lunedì, Settembre 20, 2021
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Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, recensione del film Marvel

La recensione di Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, il nuovo film dei Marvel Studios con protagonista Simu Liu. Dal 1 settembre al cinema.

C’è sempre una certa dose di pressione e responsabilità quando si tratta di essere “i primi”. Nel 2018, Black Panther è stato il primo cinecomic dei Marvel Studios a celebrare la cultura afroamericana. L’anno seguente, nel 2019, Captain Marvel è stato il primo cinecomic dei Marvel Studios ad avere come protagonista assoluta un supereroe donna. Ora è finalmente pronto a fare il suo debutto nelle sale un altro film di supereroi appartenente alla categoria delle “prime volte”: stiamo ovviamente parlando di Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, il primo cinecomic del MCU incentrato su un eroe asiatico, ma non solo.

Il film, in uscita dal 1 settembre nelle sale italiane (e dal 3 in quelle americane), presenta non solo il primo personaggio asiatico della Marvel in qualità di protagonista assoluto (in passato, c’erano già stati personaggi di origine asiatica nel MCU – basti pensare a Wong o all’agente Jimmy Woo -, ma erano stati usati essenzialmente come secondari o come aiutanti/spalle degli eroi principali), ma anche – come accaduto con il già citato Black Panther – un cast composto prevalentemente da attori asiatici che include, oltre al protagonista Simu Liu (praticamente sconosciuto a livello internazionale), anche la cantante e attrice Awkwafina (già apprezzatissima per la sua performance nel bellissimo The Farewell) e i leggendari Michelle Yeoh (La tigre e il dragone) e Tony Leung (attore feticcio di Wong Kar-wai, indimenticabile protagonista del capolavoro In the Mood for Love).

Essendo una storia di origini, Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli abbraccia tutti i topoi della tradizionale “nascita dell’eroe” targata Marvel Studios, che passa naturalmente attraverso la ricerca e la scoperta della propria identità e che, in passato, aveva caratterizzato i “viaggi” di tantissimi degli eroi dell’universo condiviso (a cominciare da Steve Rogers/Captain America). Shang-Chi, infatti, deve confrontarsi con un passato che pensava di essersi lasciato alle spalle quando viene trascinato nella rete della misteriosa organizzazione dei Dieci Anelli, guidata da suo padre Wenwu. Il viaggio dell’eroe eponimo è narrato attraverso immagini straordinarie, arricchito da strabilianti sequenze d’azione che, in base allo stile di combattimento impiegato, sono in grado di far emergere in maniera sorprendente il lato più avvincente e divertente del racconto e, al tempo stesso, quello più affascinante e sensuale.

Dal punto della messa in scena, il lavoro di Destin Daniel Cretton (Il castello di vetro, Il diritto di opporsi) è sicuramente encomiabile, sorretto da un cast di attori perfettamente amalgamati tra cui spicca per simpatica e dolcezza la performance di Awkwafina, ineccepibile spalla comica che rimane una sorta di punto fermo, di àncora per Shang-Chi nel suo viaggio alla scoperta di sé, dimostrando inoltre una deliziosa alchimia con il protagonista Simu Liu, al quale va il merito di aver aggiunto un pizzico di leggerezza ad un personaggio dei fumetti noto per essere particolarmente “serioso”. In tal senso, un ruolo fondamentale ha giocato probabilmente il lavoro di riscrittura del materiale originale (opera di Cretton e del co-sceneggiatore David Callaham, già dietro i recenti Wonder Woman 1984 e Mortal Kombat), che si riflette in maniera particolare anche nella rielaborazione del personaggio interpretato da Tony Leung, ossia il famigerato Mandarino, che si distacca in maniera preponderante dalla controparte fumettistica. Nei panni di Wenwu, padre di Shang-Chi e capo dell’organizzazione dei Dieci Anelli (che nel film diventano dei bracciali), l’attore hongkonghese porta una sorprendente e tangibile profondità di carattere ad un villain per certi versi atipico, pieno di rabbia e angoscia, spinto dal dolore a compiere atti nefasti, anche a spese del bene più prezioso (ossia, quello nei confronti di suo figlio).

Dove però Shang-Chi si rivela instabile, svelando una fragilità strutturale di non poco conto, è nella gestione del ritmo. Idealmente diviso in tre parti, il film di Cretton si rivela poco omogeneo nella gestione dei tempi narrativi. La prima parte, dal ritmo quasi forsennato, è sicuramente quella più riuscita. A partire dalla seconda parte, con il protagonista che si appresta a tornare alle sue origini e il comeback in scena di un “personaggio-collante” (non riveleremo la sua identità per ovvi motivi di spoiler alert!), il film sembra riprendere fiato ma al tempo stesso franare inevitabilmente, per poi assestarsi e ritrovare un suo equilibrio nella terza parte, quel gran finale in cui i temi caldi al centro della storia (oltre al “viaggio dell’eroe” c’è spazio anche per la famiglia, l’amicizia, lo scontro generazionale e il superamento del dolore) vengono affrontati in una chiave prettamente fantasy che, quantomeno dal punto di vista estetico (meno da quello narrativo), è comunque capace di mescolare quanto di più bello appartiene alla tradizione del folkore cinese.

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli racconta dell’affermazione della propria identità, della nascita dell’eroe che, finalmente consapevole della sua forza, decide in totale autonomia di abbracciare il suo destino, ma parla anche di legami familiari che possono essere stravolti dall’incapacità di riuscire a superare un grande dolore. Il film riesce nell’intento di mandare un messaggio positivo per lo spettatore, un messaggio a favore dell’affermazione e della consapevolezza di sé. Sfortunatamente, la cultura asiatica di cui il film dovrebbe farsi portavoce, riesce solo in parte ad emergere, scomparendo per la maggior parte del tempo dietro a meccanismi narrativi che sono ormai reiterati quando si parla del MCU.

Guarda il trailer ufficiale di Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dove Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli si rivela instabile, svelando una fragilità strutturale di non poco conto, è nella gestione del ritmo. Idealmente diviso in tre parti, il film di Destin Daniel Cretton si rivela poco omogeneo nella gestione dei tempi narrativi.
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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