneamente mette in comunicazione le due linee temporali. Il bianco e nero dei flashback si contrappone ai colori del presente e Schrader alterna continuamente i due piani con grande intelligenza, senza relegare il passato alla funzione di semplice spiegazione. Le due narrazioni rimangono vive parallelamente, si alimentano a vicenda e permettono al film di rivelare progressivamente le proprie informazioni senza sacrificare la tensione.
Interpretazione d’ambiguità
Fondamentale è poi il lavoro degli interpreti. Jack Huston restituisce a John la repressione, il controllo e l’ambiguità necessarie a rendere impossibile una lettura immediata del personaggio. Daniel Zovatto, nei panni di Miguel adulto, lavora invece su una presenza capace di diventare perturbante proprio senza bisogno di esasperarla, mentre Sofia Boutella rappresenta progressivamente il punto nel quale il passato di John rischia di collidere definitivamente con il presente. Notevole anche Bill Pullman, che con una prova misurata ma incisiva contribuisce a dare ulteriore consistenza al peso della famiglia e di ciò che è stato nascosto. Per non parlare del cameo di Richard Gere (da sempre interprete carissimo al regista).
Sono tutti, in maniera diversa, ipnotici al punto giusto. Perché Schrader non chiede loro di indicare una risposta, ma di abitare una contraddizione. E quella contraddizione arriva inevitabilmente fino al finale. Un finale aperto non perché incompleto, ma perché coerente con tutto ciò che The Basics of Philosophy ha costruito. La possibilità di schierarsi rimane intatta: si può interpretare ciò che accade in un modo oppure nel suo opposto, credere nel cambiamento oppure ritenere che esistano azioni dalle quali nessuna trasformazione successiva possa realmente liberarci. Schrader non interviene a dirci chi abbia ragione. Ed è forse proprio qui che quella frase iniziale acquista un significato ancora diverso: il cambiamento è possibile; il cambiamento è figlio della ragione; la ragione ci rende liberi.


