martedì, Agosto 9, 2022
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T2: Trainspotting, recensione del sequel diretto da Danny Boyle

Articolo a cura di Matteo Illiano

Sequel, seguito (se vogliamo dirlo all’italiana), capitolo secondo, 2.0. Continuare una storia non è mai semplice ed è tra le azioni più complesse e delicate con cui il cinema ha da sempre dovuto fare i conti. Questa volta è stato il turno di Danny Boyle che, a distanza di vent’anni, decide di scommettere sul ritorno del suo film cult con T2: Trainspotting.

Mark (Ewan McGregor) aveva preferito le 20.000 steriline agli amici, aveva “scelto la vita!” per ricominciare da zero grazie a quella grande somma di denaro. Così si concludeva il primo film, mentre con un ritorno (immotivato) dello stesso Mark si apre questo secondo atto. Facendo un rapido checklist ci sono proprio tutti: da Spud (Ewen Bremner), con famiglia e senza soldi, Sick Boy (Jonny Lee Miller), dipendente dalla cocaina che vive facendo qualche ricatto per guadagnare e sogna di aprire un bordello, e Begbie (Robert Carlyle), pronta a vendicarsi con tutti e soprattutto con Mark.

Se c’è una cosa che traspare immediatamente vedendo questo film, è il suo timore di deludere gli spettatori: questo comporta una non messa in gioco e una conseguente immobilità dell’intera pellicola. Più che essere un semplice sequel, T2: Trainspotting ha l’aspetto di un film celebrativo, due ore per idolatrare una pellicola di un’ora e mezza.

Nei primi minuti i molti riferimenti faranno sorridere i fan (alla corsa in strada si sostituisce un tapis roulant), ma a lungo andare i continui flashback, proiezioni e intere sequenze del primo film non fanno brillare di luce propria questa nuova pellicola. La narrazione ciclica è giustificata dalla storia raccontata in cui i personaggi, essendo tossicodipendenti, tendono a compiere in eterno gli stessi errori; nonostante questo gli sviluppi non hanno l’appael e il taglio incisivo che possedeva l’originale.

Le caratterizzazioni dei personaggi destabilizzano lo spessore delle personalità, creando dei ruoli predeterminati; in Trainspotting non sapevamo mai con certezza chi era il vero cattivo mentre ora la sceneggiatura decide di dividere nettamente tra buoni e non.

Lo stile di Danny Boyle invade l’intero film che si destreggia tra ricordi d’infanzia patinati alla The Millionaire, corse frenetiche registicamente affascinanti e paesaggi coloratissimi in cui lo squallore diventa sempre più cool. Tolta l’apparenza curata, le motivazioni per continuare la storia di Mark appaiono prive di fondamento: i mantra della pellicola ricordano gli insegnamenti già consolidati alla fine del primo film e quelle poche volte che T2: Trainspotting prova a superare l’originale lo fa solo per argomentare il passato creando involontariamente l’effetto “spiegone”.

Per tutto l’arco del film, attendiamo con ansia la resa dei conti tra Mark e Begbie la quale può essere considerata valida rappresentante dell’intero film: in questa sequenza, l’architettura visiva montata da Boyle non può tenere nascosta l’eterna e invadente nostalgia verso il passato, unico sentimento della pellicola.

Sfortunatamente, T2: Trainspotting è un film che non guarda in faccia alla realtà (non basta nominare Snapchat e usare i cellulari per essere nel 2017) e preferisce riciclare lo stesso immaginario che aveva segnato, sconvolto e affascinato la generazione anni ’90 (rendendolo un film manifesto). Questo sequel risulta come quel vestito che portavi vent’anni fa a cui sei tanto legato affettivamente: puoi continuare a dire che va ancora di moda, ma sappiamo tutti qual è la verità in merito.

Guarda il trailer ufficiale di T2: Trainspotting

Redazione
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