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Smile 2, recensione dell’horror con Naomi Scott

Naomi Scott, intensa e credibile, è la protagonista di Smile 2, regia di Parker Finn. Il sequel del popolare horror del 2022 arriva nelle sale italiane il 17 ottobre per Eagle Pictures.

Nasce corto e diventa un film di successo; il protocollo hollywoodiano standard, a questo punto, è quasi un riflesso condizionato. Da un piccolo seme è germogliato un franchise: Smile 2, sequel del popolare horror del 2022 diretto da Parker Finn – al timone anche dell’originale – e interpretato da Naomi Scott, Rosemary DeWitt, Lukas Gage, Peter Jacobson e non solo, arriva nelle sale italiane arriva il 17 ottobre per Eagle Pictures. Horror in competizione con parecchi altri horror, ma è inevitabile. La (nera) magia del periodo, con Halloween alle porte, “chiama” a gran voce il mercato. Smile 2 sfida la concorrenza puntando su un orrore psicologico e un impalpabile lavoro sull’atmosfera, senza dimenticare virtù e ricompense di uno storytelling più esplicito, violento e disgustoso.

Ha una protagonista notevole. Il passato di Naomi Scott, lo sdoppiamento professionale – non solo attrice, anche cantante – le è maledettamente servito per assemblare la personalità del suo tormentato personaggio, una popstar alle prese con demoni “professionali” e … di tutt’altro genere. Ma non si tratta solo di un casting azzeccato per affinità di background. Se Smile 2 riesce a essere un solido sequel che rilancia, aggiornandole, le premesse del primo capitolo costruendo un’atmosfera alienante e preoccupandosi di definire con scrupolo l’emotività della protagonista, è soprattutto merito dell’energia nervosa e della vitalità (ironico, in una storia del genere) della sua star. Una prova di livello nel segno di: fisicità, interiorità sconvolta, passione e shock improvvisi.

La vita da incubo di una popstar

Alfred Hitchcock l’aveva detto, tanti anni fa, e Parker Finn ha tenuto a mente la lezione. Con buoni risultati, tra l’altro, senza che questo conduca a deliranti e francamente improponibili confronti tra i rispettivi meriti artistici. Hitchcock l’aveva detto, l’aveva detto in riferimento al thriller, è vero, mentre qui siamo nel campo dell’horror puro ma il messaggio è valido lo stesso. Cos’aveva detto, di preciso, Hitchcock, nel suo monologo-conversazione con François Truffaut a proposito del rapporto tra ambiente, storia e personaggio?

Che ogni buon regista, ogni drammaturgo che si rispetti, deve saper valorizzare non solo il potenziale drammatico dei personaggi (carattere, fisicità, abilità professionali) ma anche le possibilità offerte dagli ambienti al cui interno si muovono i personaggi. Quindi, se capita di girare un film sulla riva di un lago, qualcuno dovrà annegarci. Se la storia di spionaggio è ambientata in Olanda, i mulini a vento si useranno per trasmettere messaggi in codice a proposito di un non ben specificato intrigo internazionale. Questa era lezione che Hitch ci ha trasmesso, e Finn l’ha messa a frutto per Smile 2.

È la storia di una popstar, raccontata dal punto di vista di una popstar. Tutto quello che, del suo ambiente – lo sfiancante show business che sbriciola la salute mentale – serve a irrobustirne il senso di delirio e paura, il film lo usa senza risparmio. D’altronde, c’è molto da scegliere e molto è scelto: l’attenzione morbosa dei fan, l’abuso di sostanze, pillole, alcolici, l’onnipresenza dei social, l’invadenza dei media, il rehab, la tendenza a fare della popstar un recipiente dalle sembianze umane per sogni, sfoghi e frustrazioni di milioni di persone, e, specularmente, l’inclinazione della popstar a crogiolarsi nelle sue insicurezze, rispondendo alla spinta disumanizzante dello show business degradandosi, lasciandosi divorare da nevrosi e paranoie, cercando aiuto nei posti sbagliati e dalle persone sbagliate.

Skye Riley (Scott) è una celebre popstar e ha passato un anno orribile. La presenza dell’opprimente madre-manager (DeWitt) non l’ha aiutata, le è servito molto tempo per riprendersi e il periodo sabbatico non ha fatto che gettare benzina sul fuoco delle sue insicurezze, rendendola più vulnerabile di prima. È alle soglie del tour che dovrebbe rimetterne in sesto la carriera, ma succede qualcosa e l’unica persona che può aiutarla è il misterioso Morris (Jacobson).

Due diversi tipi di paura, combinati

Quello che succede è che Skye entra in contatto con un’entità demoniaca – il cosa, il come e il perché della creatura resta un mistero ed è bene sia così – che agisce come un virus letale sulla mente dei malcapitati e, come segno distintivo, ha il temibile sorriso, un ghigno diabolico stampato sul volto degli infetti a preannunciarne una fine orribile. Su queste basi, Smile 2 sottopone la protagonista a una doppia prova. Parker Finn combina due horror in uno, assicurandosi che le linee narrative principali – la lotta della protagonista contro la creatura, l’esplorazione della vita e delle ombre di una popstar – siano contemporaneamente amalgamate e indipendenti.

Più prosaicamente, Smile 2 è il tentativo di accostare due tipi di paura, l’uno scatenato da ansie e nevrosi quotidiane, l’altro immune alle leggi della logica e del buon senso, sovrannaturale, difficile da definire e assolutamente mortale. È chiaro che l’equilibrio non potrà mai essere perfetto, anzi, per niente al mondo dovrà esserlo. Alla fine, l’entità dovrà avere la meglio sul racconto dell’industria dello spettacolo. Il pubblico è qui per questo e così va interpretato lo scioccante finale, il suo rimettere le cose a posto secondo le convenzioni del franchise concedendo al male irrazionale l’ultima parola. È comunque apprezzabile che il film cerchi di darsi spessore oltre i suoi punti di forza più riconoscibili.

C’è un sincero interesse a esplorare zone d’ombra e cortocircuiti del mondo della musica analizzando l’impatto che una costruzione artefatta e meccanica, industriale, della vita e della carriera di una giovane donna, può avere sulla sua salute mentale. Spoiler, è disastroso. Eppure, la vita di Skye è fatta di problemi che solo tangenzialmente sono riconducibili alla sua professione. La suspense di Smile 2 è costruita su un intelligente scivolamento di prospettiva: il mondo osserva la protagonista comportarsi in maniera apparentemente illogica e pensa all’ennesima popstar impasticcata (look ibrido tra Lady Gaga e Amy Winehouse) che ha perso il controllo della sua vita. Lo spettatore sa che non è così, la lotta per il controllo di Skye va ben al di là del suo lavoro, è una partita disperata contro il Male.

A un certo livello, però, il confine tra ansie professionali e non si confonde, al punto che il film non è più in grado di dirci quanto di quello che accade sia attribuibile al demone e quanto sia il prodotto di un’interiorità devastata dalla pressione e dal successo. Naomi Scott costruisce il personaggio con energia, elettricità e una passione forte. Se Smile 2 –  troppo pigro nell’ossessivo affidarsi a shock improvvisi e disturbanti effetti sonori – riesce a sostenere la sua paura intelligente, dipende in gran parte dalla capacità della protagonista di abitarne i due versanti con la stessa energica disinvoltura. Si tratti della paura quotidiana, o del fantasma di un sorriso.

Guarda il trailer ufficiale di Smile 2

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Brady Corbet ha tentato la via autoriale, insieme a Natalie Portman, con Vox Lux. M. Night Shyamalan con Trap se ne è servito, ma trasversalmente. Smile 2 è il primo horror che prova a entrare (in tutti i sensi) nella mente di una popstar moderna. Un mix di paura realistica e sovrannaturale per una narrazione troppo stereotipata negli effetti ma capace di costruire una paura intelligente. Brava e credibile Naomi Scott; sarebbe interessante lo step successivo, un horror che racconti, senza entità demoniaca, solo l’industria della musica e i “suoi” mostri.

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