Snake Eyes: G.I. Joe Le Origini è il terzo capitolo, arrivato nei cinema a partire dal 21 luglio, che arricchisce i fasti della saga di G.I. Joe, ispirata all’omonima linea di giocattoli che ha avuto un grande successo negli Stati Uniti degli anni ’60 prima di approdare – dopo diversi anni – sul grande schermo con un film omonimo iniziato nel 2009. In questo nuovo episodio, l’attenzione è tutta focalizzata sul letale – quanto silenzioso – ninja Snake Eyes, interpretato nel film diretto da Robert Schwentke da Henry Golding (Last Christmas, The Gentlemen) e affiancato da Andrew Koji, Samara Weaving, Haruka Abe, Tahehiro Hira, Iko Uwais e Úrsula Corberó, già star della serie spagnola targata Netflix La casa di carta.
Snake Eyes è un giovane uomo dal passato travagliato e oscuro: schivo, misterioso e solitario, dopo aver salvato la vita del legittimo erede del clan giapponese Arashikage, viene accolto come un figlio e un salvatore nell’antico e segreto nucleo del clan stesso. Dopo aver appreso dagli Arashikage le antiche – e tortuose – vie del guerriero ninja, il giovane riesce anche a trovare quello che più desiderava: un posto da poter chiamare casa. Ma quando i segreti del suo passato vengono svelati, l’onore e la lealtà di Snake Eyes saranno messi a dura prova, rischiando di incrinare la fiducia di coloro che gli sono stati più vicino.
Snake Eyes: G.I. Joe Le Origini è un tentativo più riuscito (e accattivante) dei suoi predecessori di fondere insieme oriente e occidente, Wuxiapian, spettacolo e divertimento: il risultato finale è puro intrattenimento senza pretese, ma che dà spunti di riflessione interessanti sullo stato di salute dell’industria del cinema attuale. Perché per quanto il film del tedesco Schwentke – che ha all’attivo dei titoli dal successo altalenante come i due capitoli della Divergent Series e R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà – si presenti con un’identità più definita e accattivante rispetto a quella dei primi due capitoli della saga targata G.I. Joe, un’identità capace di intrattenere e divertire il pubblico alla ricerca di brividi video-ludici (nella torrida estate), l’esito si conferma ancora una volta incerto e confuso, vittima di una condizione esistenziale che ormai accomuna fin troppo cinema della post-modernità.
Il primo grande dilemma morale, che sembra accomunare soprattutto i titoli più mainstream sul mercato, ruota intorno all’importanza di una buona sceneggiatura come ossatura salda del racconto, intorno alla quale costruire la narrazione e gli archi narrativi dei singoli personaggi. Dai characters passando per la semplice storia, sembrano tutti vittime di lacune e vuoti, mancanze macroscopiche che segnano lo sviluppo delle vicende mostrate per immagini. I protagonisti di Snake Eyes, a partire dall’eroe eponimo, hanno l’ambizione di dipanarsi in una complessità che non riescono mai a raggiungere, mancando la coincidenza con una rappresentazione a tutto tondo, capace di concedere loro un passato in grado di giustificare – e motivare – le azioni del presente. Snake Eyes sembra bloccato alla ricerca di una propria voce, di un timbro caratteristico che lo differenzi dagli altri due capitoli ma che non riesce ad allontanarlo dalle ombre di Wolverine – L’immortale o Doctor Strange, con quell’alone sospeso di oriente e magia, un’eredità ancora forte dei blockbuster degli anni ‘90-‘00.
L’elemento magico irrompe, infatti, in una realtà che è focalizzata lungo la via del guerriero solitario; le prove che Snake Eyes affronta ricordano il lungo allenamento che ha portato il Bruce Wayne di Nolan a trasformarsi nel Crociato di Gotham e la confusione di riferimenti e citazioni (involontarie) impedisce ai personaggi di crescere, evolvendosi in modo tale da compiere delle scelte coerenti e giustificate. Ad affascinare, in Snake Eyes: G.I. Joe Le Origini, sono le scene d’azione urban e malinconiche, eredi di un’estetica post-moderna che strizza l’occhio tanto al noir metropolitano (con contaminazione sci-fi, à-la Blade Runner) quanto ai nuovi franchise d’azione, ai tanti John Wick, Atomica bionda e Io sono nessuno che hanno già colonizzato gli schermi delle nostre sale, con universi popolati da coreografie serrate eredi del ritmo della tradizione Wuxia; combattimenti scenografici, eccessivi ma pirotecnici che si collocano nel complesso più ampio della narrazione.
A mancare, nel film, è una visione d’insieme capace di creare un setup solido per i successivi sequel (di cui uno già annunciato a maggio 2020); una storia originale e autonoma in grado di raccontare, in modo soddisfacente e completo, il passato di uno dei personaggi più misteriosi della saga, l’enigmatico ninja muto al quale si è cercato di restituire una voce e un’identità. Ma l’incoerenza – quanto la non-capacità di scrivere una sceneggiatura solida e profonda, scavando oltre la superficie – ha trasformato un valido tentativo in una mera operazione commerciale (munita di un cast dal profondo appeal di mercato), che rimane comunque l’erede più interessante dell’universo di giocattoli Hasbro targato G.I. Joe, anche solo per la sua capacità di mescolare le influenze, superando i rigidi paletti imposti dal genere.


