C’era un mito, in un’epoca non troppo lontana, secondo cui portare i videogiochi al cinema era un’operazione impossibile. Destinata al fallimento, maledetta da qualche divinità avversa. Forse non quanto le trasposizioni live action di manga e anime, ma poco ci mancava. Il dato interessante è che in entrambi i casi la situazione sta cambiando: più lentamente per questi ultimi – quello di One Piece è tra i pochissimi davvero riusciti -, meno per i primi, visto che ormai si possono citare diversi esempi validi, tra serie tv acclamate – The Last of Us, Arcane, Fallout – e film di grande successo al botteghino, come Un film Minecraft. E come Super Mario Bros. – Il Film, che con i suoi 1,3 miliardi di dollari non è solo tra i film animati dal più alto incasso nella storia, ma è anche l’adattamento videoludico più redditizio di sempre.
Squadra che vince non si cambia
Nintendo non poteva certo lasciarsi sfuggire l’occasione: esattamente tre anni dopo, ecco allora Super Mario Galaxy – Il Film, nuovo e coloratissimo capitolo che ci catapulta di nuovo nel bizzarro universo di uno dei franchise più popolari al mondo. Squadra che vince non si cambia, e quindi il team creativo rimane invariato: Aaron Horvath e Michael Jelenic in cabina di regia, Michael Fogel alla sceneggiatura e Brian Tyler alla colonna sonora; e, ovviamente, lo studio d’animazione Illumination, parte di Universal Pictures e noto in precedenza per la saga di Cattivissimo me.
Eliminata la minaccia di Bowser (Jack Black/Fabrizio Vidale), i due idraulici tuttofare Mario (Chris Pratt/Claudio Santamaria) e suo fratello Luigi (Charlie Day/Emiliano Coltorti) si godono la vita nel Regno dei Funghi insieme ai Toad e alla Principessa Peach (Anya Taylor-Joy/Valentina Favazza), rispondendo a qualsiasi richiesta di aiuto capiti per le loro mani. Ma la tranquillità non è destinata a durare, Bowser Jr. (Benny Safdie/Manuel Meli) entra in azione per liberare il padre e ha un piano in mente: rapire la Principessa Rosalinda (Brie Larson), il cui potere cosmico è la chiave per dominare la galassia.

Tante idee valide, ma poco sviluppate
Come il primo film, anche Super Mario Galaxy ha un intreccio basilare, che funge semplicemente da pretesto per mettere in scena una serie di elementi che facciano contenti gli appassionati. In altre parole, questo è un franchise costruito prima di tutto sul fanservice. Non ha la forza emotiva di un film Pixar, non ha le implicazioni filosofiche di un’opera dello Studio Ghibli, né la volontà innovatrice del dittico (presto trilogia) sullo Spider-Man animato. E nemmeno pretende di avere tutto questo. È una gigantesca giostra, che però stavolta sembra voler escludere, inspiegabilmente, il pubblico più adulto.
Rispetto a Super Mario Bros., infatti, il secondo capitolo salta narrativamente da una parte all’altra senza particolare coesione interna: un po’ come i personaggi del film stesso, che attraversano la galassia e variopinti pianeti. Le idee valide non mancano, ma sono fin troppo fugaci: il possibile percorso di redenzione per Bowser – e le interazioni con i suoi (teorici) acerrimi nemici – ad un certo punto si interrompe bruscamente e svanisce senza lasciare traccia, mentre l’approfondimento del passato della Principessa Peach – forse il personaggio più “moderno” di tutti, non più relegato al ruolo di “donzella in pericolo” – si riduce a una mera favoletta sbrigativa.
È come se la sceneggiatura fosse stata pensata apposta per degli spettatori con una soglia di attenzione alta quanto la lunghezza di un video di TikTok: ergo, per i più giovani. Lo stesso vale per determinate scelte visive: dove il primo film era un puro omaggio al mondo creato da Shigeru Miyamoto, Super Mario Galaxy si rifà anche a un insieme di immaginari cinematografici. Tra sequenze western, città cyberpunk e camei direttamente da Jurassic Park, il riferimento più forte è senza dubbio Star Wars, rievocato non solo dall’estetica delle astronavi e dei pianeti visitati, ma anche dalla presenza di una versione bowseriana della Morte Nera e di un personaggio costruito sulla falsariga di Han Solo. Il problema è che, se i più piccoli non avranno difficoltà a divertirsi in questa nuova avventura nello spazio, a chiunque altro il tutto apparirà piuttosto derivativo e poco originale.

Un ottimo action, tra videogiochi e cinema
Cosa resta, allora, ai nostalgici dei videogiochi di dieci, venti, trent’anni fa? Beh, intanto resta che Super Mario Galaxy regala ottime sequenze d’azione, ancora più spettacolari del precedente. E poi resta il fatto che, se nessuno dei due film ha particolari pretese di imbastire sottotesti invisibili a uno sguardo poco attento, l’aspetto più interessante è il modo in cui ragionano sul rapporto tra l’immagine videoludica e quella cinematografica, al di là del citazionismo.
Già Super Mario Bros. aveva preso il meglio della tradizione slapstick del cinema muto per coniugarla a una regia giocosa e consapevole dei propri mezzi, che a volte rinunciava alla tridimensionalità degli spazi e dei corpi per imitare il videogioco da cui prendeva il titolo. Non c’era soluzione di continuità tra i due stili, che – insieme alle colonne sonore riarrangiate magnificamente da Brian Tyler (da quelle originali di Kōji Kondō) – si amalgamavano perfettamente tra loro e rendevano difficile capire se stessimo guardando davvero un film o assistendo a una live di uno streamer su Twitch.
Qui accade la stessa cosa, ma sia Illumination che Horvath e Jelenic (ma anche lo stesso Tyler) fanno decisi passi in avanti: nella creatività dei power-up e delle coreografie, nelle scelte musicali, nella fluidità delle animazioni e dei movimenti di macchina – sono numerosissimi i piani sequenza – e nella sperimentazione di tecniche di animazione differenti. La speranza, per i (quasi assicurati) sequel, è che ci si ricordi che il cinema d’intrattenimento, soprattutto se rivolto ai bambini, non può prescindere dal raccontare una buona storia.


