martedì, Settembre 27, 2022
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Sing 2, recensione del sequel del franchise animato di Illumination

La recensione di Sing 2, sequel del franchise animato di Illumination, scritto e diretto da Garth Jennings. Al cinema dal 23 dicembre.

Sing 2 è pronto a portare nuovamente l’adrenalina dello spettacolo, il fascino della musica e l’epopea pirotecnica dei sentimenti che esplodono sulla scena direttamente sul grande schermo, cercando di bissare il successo del primo capitolo datato 2016; ancora una volta, alla regia c’è Garth Jennings e nel cast delle voci originali ritroviamo talent come Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Scarlett Johansson, Taron Egerton e Tory Kelly ai quali si aggiunge la prestigiosa voce di Bono, leader della rock band irlandese U2, doppiato in italiano dal “nostro” bluesman Zucchero. Il film è pronto a debuttare nelle sale il 23 dicembre, giusto in tempo per arricchire la magia delle feste (e il ricco parterre delle uscite cinematografiche natalizie, tra le quali possiamo citare Spider-Man: No Way Home, House of Gucci, West Side Story e l’italianissimo Diabolik).

In questo nuovo capitolo, i protagonisti dei brillanti spettacoli adibiti al Moon Theatre – gestito dal Koala Buster Moon – dovranno temporaneamente compiere un viaggio per esibirsi sul palco di una grande città, cercando di esportare il loro talento nella scintillante e caotica Redshore City. Una volta arrivati nella metropoli e conquistata, non senza qualche difficoltà, l’attenzione dello spregiudicato produttore Mr. Crystal, ai talentuosi divi del Moon Theatre non resterà altro da fare che giocarsi ogni singola carta a loro disposizione per portare in scena un musical spettacolare (e, letteralmente, spaziale) convincendo perfino una vecchia leggenda del rock come Clay Calloway a partecipare, abbandonando per un po’ “l’isolamento dorato” dietro il quale ha nascosto se stesso e il proprio dolore.

Sing 2 porta avanti un franchise di successo targato Illumination (la “casa delle idee” animate che ha regalato al pubblico il Gru di Cattivissimo Me e i Minions) alzando notevolmente la posta in gioco: tutto è più opulento e stupefacente in questo sequel, dalle scenografie ai numeri musicali che seducono il piacere retinico dello spettatore fino a solleticarne l’immaginazione. Ma più si arricchisce il comparto visivo del film, più sembra depauperarsi la sfera emotiva sacrificandosi in nome di una sceneggiatura più tradizionale e prevedibile, fragile e funzionale all’impatto estetico della storia.

Di certo, tra tutti i sensi dello spettatore coinvolti nella visione di un prodotto audiovisivo in sala, Sing 2 è capace di dialogare direttamente con vista e udito, offrendo deliziose soluzioni capaci di soddisfare tanto il gusto dei più piccoli quanto quello degli adulti esigenti: le voci dei talent originali brillano nei numeri musicali, costruiti in modo sempre più pirotecnico e scenografico, talmente immersivi da essere capaci di trascinare il pubblico direttamente nel turbinio delle prove, dei numeri musicali da costruire, delle coreografie da provare e riprovare prima di raggiungere la perfezione.

Il film d’animazione mostra uno spaccato realistico (anche se funzionale alla narrazione cinematografica) del dietro le quinte di un allestimento teatrale, permettendo di spiare dal buco della serratura gli addetti ai lavori che infondono progressivamente vita – e corpo – a sogni di carta usciti dal cassetto di qualche grande utopista incapace di arrendersi perfino di fronte a mille, inaccessibili, difficoltà. E proprio questa è una delle tante morali disseminate all’interno del film: forse alcune sono espresse in modo didascalico, quasi sottolineate – come se ce ne fosse davvero bisogno, nonostante la struttura della storia – mentre altre si annidano nelle svolte della sceneggiatura, nelle pieghe dei piccoli (e grandi) viaggi personali che intraprendono i vari personaggi.

Infatti Sing 2 parla tanto dell’importanza di credere sempre – e in modo incrollabile – nei propri sogni, perfino quando si ricevono delle critiche aspre che potrebbero condurli alla dissoluzione, quanto dell’importanza degli amici come sostegno morale nelle proprie battaglie quotidiane. “Nessuno si salva da solo”, sembrano implicitamente dichiarare i vari personaggi: dal leone Clay, rinchiuso nel proprio dolore inconsolabile, passando per la timida insicurezza di Meena e Johnny fino alle vertigini di Rosita; ognuno di loro ha bisogno dell’altro per sbocciare, per poter “esplodere” nell’aria come un fuoco d’artificio impossibile d’arrestare. E quando le parole o le azioni non aiutano ad esprimere i propri reali sentimenti, ci pensa la musica a colmare tali mancanze, permettendo ai vari personaggi di trovare la propria voce affermandosi così in un universo ben più competitivo, rapace e spietato di quello da cui provengono, contrapponendo in tal modo il loro mondo di provincia con una megalopoli – Redshore City – capace di trasformarsi tanto in madre accogliente quanto in spietata matrigna.

Ma Sing 2 mostra comunque i propri limiti proprio dove il primo capitolo riusciva invece ad aggirare, con naturalezza, gli ostacoli più scontati posti lungo il percorso: nel precedente film l’immediatezza – e la semplicità – della trama permettevano di accogliere subito il suo cuore pulsante, parteggiando naturaliter con i personaggi che vivevano sullo schermo le grandi difficoltà offerte dal viaggio più grande della vita, ovvero conoscere se stessi e trovare il coraggio di affermare il proprio posto nel mondo. Sing 2 sembra sacrificare un po’ della magia originale in nome di una spettacolarizzazione maggiore, di un intrattenimento incalzante ma manieristico, ricco di gag e battute ma povero di emozioni più profonde capaci di squarciare il velo variopinto degli impeccabili numeri musicali e delle trascinanti canzoni.

Guarda il trailer ufficiale di Sing 2

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Sing 2 porta avanti un franchise di successo targato Illumination alzando notevolmente la posta in gioco: tutto è più opulento e stupefacente in questo sequel, dalle scenografie ai numeri musicali che seducono il piacere retinico dello spettatore fino a solleticarne l’immaginazione. Ma più si arricchisce il comparto visivo del film, più sembra depauperarsi la sfera emotiva sacrificandosi in nome di una sceneggiatura più tradizionale e prevedibile, fragile e funzionale all’impatto estetico della storia.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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