Negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Sono i cinque stadi del dolore (o del lutto), quelli a cui va incontro ogni essere umano quando la vita lo mette di fronte a un’esperienza profondamente traumatica. Non sono in molti ad essere arrivati all’epilogo di Mr. Robot, ma chi l’ha fatto ricorderà di certo l’episodio più potente e dirompente dell’intera serie – il settimo della quarta stagione, intitolato “407 Proxy Authentication Required” -, che in cinque atti (numero non casuale) esplorava proprio questo meccanismo della psiche, costringendo il protagonista Elliot (Rami Malek) a eliminare le barriere che la sua mente aveva costruito.
Eva Victor: regista, interprete, sceneggiatrice
Sorry, Baby, opera prima dell’attrice Eva Victor, sotto l’egida produttiva del premio Oscar Barry Jenkins (Moonlight), non solo condivide tematiche analoghe (si parla sempre di abusi sessuali), ma fa qualcosa di simile con la struttura stessa della storia, divisa anch’essa in capitoli. In questo caso sono solo quattro, hanno titoli un po’ criptici – “L’anno della bambina”, “L’anno della cosa brutta”, “L’anno delle domande” e “L’anno del buon sandwich” – e si alternano, sovrapponendosi come succede spesso ai ricordi, in maniera ben poco lineare, perché la verità è che nemmeno le tappe del dolore lo sono: si compenetrano, si mescolano, si fondono tra loro, quando non mancano del tutto.
Ogni capitolo è un anno della vita di Agnes (interpretata dalla stessa Victor, che è anche autrice della sceneggiatura), una neo-professoressa universitaria del Massachusetts, nel New England, che all’inizio del film riceve una visita dall’amica ed ex coinquilina Lydie (Naomie Ackie). Mentre quest’ultima si è trasferita a New York, dove si è sposata e sta per dare alla luce un figlio, Agnes vive ancora nella stessa casa, ancora tormentata dai ricordi di quando, mentre era studentessa, era stata violentata da uno dei suoi ex docenti.

Guarire dai propri traumi
Non è passato tanto tempo dall’uscita di Die My Love, ed eccoci ora di fronte a un altro film con una figura femminile che vede la propria dimora, un luogo teoricamente accogliente e nel quale sentirsi al sicuro, trasformarsi improvvisamente in una gabbia. Ma se il film di Lynne Ramsay era feroce, animalesco e autodistruttivo come la sua protagonista – Jennifer Lawrence faceva letteralmente a pezzi pareti e oggetti, come a volersi disfare di qualcosa di ormai irriconoscibile, che non le apparteneva più -, Sorry, Baby sceglie la via della “guarigione”, della riconciliazione con sé stessi e con il proprio passato, fatta di tanti piccoli (e intimi) momenti di vita che, lentamente, fanno tornare ad Agnes un abbozzato sorriso. Un Manchester by the Sea al femminile (tra l’altro c’è anche Lucas Hedges, il ragazzino a cui Casey Affleck faceva da tutore), forse meno strappalacrime ma ugualmente emozionante.
In tal senso, la scelta di non mostrare direttamente la scena di abuso – se non tramite lo sguardo atterrito e sconvolto di una assolutamente magistrale Eva Victor, e il successivo racconto all’amica Lydie, in interminabili e dolorosissimi primi piani – rappresenta quasi una scissione tra la Victor-personaggio e la Victor-regista: alla seconda non interessa tanto l’atto in sé, nella sua specifica brutalità, quanto piuttosto le conseguenze che tale atto provoca sulla prima, la quale diventa così veicolo universale per tutti coloro che, per un motivo o per un altro, si sono sentiti bloccati mentre il resto del mondo andava avanti.

Una nuova autrice
Supportato da grandi interpretazioni e da una mano registica decisa e mai banale, il vero cavallo di battaglia di Sorry, Baby sta soprattutto nella raffinatissima scrittura. Si passa con naturalezza da (francamente esilaranti e surreali) conversazioni sul membro sessuale maschile a confessioni in tribunale, da toccanti incontri casuali (un gatto abbandonato, l’uomo del “buon sandwich”) a catartici monologhi con i futuri noi stessi (quei neonati che in Die My Love venivano abbandonati di continuo), in una miscela di toni gestita ai limiti della perfezione.
Era dai tempi di Fleabag di Phoebe Waller-Bridge che non si vedeva una penna dallo stile così frizzante e genuino nella stesura dei dialoghi, e c’è un motivo se, prima di passare a Cannes 2025, Sorry, Baby aveva già attirato l’attenzione al Sundance Film Festival a inizio 2025, dove aveva vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Prima di questo esordio, Eva Victor era nota soprattutto per aver partecipato alla serie Billions. Ora, anche se forse solo la prova del tempo potrà confermare o meno queste parole, ci azzardiamo a dire: è nata una nuova autrice.


