venerdì, Marzo 1, 2024
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Suncoast, recensione del film di Laura Chinn con Nico Parker

Disponibile dal 9 febbraio su Disney+, Suncoast annovera nel cast anche Laura Linney e Woody Harrelson.

Al fondo di Suncoast, film disponibile su Disney+ dal 9 febbraio, c’è un’urgenza. E si sente. Questo il principale pregio del lungometraggio: una sincerità pura e disarmante, che rende impossibile stroncare totalmente l’opera di Laura Chinn, qui alla sua prima prova dietro alla macchina da presa. Un esordio in grande per la regista e sceneggiatrice, segnato dalla partecipazione all’ultimo Sundance Film Festival, dove il film si è aggiudicato il premio per la migliore performance rivelazione, quella della protagonista Nico Parker.

Nico Parker è Doris: le sue giornate e quelle della madre Kristine (Laura Linney) sono scandite dagli obblighi verso il fratello minore Max (Cree Cawa). Colpito anni prima da un tumore al cervello, il ragazzo è costretto a letto, in coma. Quando le sue condizioni si aggravano, viene trasferito in una stanza della clinica per malati terminali Suncoast. Tra i militanti pro-vita appostati quotidianamente fuori dall’edificio, c’è Paul (Woody Harrelson, Campioni), alle prese con la perdita improvvisa dell’amata moglie. Mentre tra lui e Doris nasce un’improbabile amicizia, la ragazza tenta in tutti i modi di trovare un equilibrio tra responsabilità verso la famiglia e desiderio di vivere appieno la sua adolescenza.

Un film semi-autobiografico

Suncoast è il tipico film “da Sundance”, come già ampiamente sottolineato da molti critici statunitensi: un racconto di formazione che con toni all’apparenza leggeri vorrebbe affrontare tematiche complesse, fotografando quel delicato momento di passaggio che separa adolescenza ed età adulta. Il tutto con una particolare attenzione al contesto familiare e sociale, vero e proprio fulcro del racconto. Un racconto semi-autobiografico, in cui l’autrice è impegnata a romanzare un evento drammatico che segnò indelebilmente la sua giovinezza: la malattia del fratello e il suo ricovero nella stessa clinica che nei primi anni 2000 ospitò Terri Schiavo, figura centrale del primo dibattito rilevante a livello internazionale sul fine-vita.

All’epoca si consumò una vera e propria battaglia legale (con una serie di ripercussioni a livello politico e legislativo) tra i genitori della donna, decisi a mantenerla in vita nonostante la diagnosi di stato vegetativo, e il marito Michael Schiavo, determinato a staccare il sondino di alimentazione che le garantiva la sopravvivenza, rispettando le volontà espresse precedentemente dalla moglie. Il dibattito che ne sfociò travalicò i confini nazionali, concentrando per la prima volta l’attenzione pubblica sul controverso tema dell’eutanasia. I destinatari del film probabilmente sono troppo giovani per aver sentito nominare Terri Schiavo. Lo scopo della Chinn, va detto, non è in alcun modo divulgativo né tantomeno pedagogico. O meglio, lo è in senso lato: se c’è una cosa che la regista vuole comunicare è la necessità di un’assenza di giudizio, specie se si parla di questioni così profondamente intrecciate alla sensibilità del singolo individuo.

La sceneggiatura di Suncoast, infatti, si guarda bene dal prendere posizione e quindi rifugge dalla tentazione di indirizzare le opinioni della platea, come invece forse ci si sarebbe aspettati dalle sue premesse. Un atteggiamento di cui si intuisce l’onestà intellettuale, con un tanto lodevole quanto forse un po’ troppo idealistico tentativo di riconoscere la validità di ciascun punto di vista, persino il più controverso. A dimostrare questi intenti c’è la frase chiave del film, pronunciata in classe da Doris tra un sospiro di un compagno svogliato e l’altro: “Non sappiamo cosa è etico finché non lo viviamo”.

Suncoast evita di spingersi oltre, deciso com’è ad utilizzare la vicenda del fratello della protagonista (e, per esteso, quella vissuta da Terri Schiavo) non per impartire lezioni ma piuttosto come lente di ingrandimento per scandagliare l’emotività dei personaggi. A voler essere più cinici, potremmo anche dire che la malattia è utilizzata, qui, come mero pretesto e quindi come grimaldello per riversare tutta la melassa possibile in una storia che ha ben poco di dolce e tanto di amaro. Ma, dal momento che stiamo parlando di un fatto così personale per la Chinn, anche solo pensarlo sarebbe discutibile; è, invece, più corretto affermare che la regista sceglie deliberatamente di spostare il focus dalla questione etica collettiva alla soggettività della protagonista, facendo un regalo a sé stessa e ad un pubblico forse un po’ troppo acerbo per capire.

Un’immagine di Suncoast. Photo by Eric Zachanowich. © 2023 Searchlight Pictures

Un racconto con qualche semplificazione di troppo

E qui arriviamo ai cosiddetti punti dolenti, poiché Suncoast molto più che un “racconto à la Sundance” è un “racconto à la Disney”, con la sua tentazione ad edulcorare la realtà più tragica e dolorosa per renderla più tollerabile ad un pubblico di giovanissimi. Avevamo assistito ad una cosa del genere in Nuvole, altro film strappalacrime che si ostinava, dall’inizio alla fine, a fingere di non esserlo. Ancora una volta ci si chiede quanto un approccio del genere, alla lunga, possa condurre ai risultati sperati o, a voler essere ottimisti, ad un minimo barlume di consapevolezza da parte di chi guarda.

Parlare di morte e malattia senza farlo davvero, concentrandosi piuttosto sugli effetti immediatamente visibili che queste ultime hanno su un piccolo nucleo o su un’intera comunità. Qualsiasi approfondimento psicologico viene messo al bando, dando quindi un colpo al cerchio e uno alla botte: parliamo di argomenti difficili, a tratti insostenibili nella loro crudezza, ma senza esagerare. Questa confezione “carina” e priva di qualsivoglia guizzo registico non rende giustizia, in generale, all’argomento, e, nello specifico, ai personaggi che popolano il racconto.

Una narrazione dominata da battute banali, in cui il soggetto di turno dice le esatte parole che ci saremmo aspettati da lui, veicolando – guarda caso – proprio quel messaggio suggerito dal ruolo che interpreta. In quest’ottica, anche la presenza di due assi come Woody Harrelson e Laura Linney si traduce in un nulla di fatto. La partecipazione di questi due attori ad un prodotto del genere aggiunge interesse all’operazione e ne dimostra i pregi intrinseci: se ve lo state chiedendo, no, non lo hanno fatto solo per soldi. Il risultato, paradossalmente ancora più drammatico della storia in sé, è che ci dispiaciamo che i rispettivi personaggi non siano stati sviluppati a dovere.

Il militante pro-life interpretato da Harrelson da un lato, le cui posizioni pubbliche sono legate a doppio filo ad un lutto non ancora elaborato, e la madre interpretata da Linney dall’altro, divisa tra la paura di perdere il figlio e l’amara consapevolezza che quel momento sarà fonte di liberazione per ogni singolo membro della famiglia, avrebbero meritato qualcosa di più, anche in relazione al loro vissuto precedente ai fatti narrati, di cui sappiamo veramente poco. E così, ci troviamo a pensare: “se solo il personaggio di Woody Harrelson avesse fatto questo, allora…”, “se solo fosse stato approfondito meglio questo punto di vista della madre interpretata da Laura Linney, allora…”, di fatto riconoscendo implicitamente che la sceneggiatura avrebbe potuto essere scritta diversamente o che il film avrebbe potuto essere migliore… se solo fosse stato un altro film.

Un’encomiabile sincerità che tuttavia non basta

Un peccato perché, come dicevamo, Suncoast presenta degli elementi veritieri nel senso più nobile della parola, specialmente se si guarda all’evoluzione del personaggio di Doris o al modo in cui i suoi coetanei – verosimilmente sprovvisti degli strumenti emotivi per sostenerla nel modo corretto – tentano in modo maldestro di starle vicini. C’è un momento, nella parte finale del film, in cui Doris capisce di essere diversa dagli altri (mònito ripetuto a più riprese dal personaggio interpretato da Harrelson) e non per meriti particolari; il caso beffardo ha prescelto lei e la sua famiglia, che non possono far altro se non accettare la situazione e affrontarla nel modo più lucido possibile.

Una roulette russa con il fato, dove in gioco c’è tutto, non solo la vita del fratello malato: l’equilibrio mentale di chi gli sta vicino, la capacità di tutelare i rapporti con il resto della famiglia, la scelta consapevole di cercare un barlume di luce che garantisca la speranza anche se si è aggrediti dall’oscurità più cupa. Essere forti “per forza”, senza alcuna preparazione, sfruttando al meglio le risorse interiori già a nostra disposizione. Solo chi è passato attraverso una cosa del genere può capire davvero. Per fortuna, viene da aggiungere: motivo per cui risulta impossibile condannare gli amici della protagonista, che pensano a vivere la loro adolescenza, non certo al fatto che la morte potrebbe bussare alla porta di ognuno senza avvisare. È qui che si intuisce che Suncoast potrebbe aver giocato veramente male le sue carte: la sua banalità non è costante, ma abbastanza preponderante da schiacciare i momenti genuinamente toccanti sparpagliati qua e là.

Suncoast si traduce così, in ultima istanza, in un film per famiglie annoiate, pronte se va bene a versare una lacrimuccia sincera e di certo a cambiare rapidamente canale all’inizio dei titoli di coda. L’ennesima opera gradevole che scorre via come acqua fresca, nonostante le ambizioni e le nobili intenzioni che la animavano. A differenza di altre volte, però, in questo caso si aggiunge un certo fastidio, visto il talento potenziale di Laura Chinn nell’esplorare la complessità dell’animo umano e nel raccontare con efficacia i “colpi bassi” della vita. Un talento che trascina con sé un numero imprecisato di promesse non mantenute e che infine si traduce in un’unica frase che si aggira, dimessa, nella nostra mente: “Se solo questo film…”.

Guarda il trailer ufficiale di Suncoast

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Ispirato all'esperienza personale della regista e sceneggiatrice Laura Chinn, Suncoast è mosso da sincerità e buona fede. Nonostante l'ottimo cast e i suoi innegabili pregi, il film non riesce tuttavia a sollevarsi dagli stereotipi che lo popolano e da quelle banalizzazioni (tipiche di certi prodotti targati Disney) che vorrebbero edulcorare forzatamente argomenti complessi da affrontare, soprattutto quando si tenta di realizzare un prodotto gradevole per un pubblico di giovanissimi.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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