Star Wars – L’Ascesa di Skywalker, recensione del film di J.J. Abrams

scritto da: Stefano Terracina

Star Wars – L’Ascesa di Skywalker arriva finalmente nelle sale di tutto il mondo, trascinandosi dietro un gigantesco carico di ansie, paure e – naturalmente – di aspettative: non solo per le critiche che erano state mosse a Gli Ultimi Jedi, ma anche perché stiamo parlando a tutti gli effetti della chiusura di un cerchio, un capitolo che metterà definitivamente la parola fine tanto alla trilogia sequel che ha debuttato nel 2015 quanto all’intera saga degli Skywalker iniziata nel lontano 1977 col primo film, Una Nuova Speranza. 

Con Gli Ultimi Jedi, Rian Johnson si era ufficialmente staccato dall’eredità della trilogia originale, assumendosi non pochi rischi; il compito di J.J. Abrams – chiamato a rimpiazzare Colin Trevorrow, regista di Jurassic World uscito di scena per le solite conclamate “divergenze creative” – sembrava a quel punto essere soltanto uno: già regista de Il Risveglio della Forza, Abrams avrebbe dovuto riportare sul grande schermo tutta la magia intrisa nelle storie che si svolgono nella galassia lontana lontana, cercando di rimediare – per quanto possibile – agli “errori” commessi dalla Lucasfilm con Episodio VIII.

Togliamoci subito il dente: Star Wars – L’Ascesa di Skywalker non è la degna conclusione che i fan avrebbero meritato. La Lucasfilm ripiega su un capitolo conclusivo affollato di personaggi e sottotrame che sembra non riescano mai a collimare. Nonostante la regia solidissima ed estremamente personale di J.J. Abrams, la struttura narrativa è poco definita e il ritmo troppo spesso discontinuo; la sceneggiatura è condita da alcuni colpi di scena che, seppur collocati alla perfezione, in realtà non risultano entusiasmanti, come se lo spettatore avesse in qualche modo già fiutato quello che sta per accadere.

Il risultato finale è un capitolo conclusivo dall’aspetto ricco e vigoroso per situazioni, personaggi e tematiche, ma sfortunatamente fin troppo confuso, soprattutto nella gestione dei tempi narrativi che – a differenza di quanto accaduto ne Il Risveglio della Forza – non sembrano per nulla rispettare questa volta i canoni della classica avventura action/fantasy: non mancano ovviamente le fughe rocambolesche, le battaglie spaziali, le sequenze d’azione concitate, gli scontri vis-à-vis, i duelli con le spade laser, il divertimento e il romanticismo più ordinari…

Ciò che davvero manca questa volta è l’emozione autentica che dovrebbe giungere impetuosa (vista anche la presenza di Carrie Fisher e di due “ritorni” particolarmente graditi) e che invece non arriva mai, e la conseguente commozione che dovrebbero permettere allo spettatore di sentirsi realmente coinvolto dagli avvenimenti. La meraviglia negli occhi e il cuore in tumulto, prerogative essenziali quando si assiste alla visione di un film della saga di Guerre Stellari, lasciano questa volta spazio ad un racconto piuttosto freddo che non riesce a gestire in maniera consistente non solo la moltitudine di personaggi e situazioni, ma anche la necessità intrinseca di dare risposte a tutti i costi.

Grande protagonista di questo capitolo finale è ovviamente il personaggio di Rey, ma non solo. Il motore immobile del film è rappresentato dalla diade nella Forza, da Rey e Kylo Ren, dal loro scontro e dal loro confronto, ma anche dalla necessità di capire chi siamo, a quale “Lato” apparteniamo realmente e al bisogno di definire noi stessi, la nostra storia e il nostro futuro attraverso le nostre scelte e le nostre azioni. Da questo punto di vista, la Forza torna a scorrere potente non solo in Rey, ma all’interno dell’intera galassia e – di riflesso – in tutta la storia, come elemento originale e antichissimo che alimenta la vita del singolo, ne condiziona le scelte e ne definisce le azioni.

J.J. Abrams, autore della sceneggiatura insieme a Chris Terrio, si destreggia con scarsa abilità nel cercare di sciogliere ogni dubbio nei 142 minuti del film, ed infatti il risultato finale non è così ambizioso o complesso (al pari dei suoi personaggi), neanche emotivamente sconvolgente come ci si sarebbe aspettato. Il vero problema del racconto di Abrams è che non riesce mai a sorprendere davvero, pur non rinunciando ad omaggi, scene memorabili, elementi nostalgici e fanservice disseminato ad ogni buona occasione. Nell’ansia di fornire tutte le spiegazioni possibili, il film diventa inevitabilmente didascalico e non mantiene tutta una serie di promesse che aveva preannunciato, inclusa la caratterizzazione di alcuni storici personaggi e l’addio definitivo che riserva ad altri.

Star Wars – L’Ascesa di Skywalker è il racconto di una fine, la fine di una lunga storia iniziata 42 anni fa; la storia di una saga che ha cambiato per sempre il cinema degli ultimi decenni. L’ultima fatica di J.J. Abrams è anche il racconto di un nuovo inizio: un nuovo inizio incerto e spaventoso che, attraverso nuovi personaggi e nuove storie, potrebbe ancora riportare quella magia della saga che ormai sembra essere perduta sul grande schermo. Il futuro di Star Wars è ancora avvolto nel mistero: quel che è certo è che la “Saga degli Skywalker” avrebbe meritato una maggiore dose di coraggio; nonostante il grande sforzo di raccogliere tutti i fili e provare a riunirli, il film non trova mai il giusto equilibrio, dimenticandosi di tenere unite le diversi parti di cui si compone e mettendo da parte il cuore.

Guarda il trailer di Star Wars – L’Ascesa di Skywalker

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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