Sotto il Sole di Riccione, recensione del film Netflix

scritto da: Diego Battistini

Al cospetto di un film come Sotto il Sole di Riccione, dal 1° luglio disponibile su Netflix, ci si trova un po’ in imbarazzo, ma non in senso negativo. Ancor prima di iniziare la visione si è ben consapevoli di quanto si vedrà: una teen comedy dai risvolti sentimentali. Inoltre, il dubbio che il film sia al contempo un’operazione di marketing ad uso e consumo della cosiddetta “Generazione Z”, allestita con indubbia efficacia dal colosso dello streaming in collaborazione con RTI e Lucky Red, è confermato fin dalle prime battute, e forse basta semplicemente tenere conto di alcuni degli ingredienti che caratterizzano l’opera: un gruppo di teenager, l’estate, Riccione, le musiche di Tommaso Paradiso, ma anche la regia affidata al gruppo degli YouNuts! (al secolo: Niccolò Celaia e Antonio Usbergo), già autore di alcuni dei video musicali più apprezzati degli ultimi anni (tra cui alcuni dei The Giornalisti e Salmo, solo per fare qualche esempio).

Insomma, in Sotto il sole di Riccione ci sono tutti gli elementi per la realizzazione di un vero e proprio “film evento” (mi si conceda il termine), la cui alchimia è tale che alla fine non si ha il coraggio di criticare in toto l’operazione, anzi ne si è persino conquistati. Il film, confezionato in modo encomiabile, si rivolge principalmente a un pubblico molto giovane (anche da un punto di vista linguistico-lessicale), e bisogna sopratutto riconoscergli un grande pregio: il non tradire mai la propria natura.

È per questo motivo che, durante la visione, emerge il desiderio di soprassedere circa eventuali lacune: agli svariati cliché che vengono proposti durante l’arco della narrazione, e in generale ai luoghi comuni sui quali la sceneggiatura –  firmata da Enrico Vanzina, Caterina Salvadori e Ciro Zecca – fa continuamente affidamento. Perché Sotto il Sole di Riccione è talmente consapevole di sé stesso e onesto, da utilizzare questi “escamotage” narrativi dichiarandolo apertamente al proprio pubblico, e non sentendosi in colpa nel proporsi (quasi esclusivamente) come un “film per ragazzi”.

A Riccione, in Romagna, si incrociano le vite di alcuni vacanzieri, giovani e meno giovani. Marco (Saul Nanni) giunge in riviera per cercare di conquistare la disinteressata Guenda (Fotinì Peluso) e trova alloggio nella casa di un ex dongiovanni ormai in pensione, Gualtiero (Andrea Roncato), dove alberga anche lo “sfattone” Tommy (Matteo Oscar Giuggioli). L’aspirante cantante Ciro (Cristiano Caccamo), invece, dopo essere stato scartato ad un provino viene assunto al “Bagno 66”, gestito dal padre del timido Furio (Davide Calgaro), il quale instaura amicizia con il non vedente Vincenzo (Lorenzo Zurzolo), al mare in compagnia dell’apprensiva madre Irene (Isabella Ferrari).

Mentre Ciro incontra inaspettatamente la migliore amica della sua ragazza, Emma (Claudia Tranchese), assunta in un albergo come cameriera, Vincenzo conosce, grazie a una app d’incontri, Camilla (Ludovica Martino), in rotta con il proprio fidanzato. Intanto, Irene ha un alterco con l’affascinante buttafuori Lucio (Luca Ward) che si trasforma però ben presto in un’attrazione reciproca. Tutte queste storie troveranno una risoluzione la sera dell’atteso concerto del cantante Tommaso Paradiso, durante il quale i vari personaggi vivranno una notte indimenticabile (per un motivo o per un altro).

Credit: Dario Dalboni / Netflix

A distanza di quasi 40 anni da Sapore di mare (diretto dal fratello Carlo), Enrico Vanzina torna a raccontare una “storia estiva”, spostandosi dalla Versilia alla riviera Romagnola. E lo fa non solo collaborando con due sceneggiatori molto giovani, che quindi conoscono bene la realtà che sono chiamati a raccontare, ma sopratutto evitando qualsiasi ambizione sociologica. Sotto il Sole di Riccione è un film che non pretende di fare altro se non raccontare (più con sincerità che con furbizia) le storie di un gruppo di ventenni in vacanza di cui (volutamente) sappiamo poco o nulla: più che personaggi a tutto tondo, infatti, i ragazzi protagonisti del film sono “tipi” nei quali ogni tipologia di spettatore può identificarsi.

Si apprezza naturalmente lo sforzo, a livello creativo, di realizzare un film corale – scelta che in qualche modo agevola la cattura dell’attenzione dello spettatore -, anche se non tutti gli episodi sono affrontati con la stessa efficacia e – questa almeno è l’impressione – il giusto interesse. Ciò riguarda in particolar modo la parte relativa agli adulti Irene e Lucio, personaggi che tradiscono la loro natura strumentale e che sono stati evidentemente pensati per allargare il bacino di utenti potenzialmente interessati a un’operazione che sennò rischiava di rimanere confinata all’interesse dei soli giovanissimi (rischio che comunque l’introduzione dei due personaggi non fuga del tutto).

Non si tratta naturalmente dell’unico difetto del film. Per rimanere in argomento, potremmo fare riferimento a come taluni personaggi siano ridotti a semplici macchiette (è il caso, per esempio, del simpatico Furio), oppure alla costante retorica (decisamente spiccia) utilizzata per dipingere una generazione afflitta esclusivamente da problemi sentimentali (però, alla fine, chi non lo è a 20 anni?), o ancora alla visione decisamente “maschio-centrica” proposta dal film (che c’è, inutile negarlo).

Eppure tutti questi aspetti “negativi” sembrano passare in secondo piano. Innanzitutto perché, come contraltare, vi sono componenti lodevoli: alcuni dialoghi brillanti, l’atmosfera positiva che pervade tutta la narrazione (Netflix ha catalogato il film sotto l’aggettivo “Ottimista”), ma sopratutto la bravura dell’intero cast, partendo dai giovani interpreti (nessuno escluso) fino ad arrivare a uno straordinario Andrea Roncato nella parte di Gualtiero, “guru dell’acchiappo” come si definisce lui stesso, che se da una parte dispensa consigli al giovane, impacciato e timido Marco, dall’altra nasconde dietro la scorza dura del latin lover un taciuto rimpianto amoroso.

A questo si deve aggiungere un altro aspetto, già evidenziato ma sul quale è necessario tornare in modo tale da dargli il giusto peso: Sotto il Sole di Riccione è un film che appare ben conscio del proprio ruolo, e non si prefigge ambizioni pretestuose. È un po’ come se, durante la visione, il film si rivolgesse direttamente agli spettatori, dicendo loro: “Io sono questo, prendere o lasciare. Sono stato concepito per intrattenere e da me non potete pretendere di più o altro“. Una dichiarazione che non deve essere interpretata in chiave negativa, ma che invece diviene la fiera (e positiva) presa di posizione di un cinema capace di dialogare con il grande pubblico, spalleggiandolo e coccolandolo; un cinema senza pretese, semplice, lineare, genuino, ma non per questo sciocco o da giudicare negativamente a priori.

E, date queste premesse, sarebbe davvero inutile chiedere al film di essere qualcosa d’altro rispetto a quello che è e che rappresenta. In fin dei conti, già dalla prima sequenza, che sembra quasi uno spot alla città romagnola, con in sottofondo le note della canzone che ha ispirato il film, lo spettatore è chiamato ad accettare l’essenza di un’operazione pensata per un pubblico giovane che vuole ridere, sorridere ed emozionarsi nel ritrovare sullo schermo un po’ della propria vita 0 magari (e qui naturalmente il riferimento è un pubblico ancora più giovane) vuole sognare di poter vivere un giorno disavventure simili a quelle dei personaggi in scena, che siano sotto il sole di Riccione oppure sotto quello di altre mete estive.

Guarda il trailer ufficiale di Sotto il Sole di Riccione

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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