Submergence, recensione del film di Wim Wenders con Alicia Vikander e James McAvoy

scritto da: Diego Battistini

C’era una volta Wim Wenders, uno dei registi di punta del “Nuovo Cinema Tedesco”, autore di film straordinari e indimenticabili come L’amico americano, Falso movimento e Il cielo sopra Berlino (quest’ultima, forse, la sua opera più conosciuta dal grande pubblico). C’era, perché dopo il documentario Pina (2011), dedicato all’opera e al genio della coreografa Pina Bausch e realizzato utilizzando l’allora di moda tecnologia 3D (usata raramente in modo così discreto ed intelligente), il regista tedesco è incappato in una parabola discendente che di rado l’ha visto rinverdire i fasti del suo lontano e glorioso passato artistico.

Ne è una testimonianza più che concreta il suo ultimo Submergence, tratto dall’omonimo romanzo di J.M. Ledgard e scritto da Erin Dignam, un dramma sentimentale canonico che a tratti sembrerebbe avere pur l’ambizione di proporre riflessioni importanti, a cominciare da quella sui tempi (bui) in cui stiamo vivendo contraddistinti da odio e terrore (il terrorismo è uno dei temi principali della pellicola), ma che in realtà è intriso esclusivamente di una retorica spicciola che appesantisce la visione fin dalle prime battute.

Il film racconta la storia d’amore tra due anime sole: Danielle Flinders (Alicia Vikander), biomatematica che studia i fondali marini e che è in procinto di imbarcarsi in una missione scientifica senza precedenti, alla ricerca dell’origine della vita, immergendosi negli abissi dell’Oceano Atlantico all’interno di un piccolo sottomarino, e James More (James McAvoy), ufficialmente un cooperante internazionale (o meglio, un ingegnere idrico), ma in realtà un agente segreto britannico che sta per partire alla volta della Somalia per una missione segretissima e molto pericolosa all’interno di un alcova di jihadisti.

I due si incontrano, per caso, in Normandia, prima dell’inizio delle loro rispettive missioni. Un’incrocio sulla spiaggia mentre lui sta correndo e lei passeggiando, un’invito a pranzo, qualche conversazione (colta) e scatta l’amore. Non un amore di quelli passionali, tanto infuocati quanto celeri a spegnersi, ma un sentimento che germoglia tra timidezza e sguardi d’intesa e che si radica giorno dopo giorno nei due amanti, facendoli innamorare e probabilmente sognare anche una vita insieme. Ma il tempo stringe e il dovere chiama. Così, Danielle e James si separano (ma è un arrivederci, non un addio) e mentre lui, giunto in Africa sotto mentite spoglie, viene fatto immediatamente prigioniero dai terroristi, lei dovrà portare a termine la propria ricerca negli abissi.

Benché ci si sforzi durante la visione di trovare un qualsivoglia elemento capace di ricondurci alla poetica del regista tedesco, ci si trova costretti ben presto ad alzare le mani in segno di sconfitta e ad ammettere che ben poco vi è nel film che può essere assimilabile al suo autore. Lo stile tipico di Wenders, fatto di scelte spesso radicali che hanno reso celebre il suo cinema critico-espressivo (lunghe panoramiche, inquadrature ricercate che sovente lasciano spazio a significati simbolici reconditi), lasciano il posto a un estetica da cinema spettacolare che uniforma la pellicola alla coeva produzione hollywoodiana e che fa sorgere il dubbio che il film non sia altro che un’opera su commissione, una sorta di “scesa a patti” per magari giungere un domani ad opere più personali.

Contraddistinto da continui salti temporali tra presente (le diverse missioni dei due protagonisti) e passato (il loro incontro), Submergence è un film piuttosto piatto contraddistinto da dialoghi lunghi e retorici sui massimi sistemi che governano l’universo e da due personaggi che la sceneggiatura di Erin Dignam (a parere di chi scrive, il più grande limite del film) abbozza a tal punto da renderle quasi delle macchiette all’interno di un film confusionario e molto pasticciato che sovente dà la sensazione, da un punto di vista drammaturgico, di non sapere che strada prendere: una rivisitazione del tema “breve incontro”, un opera-mondo che dal particolare di una storia d’amore tra due sconosciuti innesca una riflessione più ampia come accade in certo cinema di Terrence Malick, addirittura un film d’azione (se pensiamo alla parte ambientata in Somalia e con protagonista James)?

Paradossalmente, però, vi è quantomeno una cosa da salvare all’interno di un film che definire “non riuscito” è quasi un eufemismo: l’interpretazione dei due protagonisti, Alicia Vikander e James McAvoy. Sembra un controsenso, specie dopo l’aver affermato in precedenza che i personaggi sono descritti malamente dalla sceneggiatura; eppure è come se i limiti intrinseci dei protagonisti Danielle e James abbiamo indotto i loro interpreti ad un doppio lavoro, “costringendoli” a ricorrere a tutto il loro talento per cercare di rendere credibili le due figure che quantomeno grazie a loro acquistano una certa umanità.  Insomma, una piccola e flebile luce, in un dimenticabile sprofondare (cinematografico) nell’oscurità (creativa).

Guarda il trailer ufficiale di Submergence

Diego Battistini

Collaboratore | La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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