Il cinema di oggi cerca di indagare il femminile, scavando nel cuore dell’argomento ma soprattutto ribaltando gli schemi, fornendo nuovi punti di vista su storie magari già svelate ma che hanno bisogno di nuova linfa vitale – e di uno sguardo trasversale – per poter essere adattate sul grande schermo. C’è sempre maggior richiesta di narrazioni che pongano, al centro del loro iter, protagoniste e personaggi sfaccettati, senza considerare che l’aumento della domanda ha comportato un incremento delle presenze femminili nelle stesse crew tecniche, tra registe e sceneggiatrici libere di portare il proprio contributo, aggiungendo nuovi tasselli ad un mosaico complesso e articolato ormai difficile da semplificare e che risponde al nome di femminino post-moderno.
In questo capovolgimento di sguardi, dal male gaze al racconto di un quotidiano sempre in costante mutamento, non manco certo i registi pronti a mettersi alla prova con nuove storie, sempre alla ricerca di un realismo (a tratti “magico” perché surreale e sospeso) e di una cifra stilistica specifica per trovare, infine, una voce particolare in grado di contraddistinguere il proprio cinema. È il caso, ad esempio, di Ciro De Caro, che con una rosa ben delimitata di film – Acqua di marzo, Spaghetti Story e Giulia – è riuscito a ritagliarsi uno spazio ben specifico nel mercato audiovisivo odierno, caratterizzato da uno stile personale e unico che ha un solo baluardo da seguire: il racconto della realtà che ci circonda filtrata, però, attraverso la sua personalissima visione.
E molto importante, in questo schema preciso ma anarchico – e libero – negli sviluppi, è l’indagine sul femminile che pone al centro delle sue storie personaggi di donne particolari eppure così comuni, nelle quali ognuno può proiettare una parte di sé, infine ritrovandosi. Un discorso cinematografico che aveva già avviato attraverso Giulia, uscito nel 2021, candidato ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento, e che è pronto a riprendere (in un’ottica leggermente diversa) con Taxi Monamour, l’ultima fatica che verrà presentata in concorso al Festival di Venezia, nel corso delle Giornate degli Autori.
La poetica del frammento in uno sguardo d’autore
Dal precedente Giulia, De Caro eredita non solo un compito (indagare l’universo-donna), atmosfere, suggestioni ma anche la protagonista femminile Rosa Palasciano, di nuovo al centro di una storia che ha anche co-scritto insieme allo stesso regista. Anna (Palasciano) e Nadiya (Yeva Sai; già vista nella quarta e poi nella quinta stagione di Mare Fuori) sono due donne all’apparenza diverse, ma che in fondo si assomigliano molto. Anna è in conflitto con se stessa e la propria famiglia e affronta in solitudine la sua malattia; Nadiya fugge da una guerra che la tiene lontana da casa. Tutti consigliano ad Anna di seguire il suo compagno in un viaggio di lavoro e a Nadiya di restare al sicuro in Italia. Ma l’incontro casuale tra le due, seppur breve, sarà un tuffo nella libertà per entrambe.
A partire dalla breve sinossi si può notare subito l’interesse, da parte di De Caro, per la poetica del frammento, della storia breve intorno alla quale costruire un sistema solare complesso ricco di emozioni e sfaccettature, destinate all’improvviso a trovare una propria collocazione nell’universo una volta terminata la (breve) narrazione. In Taxi Monamour questo concetto di brevità, di ritmo sincopato, si avverte molto grazie ad una scrittura “episodica”, perché non c’è una vera struttura drammaturgica in tre atti ma solo una serie di eventi che si susseguono e formano il continuum nella narrazione che vediamo sullo schermo. Questo pregio del film può trasformarsi, sfortunatamente, in un difetto se l’idea viene protratta per un lasso di tempo troppo sostanzioso, per due ore che coprono un arco narrativo breve e intenso, in grado di consumarsi in un tempo più “piccolo”. È forse questa la debolezza del film, la cera che tiene unite le sue ali che però, attenzione, non si sciolgono al sole ma riescono infine a portare Icaro in salvo.
Questo perché De Caro ha l’abilità di inglobare tutto – anche l’elemento di svantaggio – in un discorso più ampio e personale, figlio di una specifica visione d’autore e di un regista che sa bene come utilizzare la macchina da presa, quali movimenti eseguire e come raccontare al meglio i propri personaggi, nelle presenze sullo schermo quanto nelle assenze, che impreziosiscono il risultato finale. Il lavoro compiuto sul sonoro e sull’immagine è notevole così come lo è ogni singola scelta, calibrata e mai casuale: sembra di vedere un documentario, ma in realtà inseguire il mito del realismo è un’arte. E pure nobilissima, perché De Caro riesce a sospendere l’incredulità dello spettatore che finisce per seguire un film senza colpi di scena strillati, tensioni da cardiopalma o effetti speciali che tengono accesa la curiosità.

Raccontare la realtà attraverso l’occhio della mdp
In un cinema attuale ormai mainstream, nel quale contano solo i numeri e l’effetto stupefacente delle opere che scorrono sullo schermo d’argento, De Caro sceglie di mimetizzare il proprio sguardo per raccontare la realtà attraverso un occhio meccanico consapevole, che c’è ma riesce a sparire tra le pieghe del tessuto narrativo, lasciando libero spazio ai personaggi di crescere e di esistere, prendendosi il tempo necessario per mostrare, attraverso le immagini, una storia (e facendolo a suo rischio e pericolo) in sé e per sé ordinaria, ma mai banale. Questo perché è terribilmente reale, e senza la giusta attenzione rischierebbe di essere dimenticata, cancellata dal caos della vita moderna che tutto fagocita e finisce per sopraffare.
Il focus della sceneggiatura del film sono le due protagoniste, Anna e Nadiya: ci si aspetta fin da subito qualche colpo di scena, elementi macroscopici che possano far intendere un’evoluzione esponenziale del loro rapporto. E invece, da spettatore, ci si trova di fronte al crescendo lento e delicato di un’amicizia, di un legame prezioso che nasce casualmente, si sviluppa nelle difficoltà e finisce per cambiare il dolore in libertà, donando alle due protagoniste una nuova speranza per il proprio futuro. Taxi Monamour è sì una storia d’amicizia, ma evolve pian piano in una storia di indipendenza ed emancipazione tra due giovani donne “bloccate” nel limbo dell’esistenza, alla ricerca della loro identità e, in particolare, del coraggio necessario per compiere determinate scelte che cambieranno il corso degli eventi.
Almeno probabilmente, perché il regista spalanca uno spiraglio sottile sul futuro, concentrando però tutte le sue energie sul racconto del presente, collocandosi in un realismo stilistico che, di magico, ha le suggestioni, la poesia attraverso la quale riesce a vedere la realtà che ci circonda, regalando allo spettatore momenti (da grande schermo) intensi e liberatori: la gita al mare delle due giovani, la meditazione di gruppo sulla spiaggia e poi la festa dei single nel corso di una lunga notte, durante la quale le due finiscono per ballare, sono forse tra le sequenze più belle, oneste e libere di Taxi Monamour.
Un’opera elegante e “gentile” che, in un mondo frenetico sempre pronto a correre, sceglie scientemente di rallentare e di prendersi il tempo giusto per raccontare una vicenda di emancipazione e coraggio, determinazione delicata e ostinazione educata, tratteggiando – senza mai essere didascalico – due ruoli femminili che acquistano tridimensionalità nel corso della narrazione, man mano che gli eventi si srotolano sullo schermo arricchendo una collana di perle fatta di frammenti di vetro, colorati e irregolari, ma fondamentali per la riuscita del film.
Al suo quarto lungometraggio (prodotto da Simone Isola e Giuseppe Lepore per Kimerafilm, in associazione con Michael Fantauzzi per MFF, in collaborazione con Rai Cinema insieme ad Adler Entertainment e con il contributo del Ministero della Cultura), Ciro De Caro affina ancor di più il proprio sguardo d’autore, consegnando all’audiovisivo italiano il nuovo tassello di una poetica del reale (e del frammento) sempre più strutturata e personale.


