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So cosa hai fatto, recensione del nuovo capitolo del franchise horror

Diretto da Jennifer Kaytin Robinson, So cosa hai fatto è il nuovo capitolo dell'iconico franchise horror inaugurato nel 1997. Dal 17 luglio al cinema grazie a Eagle Pictures.

Sulla scia del grande successo ottenuto da Scream del 2022 (operazione spartiacque all’interno del franchise di riferimento che puntava a proseguire e al tempo stesso rilanciare l’iconica saga horror creata da Wes Craven), torna sul grande schermo un altro titolo che, proprio durante la metà degli anni ’90 e sempre a sostegno dei grandi consensi di pubblico e critica raccolti dal primo intramontabile Scream del 1996, contribuì – seppur con un peso inferiore – a rilanciare il sottogenere slasher in quegli anni e, parallelamente, a consacrare quel filone passato alla storia come teen horror. Stiamo parlando di So cosa hai fatto (in originale I Know What You Did Last Summer), tratto dall’omonimo romanzo young adult di Lois Duncan pubblicato per la prima volta negli anni ’70.

Dopo il primo film del 1997, due sequel (di cui uno destinato esclusivamente al mercato home video – il dimenticabile Leggenda mortale, totalmente slegato dai primi due film) e persino una serie tv omonima (prodotta da Amazon ma cancellata dopo una sola stagione), anche per questo franchise è arrivato il momento di provare a rinnovarsi cavalcando l’onda impetuosa dell’effetto nostalgia attraverso un nuovo sequel – o sarebbe meglio dire “requel” – che nella timeline della saga si colloca subito dopo i primi due capitoli (Incubo finale, il secondo sequel ufficiale, uscì nel 1998) e che assolve a tutti gli effetti la funzione di legacy sequel: nuovi personaggi e nuove dinamiche che ricordano molto da vicino i volti e le storie che una buona fetta di spettatori aveva già imparato a conoscere (e ad apprezzare) quasi trent’anni fa e che, per l’occasione, fanno nuovamente capolino nel presente filmico al fine di portare al cinema quanti più spettatori possibili, ugualmente divisi fra neofiti incuriositi e appassionati irriducibili.

La trama di So cosa hai fatto

In So cosa hai fatto, cinque amici di Southport (Carolina del Nord) – interpretati dalle giovani promesse Chase Sui Wonders, Madelyn Cline, Jonah Hauer-King, Tyriq Withers e Sarah Pidgeon – causano accidentalmente un incidente d’auto mortale e decidono di occultare il loro coinvolgimento, stringendo un patto per mantenere il segreto invece di affrontarne le conseguenze. Un anno dopo, il passato torna a perseguitarli, e sono costretti a fare i conti con una verità a dir poco agghiacciante: qualcuno sa cosa hanno fatto ed è determinato a vendicarsi. Mentre uno dopo l’altro gli amici vengono braccati da un assassino travestito da pescatore, scoprono che tutto questo è già successo circa trent’anni prima. Decidono quindi di rivolgersi agli unici due sopravvissuti del precedente massacro avvenuto nella cittadina costiera per chiedere aiuto: Julie James (Jennifer Love Hewitt) e Ray Bronson (Freddie Prinze Jr.)

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Era solo questione di tempo prima che anche il franchise di So cosa hai fatto venisse sottoposto ad un’operazione di svecchiamento e rilancio. Tra una palese mancanza di idee che ormai attanaglia Hollywood da tantissimi anni e il desiderio (assimilabile in realtà più ad una scusa, ad un pretesto) di recuperare intrecci narrativi potenzialmente vincenti da riproporre alle nuove generazioni, le ragioni dietro queste mosse strategiche rispondono quasi sempre ad una volontà di stampo economico, nella speranza di riuscire a replicare al box office i fasti del passato (l’originale So cosa hai fatto incassò all’epoca dell’uscita in sala ben 125 milioni di dollari a livello mondiale, a fronte di un budget di soli 17 milioni). Tuttavia, più che continuare a interrogarsi sui reali motivi dietro queste operazioni studiate a tavolino (sono ormai una realtà consolidata e conviene accettarlo, che piaccia oppure no, in attesa di un nuovo cambio di rotta), è sicuramente più utile provare a capire se alla fine le stesse siano effettivamente in grado di offrire alle vecchie e nuove generazioni qualcosa di nuovo, o quantomeno di interessante.

Personaggi scialbi e poco carismatici

Nel caso specifico di questo quarto capitolo di So cosa hai fatto, la risposta è purtroppo negativa. Affidato alla regista Jennifer Kaytin Robinson (che ne firma anche lo script insieme a Sam Lansky), il film vuole rendere omaggio al suo predecessore – divenuto negli anni un cult all’interno della pop culture – ma sembra anche voler rispettare maggiormente le volontà del romanzo originale da cui ha avuto origine tutto (cosa che aveva provato a fare anche la sopracitata serie disponibile su Prime Video). Il risultato finale è un ibrido straniante, lineare e solido nella struttura, a suo modo coinvolgente per quello che mostra e racconta, ma pieno zeppo di dialoghi fin troppo imbarazzanti che spezzano continuamente la tensione (nonostante le scene degli omicidi siano tutte molto valide). Parallelamente, il nuovo gruppo di giovani attori fatica a riportare in scena la profondità e il carisma del cast originale (che includeva anche Sarah Michelle Gellar e Ryan Phillippe), dando corpo e voce a personaggi che risultano scialbi e in alcuni casi anche parecchio detestabili (su tutti, quello di Danica Richards interpretato da Madelyn Cline).

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Un problema di gestione della memoria

La regista Jennifer Kaytin Robinson non è estranea alla caratterizzazione del mondo patinato degli adolescenti di oggi (si pensi alla black comedy Do Revenge realizzata per conto di Netflix nel 2022), ma forse è proprio un eccesso di rappresentazione mirata ad esaltare gli aspetti più frivoli e superficiali dei personaggi ad abbassare costantemente il livello di una capacità di scrittura che già in passato aveva dimostrato parecchi limiti (Robinson è nota anche per aver co-sceneggiato Thor: Love and Thunder insieme a Taika Waititi, di certo non il miglior film dei Marvel Studios).

So cosa hai fatto si lascia guardare, così impegnato a muoversi tra fedeltà e rielaborazione, ma siamo lontani dai livelli di sofisticatezza che avevano caratterizzato un’operazione  intelligente come quella del ben più riuscito quinto capitolo di Scream. Tra i più grandi problemi del film c’è sicramente la gestione della memoria: i personaggi storici – in particolare Jennifer Love Hewitt – appaiono come figurine sbiadite, poco coinvolte nell’azione, usate più come specchietto per il pubblico dei nostalgici che come reali elementi motori all’interno della trama. Come in ogni legacy sequel che si rispetti, anche qui c’è spazio per riflette sull’eredità del franchise e mettere in piedi l’ormai tradizionale – e tuttavia coerente – discorso metacinematografico su cosa si è stati e cosa si potrebbe ancora essere, sia fuori che dentro la realtà filmica (dopotutto, al giorno d’oggi nessuno vuole essere dimenticato!), ma il modo in cui si arriva a tirare le somme della questione è parecchio frettoloso e davvero poco accattivante.

In particolare, l’ultima parte del film tenta la carta dell’inaspettato colpo di scena, ma il risultato è una rivelazione che non riesce ad arrivare con la forza dirompente con la quale era stata probabilmente concepita; una scelta narrativa indubbiamente coraggiosa, che rischia però di dividere in maniera netta il pubblico, anche perché scarsamente giustificata a livello di logica narrativa interna e – soprattutto – di continuity della saga. Probabilmente, chi conosce bene l’universo dei film resterà più confuso che sorpreso.

Fan service calcolato e poco spontaneo

Non si può certo bollare So cosa hai fatto come un totale fallimento, sarebbe ingiusto: quel che è certo, però, è che sfortunatamente non siamo di fronte al requel (o legacy sequel) ispirato che forse molti fan speravano. Jennifer Kaytin Robinson dimostra un certo talento visivo e qualche buona intuizione nel rimettere in scena il mito del pescatore assassino e nel giocare a ricreare alcuni momenti iconici della pellicola originale (incluso l’inserimento di un cameo forse telefonato ma comunque atteso), ma inciampa nel gestire al meglio i suoi personaggi e le loro dinamiche, abbandonandosi a scelte di tono incerte e ad un fan service più calcolato che spontaneo. La speranza è che il prossimo capitolo – già anticipato dalla scena dopo i titoli di coda (vi consigliamo di non perderla se avete apprezzato Incubo finale) – dimostri un’imprudenza maggiore, non solo il desiderio di omaggiare e al tempo stesso decostruire il passato.

Guarda il trailer ufficiale di So cosa hai fatto

GIUDIZIO COMPLESSIVO

So cosa hai fatto si lascia guardare, così impegnato a muoversi tra fedeltà e rielaborazione, ma siamo lontani dai livelli che avevano caratterizzato un'operazione intelligente come quella del ben più riuscito quinto capitolo di Scream del 2022. Bollare l'operazione di Jennifer Kaytin Robinson come un totale fallimento sarebbe ingiusto: quel che è certo, però, è che non siamo di fronte al requel (o legacy sequel) ispirato che forse molti fan del franchise speravano.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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So cosa hai fatto si lascia guardare, così impegnato a muoversi tra fedeltà e rielaborazione, ma siamo lontani dai livelli che avevano caratterizzato un'operazione intelligente come quella del ben più riuscito quinto capitolo di Scream del 2022. Bollare l'operazione di Jennifer Kaytin Robinson come un totale fallimento sarebbe ingiusto: quel che è certo, però, è che non siamo di fronte al requel (o legacy sequel) ispirato che forse molti fan del franchise speravano. So cosa hai fatto, recensione del nuovo capitolo del franchise horror