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Sto Pensando di Finirla Qui, recensione del film di Charlie Kaufman

“A volte il pensiero è più vicino alla verità, alla realtà, di un’azione”. Una delle prime frasi recitate dalla voce fuori campo nell’incipit di Sto pensando di finirla qui, il nuovo film di Charlie Kaufman, è di per sé già un’indicazione metodologica. Per chi conosce la carriera di Kaufman, sceneggiatore talentuoso ancor prima che regista, non si tratta di una novità. In fin dei conti, quasi tutte le sue opere hanno raccontato storie aventi luogo in una location molto particolare: la mente umana, per l’appunto. Non è da meno, come anticipato, la sua ultima fatica, prodotta da Netflix (e chi altri, sennò?) che sarà disponibile in streaming a partire dal 4 Settembre.

Un film criptico, come nella miglior tradizione dell’autore, di fronte al quale l’atteggiamento più fecondo che lo spettatore può assumere è quello di lasciarsi trascinare dal flusso narrativo senza avere l’ambizione di capire ogni cosa (anche perché sarebbe una fatica sterile che probabilmente non porterebbe all’acquisizione di alcuna certezza). Sotto un certo punto di vista, in relazione con gli altri film scritti o diretti da Kaufman, Sto pensando di finirla qui rappresenta sia una summa della poetica dello sceneggiatore e regista che il tentativo di radicalizzare ancor di più rispetto al passato la sua brevettata narrazione psichica.

Rispetto a film quali Essere John Malkovich di Spike Jonze, Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry (ogni volta che si nomina questo splendido film verrebbe da prendere per il collo l’autore del titolo italiano) o il più recente Anomalisa, diretto dallo stesso Kaufman, dove ancora si riusciva – seppur a tratti debolmente – a districarsi tra realtà fattuale e realtà psichica, in Sto pensando di finirla qui la linea sottile tra ciò che accade realmente e ciò che è solo pensato oppure ricordato dai personaggi è talmente labile che anche alla fine della visione è impossibile affermare con certezza la natura di determinate sequenze. E pensare che il film inizia raccontando un evento per certi versi banale: un giovane porta la fidanzata a conoscere i propri genitori.

Jake (Jesse Plemons) si frequenta da poco più di un mese con Lucy (Jessie Buckley), giovane fisica che ha la passione per le poesie. Dopo le feste di Natale, i due fidanzati decidono di andare a trovare i genitori di lui in campagna. Durante il viaggio Lucy comincia a mettere in discussione il rapporto con il compagno, arrivando alla conclusione che forse è tempo di concludere la relazione. Una volta giunti a destinazione, però, la giovane si trova al cospetto non solo della stranezza che contraddistingue il padre (David Thewlis) e la madre (Toni Colette) del fidanzato, ma anche di una serie di inspiegabili fenomeni ai confini della realtà.

Passato, presente, futuro, ricordi (veri o presunti), sensazioni, slidingdoors. Sono tutti elementi che, in un modo o nell’altro, fanno parte dell’esperienza filmica offerta da Sto pensando di finirla qui. Un film complesso che rappresenta la quintessenza della poetica del suo autore, così estremo, anticonvenzionale e coraggiosamente ibrido (si alternano estetiche molto differenti: si passa dalla commedia ad atmosfere prettamente horror, e si arriva persino a proporre sequenze animate che interagiscono con attori in carne ed ossa) che probabilmente non sarebbe mai stato realizzato senza la lungimiranza di Netflix (e questo alla faccia dei detrattori del colosso americano, che dimostra nuovamente il suo interesse nei confronti del cinema d’autore).

Il film di Kaufman affronta temi disparati: si passa dai rapporti familiari all’amore, dalla memoria al tempo, per giungere persino a interrogarsi sul cinema e, più in generale, sull’industria dello spettacolo chiamando in causa persino il filosofo Guy Debord e il letterato David Foster Wallace, autori di due acute riflessioni sul rapporto tra società e media: rispettivamente “La società dello spettacolo” e la raccolta di saggi “Una cosa divertente che non farò mai più“. Virtuosismi intellettuali a parte, Sto pensando di finirla qui è un’opera che rifugge da qualsiasi metro di giudizio solitamente adottato dai recensori per sostenere la riuscita o meno di un film.

È come se ogni giudizio qualitativo fosse percepito alla stregua di una banalizzazione di un’esperienza filmica che, date le sue peculiarità, preclude al recensore o al semplice spettatore ogni tentativo di riflettere su di lei “oggettivamente”, costringendo quindi ad una analisi squisitamente soggettiva. In una sequenza del film, Jack chiede a Lucy di recitare una sua poesia. I versi della compagna commuovono il giovane che si stupisce di come il componimento sembra essere stato scritto appositamente per lui: “È come se parlassi di me”, dice. “È ciò che si spera quando si scrive una poesia”, risponde Lucy, consapevole che ogni poeta agogna a dare alla propria opera una sorta di universalità. Il riferimento alla poesia nel film non è certamente casuale (nulla lo è in Kaufman, anche l’elemento all’apparenza più incomprensibile), perché da un punto di vista narrativo Sto pensando di finirla qui guarda più ai componimenti in versi che non alla prosa del romanzo (e questo pur essendo tratto dall’omonimo libro di Iain Reid, edito in Italia da Rizzoli).

Così, la narrazione in Sto pensando di finirla qui perde coerenza fin dalle prime battute e procede in modo zigzagante, alternando le vicende (reali o meno) dei due protagonisti con quelle di una non meglio precisata figura di contorno – l’inserviente della vecchia scuola di Jake -, il cui ruolo nella vicenda è difficilmente comprensibile (che sia una personificazione del giovane in età avanzata? Che sia il “pensatore” della vicenda, quindi il vero demiurgo della narrazione?), e non dando allo spettatore alcuna certezza. Eppure, nonostante il calibrato e ragionato caos nel quale ci immergiamo, c’è qualcosa che ci cattura nel film di Kaufman. Sarà forse il suo modo di giocare con le nostre aspettative, titillando costantemente i nostri sentimenti e le nostre emozioni, un po’ come se il film parlasse di noi. E alla fine è vero che poco o nulla si comprende di quanto visto, ma si scopre al contempo che forse la visione ci ha aiutato a compiere un viaggio, alternativo e inaspettato, dentro noi stessi.

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GIUDIZIO COMPLESSIVO

Sto pensando di finirla qui è un film complesso che rappresenta la quintessenza della poetica del suo autore: estremo, anticonvenzionale e coraggiosamente ibrido. Un'opera in cui si alternano estetiche molto differenti: si passa dalla commedia ad atmosfere prettamente horror, e si arriva persino a proporre sequenze animate che interagiscono con attori in carne ed ossa.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Sto pensando di finirla qui è un film complesso che rappresenta la quintessenza della poetica del suo autore: estremo, anticonvenzionale e coraggiosamente ibrido. Un'opera in cui si alternano estetiche molto differenti: si passa dalla commedia ad atmosfere prettamente horror, e si arriva persino a proporre sequenze animate che interagiscono con attori in carne ed ossa.Sto Pensando di Finirla Qui, recensione del film di Charlie Kaufman