Come guardano il mondo le piante? Questo è il genere di domanda che ci si potrebbe immaginare formulata da un bambino, oppure da qualcuno sotto l’effetto di sostanze psichedeliche. Le due cose, si scoprirà durante il film, non sono poi così lontane. Ma a chiederselo seriamente è Ildikó Enyedi, regista e sceneggiatrice ungherese che con Silent Friend costruisce 145 minuti di cinema attorno a una presenza apparentemente immobile: un ginkgo biloba piantato nel 1832 nel giardino botanico dell’Università di Marburgo. È lui l'”amico silenzioso” del titolo, un essere vivente che ha quasi due secoli, che ha visto passare generazioni di uomini e donne e che continua a essere lì mentre il mondo intorno cambia, non necessariamente in meglio.
La trama di Silent Friend
Nel 1908 Grete (Luna Wedler) vuole diventare una delle prime donne ammesse all’Università di Marburgo. Davanti a una commissione composta da uomini viene interrogata sulla classificazione sessuale delle piante di Linneo: domande scientifiche trasformate rapidamente dai professori in allusioni sessuali e tentativi di umiliazione. Grete non si lascia intimidire e, una volta ammessa, incontra il fotografo Fuchs (Martin Wuttke), cominciando a scoprire attraverso l’obiettivo forme e geometrie nascoste nel mondo vegetale.
Nel 1972 Hannes (Enzo Brumm), ragazzo introverso e impacciato, si avvicina a Gundula (Marlene Burow), giovane ricercatrice molto più disinvolta di lui, interessata alla possibilità di registrare le reazioni delle piante. Quando lei gli affida un geranio collegato a un sensore, quello che comincia come un tentativo di avvicinarsi a una ragazza diventa lentamente un nuovo modo di osservare un essere vivente.
Nel 2020 arriva da Hong Kong il neuroscienziato Tony Wong (Tony Leung), specializzato nello studio dell’attività cerebrale dei neonati. La pandemia blocca quasi immediatamente il progetto che lo ha portato in Germania e lo lascia solo in una città improvvisamente deserta. Tony comincia così a frequentare il giardino botanico e a interessarsi al gigantesco ginkgo, consultandosi a distanza con la botanica Alice Sauvage (Léa Seydoux). Progressivamente trasferisce sull’albero gli strumenti e le domande della propria ricerca neurologica: se è possibile registrare le reazioni del cervello di un bambino davanti al mondo, perché non provare a osservare quelle di un albero?

Le piante fanno l’amore, gli umani non più
C’è una traiettoria curiosamente sessuale che attraversa tutto Silent Friend. Nel 1908 la sessualità è qualcosa che gli uomini utilizzano per umiliare una donna: i professori provocano Grete attraverso il sesso delle piante, come se parlare apertamente di riproduzione fosse incompatibile con la rispettabilità femminile. Nel 1972 il rapporto di forza si è quasi capovolto: Gundula è libera, diretta, perfettamente consapevole del proprio desiderio ed è lei a chiedere esplicitamente ad Hannes se voglia andare a letto con lei. Nel 2020, in piena pandemia, la sessualità umana sembra quasi essersi dissolta del tutto: Tony è solo, Alice esiste attraverso uno schermo e i corpi sono diventati qualcosa da tenere a distanza.
In poco più di un secolo gli uomini hanno imparato a parlare liberamente di sesso, ma sembrano aver progressivamente dimenticato come entrare davvero in contatto gli uni con gli altri. Le piante, invece, continuano tranquillamente a fare quello che hanno sempre fatto. E Ildikó Enyedi si diverte a ricordarlo. Il gigantesco ginkgo di Marburgo è un esemplare femmina isolato e Alice spiega a Tony il suo antichissimo sistema riproduttivo. Il ginkgo è una specie dioica: esistono individui maschili e femminili separati e, dopo l’impollinazione, produce spermatozoi flagellati capaci letteralmente di muoversi attraverso un liquido per raggiungere la cellula uovo, una modalità riproduttiva arcaica e rarissima tra le piante a seme.
Nel film questa stranezza botanica smette rapidamente di essere semplice curiosità scientifica e diventa qualcosa di sorprendentemente sensuale. Le piante fanno sesso, desiderano nell’unico modo in cui una pianta può desiderare, cercano l’altra metà necessaria a continuare la propria esistenza. In un film pieno di solitudine e conversazioni mancate, è paradossalmente il vecchio albero immobile a diventare una delle creature maggiormente proiettate verso un altro essere vivente.

Il cinema attraverso gli occhi di un albero
Le tre storie non procedono come episodi chiusi, ma vengono continuamente intrecciate dal montaggio di Károly Szalai. Lo stesso luogo diventa una specie di memoria fisica dentro cui passato e presente convivono, soluzione che può ricordare Il suono di una caduta di Mascha Schilinski, dove erano invece le mura della stessa fattoria a custodire vite separate da generazioni. Qui, a rimanere immobile mentre tutto cambia, è il ginkgo: testimone di tre epoche, tre modi di vivere e tre differenti rapporti tra l’uomo e ciò che lo circonda.
La cineasta ungherese e il direttore della fotografia Gergely Pálos rendono immediatamente riconoscibili i tre periodi attraverso tre supporti differenti: 35 mm in bianco e nero per il 1908, 16 mm a colori, caldo e sgranato, per il 1972 e digitale per il 2020. Ma c’è soprattutto un’altra scelta decisiva: Enyedi dedica alle piante, ai rami, alle foglie, alle cortecce e ai movimenti quasi impercettibili della natura uno spazio che normalmente il cinema riserva ai volti.
Gli esseri umani finiscono spesso ai margini, lontani tra loro o addirittura dietro qualcosa di vegetale. A tratti sembra davvero che il film non sia semplicemente dedicato all’albero, ma raccontato dall’albero. Il ginkgo è in campo, in quinta, sullo sfondo, davanti agli uomini. Guarda senza poter parlare. Ed è proprio perché non parla che finisce per sembrare il personaggio che ha capito più cose di tutti.

Guardare il mondo senza essere al centro
La domanda iniziale torna allora ad assumere tutto il suo peso: come guardano il mondo le piante? Tony parte dallo studio dei neonati e da una distinzione fondamentale: l’adulto possiede una coscienza simile a un faro, concentra l’attenzione su qualcosa, seleziona, elimina il resto, organizza continuamente la realtà sulla base di ciò che ritiene importante. Il neonato ha invece una coscienza simile a una lanterna, diffusa in tutte le direzioni, meno selettiva e più aperta a ciò che lo circonda.
La regista prova a fare qualcosa di molto simile con il cinema: non vuole soltanto spiegare come potrebbe percepire il mondo una pianta, vuole per qualche istante costringere lo spettatore a rinunciare al proprio modo abituale di guardarlo. Il ginkgo è vivo: respira, reagisce, cambia, attraversa il tempo con una velocità completamente diversa da quella umana. Tony registra i suoi segnali e li trasforma in immagini, mentre Enyedi mette quel flusso in relazione con le rappresentazioni dell’attività cerebrale dei neonati. Non significa sostenere ingenuamente che un albero abbia un cervello umano nascosto nella corteccia.
Al contrario, il punto è accettare la possibilità che esistano forme di esperienza del mondo radicalmente diverse da quella degli esseri umani, difficili da comprendere proprio perché l’uomo continua a cercare sé stesso in qualsiasi cosa osservi. Il film combatte questa tendenza antropocentrica anche formalmente: l’inquadratura non deve necessariamente privilegiare l’uomo, il tempo di una scena non deve necessariamente coincidere con la sua impazienza, un ramo mosso dal vento può meritare la stessa attenzione di un volto.

Un secolo sotto lo stesso ginkgo
I 145 minuti di Silent Friend sono lenti, certo, ma mai noiosi. È un film meditativo, contemplativo, ipnotico e allo stesso tempo bizzarro, capace di passare dalla botanica al sesso, dalla neurologia alla fotografia, dal Covid agli psichedelici senza perdere quella leggerezza quasi impalpabile che contraddistingue la regista ungherese. Procede al ritmo delle piante, aspettando che sia lo spettatore ad adeguarsi.
E dietro questa apparente semplicità c’è una regista di grandissima classe, capace di dare peso a qualsiasi cosa scelga di inquadrare. Se una foglia occupa metà dell’inquadratura non è lì per rendere più elegante il quadro. È lì perché esiste. Alla fine è questa la richiesta, semplice e gigantesca, di Silent Friend: smettere almeno per un momento di pensare che il mondo sia organizzato intorno all’uomo. L’essere umano ha costruito una civiltà capace di interpretare, catalogare e utilizzare quasi tutto ciò che lo circonda, ma la stessa intelligenza con cui ha provato a dominarlo rischia di condurlo all’autodistruzione.
Fuori dal suo campo visivo esistono ritmi, linguaggi e forme di vita che procedono indipendentemente da lui. Le piante sono lì da molto prima e conoscerle meglio non significa soltanto imparare qualcosa su di loro, ma modificare il modo in cui l’essere umano concepisce sé stesso. Forse possono davvero salvare l’umanità, suggerisce Enyedi, ma prima bisognerebbe compiere il difficilissimo esercizio di smettere di trattarle come cose e fare amicizia con il silenzio.


