Storia di un Matrimonio, recensione del film di Noah Baumbach

scritto da: Diego Battistini

Perché Storia di un Matrimonio, l’ultimo film di Noah Baumbach è un film straordinario, capace di farci sorridere e commuovere fino alla lacrime? Qualcuno potrebbe dire per la storia che racconta (quella di un matrimonio che va in frantumi), che ha sempre un certo ascendente sul pubblico; qualcun altro, invece, potrebbe chiamare in causa la sceneggiatura impeccabile, i dialoghi serrati e realistici, o magari la messa in scena sobria, mai invasiva; altri ancora porrebbero giustamente l’accento sugli interpreti, a cominciare dai protagonisti, Adam Driver e Scarlett Johansson.

Eppure c’è un altro aspetto che rende il film, prodotto e distribuito dal colosso Netflix, magnifico, ed è il fatto che racconta un po’ della vita di tutti noi (o della maggior parte di noi). Storia di un Matrimonio, infatti, mette in scena una vicenda universale che in un modo o nell’altro tutti hanno o avranno modo di provare lungo il corso della loro vita: quello della fine di un amore, con tutto ciò che questo comporta (rabbia, solitudine, depressione, ecc.). Un evento che oltretutto il cinema ha trattato diverse volte, e di cui uno degli esempi più significativi è certamente rappresentato da Kramer contro Kramer di Robert Benton, di cui sotto un certo punto vista il nuovo film di Baumbach è un “aggiornamento” ai tempi nuovi che stiamo vivendo (anche da un punto di vista sociale, oltre che sentimentale).

Nel caso di Storia di un Matrimonio, due giovani, che si sono innamorati, si sono sposati, hanno avuto un figlio e hanno condiviso non solo buona parte della loro giovane vita ma anche la loro carriera professionale, vedono il loro amore scemare per sempre. Lei, decisamente più sicura della scelta che sta facendo (a lungo maturata) – non certo senza sofferenza; lui invece quasi attonito di fronte alla situazione che progressivamente lo sta travolgendo e che non riesce ad accettare fino in fondo.

Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson) sono sposati, ma qualcosa tra di loro si è rotto. Lui è un regista di teatro sperimentale in ascesa, lei un’attrice che dopo un’inizio di carriera (cinematografica) folgorante si è “rifugiata” nel teatro del marito, subendo però l’ego di quest’ultimo. Decisa a liberarsi dall’ascendente del compagno, Nicole decide così di tornare nella natia Los Angeles, con la scusante di iniziare le riprese del pilot di una nuova serie tv, ma è comunque decisa a trasferirsi definitivamente in California, dove risiede la famiglia, con il figlio Henry (Azhy Robertson). Quella che inizialmente dovrebbe essere una separazione consensuale si tramuta però in una lotta spietata che verrà portata in tribunale dai rispettivi avvocati della coppia: Nora Fanshaw (interpretata da un’ottima Laura Dern) per lei, mentre per lui si alternano l’onesto e navigato avvocato Bert Spitz (Alan Alda) – poi licenziato -, e il cinico Jay Marotta (Ray Liotta). Naturalmente lo scontro porterà a galla antichi rancori e mostrerà il lato peggiore della coppia, oltre che il cuore di tenebra del loro rapporto.

Il collasso familiare è sempre stato uno dei temi centrali del cinema di Noah Baumbach, come testimoniano i suoi precedenti Il Calamaro e la Balena (il film che l’ha fatto conoscere al grande pubblico) e The Meyerowitz Stories (anch’esso prodotto e distribuito da Netflix). Eppure, in Storia di un Matrimonio si ha la sensazione che mai come prima il cinema del regista raggiunga l’apice della sua controllata espressività (chissà, forse anche perché il film trae ispirazione dalle sue vicende personali). Nel raccontare la storia di un matrimonio ormai andato a rotoli, il regista (anche sceneggiatore) non sceglie la via più semplice, quella del dramma strappalacrime, ma opta per vivisezionare la fine della storia d’amore tra due individui che non riescono del tutto a lasciarsi il loro passato alle spalle per guardare al futuro (e al bene del proprio figlio).

Per fare ciò, Baumbach si affida ad una narrazione lineare, ponendo al centro della vicenda i due protagonisti, osservandoli senza giudicarli (con profondo amore), facendo sì che dai loro gesti e (sopratutto) dalle loro parole scaturiscano tanto i loro pregi quanto i loro difetti. Così, scena dopo scena, scopriamo che Charlie è un padre amorevole e un artista di grande sensibilità, ma che ha anche tradito Nicole (cercando di ridimensionare l’accaduto, facendo appello al fatto che la coppia era già sulla via della separazione); e allo stesso modo, la spigliata e allegra Nicole, anche lei artista straordinaria, è forse troppo propensa a colpevolizzare il marito per il ridimensionamento della propria carriera, ed è per giunta anche a un passo dall’essere alcolizzata.

Anche nella parte centrale della pellicola, quando il film sembra virare sul genere legal drama, e dove il divorzio tra i due coniugi si trasforma in una resa dei conti da consumare nelle asettiche aule di tribunale dove, pur di ottenere l’affidamento del bambino, i due – incalzati dagli avvocati – arrivano a rinfacciarsi più del dovuto, il regista riesce sempre nell’intento (quasi nel miracolo) di non far prevalere la narrazione sui personaggi, come se la storia più che rispettare una struttura drammaturgica predefinita si modellasse sulle reazioni, sentimenti, pensieri dei personaggi e diventasse, proprio per tale motivo, imprevedibile… proprio com’è la vita reale.

Tra momenti divertenti e pieni di tenerezza – ad esempio l’incipit, in cui i protagonisti vengono presentati dal rispettivo compagno – ed altri dove prevale naturalmente l’elemento drammatico, il film riesce sempre a non inciampare nel lacrimevole, aiutato naturalmente anche da un cast superlativo e misurato, e sopratutto dai due protagonisti, Adam Driver e Scarlett Johansson, che dimostrano tutta la loro bravura nel tratteggiare i loro personaggi, talvolta un po’ sbruffoni, talvolta un po’ goffi, spesso molto soli nell’affrontare un evento che sancirà comunque la fine di un capitolo importante della loro vita.

E tra tutte le sequenze bellissime e struggenti che contraddistinguono il film – giustamente candidato a 6 Golden Globes (e certo l’opera non farà la parte della comparsa neppure alla notte dei Oscar) – quella che sicuramente rimane impressa per svariati motivi – scelte stilistiche (sia a livello visivo che di sceneggiatura) e recitazione – è quella dell’ultimo vero confronto/scontro tra Charlie e Nicole. Il tutto si consuma nell’appartamento che Charlie è stato costretto ad affittare a Los Angeles per rimanere vicino al figlio. In un crescendo drammatico quasi insostenibile (per i personaggi, ma anche per gli spettatori), i due ex amanti, ormai logorati da un divorzio che li ha consumati emotivamente (oltre che economicamente) si sfogano rinfacciandosi reciprocamente tutto quanto è andato storto nella loro vita sentimentale, salvo poi ritrovarsi in un ultimo serrato abbraccio, testimonianza di un legame che, nonostante tutto (anche la fine dell’amore), sarà per sempre.

Guarda il trailer ufficiale di Storia di un matrimonio

Diego Battistini

Collaboratore | La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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