Il survival horror dall’umorismo nero, la lotta di classe che ribalta i suoi poli, il conflitto tra i sessi, l’assurdo che scivola nel grottesco. Con Send Help, Sam Raimi torna all’horror dopo anni di cinema più industriale, provando a riallacciarsi a quella vena sarcastica e crudele che aveva attraversato opere come Drag Me to Hell e, ancor prima, Darkman, passando per il gusto per l’eccesso che ha caratterizzato anche titoli apparentemente più leggeri come Soldi sporchi o Spider-Man.
Il film è scritto da Damian Shannon e Mark Swift, coppia già nota per lavori come Freddy vs. Jason e il reboot di Venerdì 13, qui chiamata a confrontarsi con una materia che vorrebbe essere al tempo stesso politica, satirica e orrorifica. Protagonisti sono Rachel McAdams, lontana dalle sue consuete incarnazioni come quelle di Le pagine della nostra vita e Il caso Spotlight, qui impegnata in una trasformazione fisica e morale marcata, e Dylan O’Brien che, dopo il successo di Maze Runner e Love and Monsters, interpreta un antagonista volutamente detestabile. Il risultato è un film che ostenta una forte personalità, ma che finisce spesso per inciampare nel proprio stesso impianto.
La sopravvivenza secondo Sam Raimi
Linda Liddle (McAdams) è una contabile metodica, competente, invisibile. Da anni lavora per una grande azienda, convinta che l’impegno e la dedizione possano ancora essere premiati. Alla morte del fondatore, però, il ruolo dirigenziale che le era stato promesso viene affidato da Bradley Preston (O’Brien), figlio del defunto, al collega, compagno di golf e amico dai tempi del college, Donovan (Xavier Samuel). Tra umiliazioni quotidiane e dinamiche tossiche da ufficio, Linda trova una valvola di sfogo in Survivor, un reality di sopravvivenza che segue ossessivamente, sognando un riscatto lontano dalla scrivania.
Quando un viaggio di lavoro a Bangkok diventa l’ennesima occasione di mortificazione professionale, il destino interviene bruscamente: l’aereo precipita e solo Linda e Bradley sopravvivono, ritrovandosi su un’isola deserta. Qui le gerarchie si spezzano, le competenze si ribaltano, e la sopravvivenza quotidiana diventa un terreno di scontro continuo. Ogni possibile riconciliazione tra i due viene sistematicamente interrotta dalle insidie del luogo e da un’escalation di tensioni che trasformano l’isola – apparentemente inospitale – in un teatro di guerra psicologica e fisica.

Naufraghi tra scrittura e regia
Il cuore problematico di Send Help risiede nello scontro interno tra la sua scrittura e la sua messa in scena. Due forze che sembrano remare in direzioni opposte, come naufraghi incapaci di accordarsi su come costruire una zattera per salvarsi. La sceneggiatura procede per accumulo di situazioni e suggestioni, ma fatica a trovare una vera direzione, lasciando le tematiche – dal sessismo strutturale alla critica del potere aziendale – esposte alle intemperie, senza un riparo concettuale solido.
Raimi, dal canto suo, risponde con un’estetica iperbolica, spingendo sull’eccesso, sul grottesco, sul gusto per l’esagerazione che da sempre contraddistingue il suo cinema. Il problema è che questa spinta verso il parossismo non chiarisce il discorso, lo diluisce. L’horror viene costantemente sabotato dalla commedia, la commedia si irrigidisce in una forma didascalica, e l’assurdo finisce per diventare puro rumore di fondo. Il film sembra più interessato a portare all’estremo i segni riconoscibili del “marchio Raimi” (sangue, splatter, umorismo nero, violenza caricaturale) che a interrogarsi davvero sulle premesse che mette in campo.
Eppure, sotto questa superficie instabile, si intravede un’idea più interessante: quella di un’umanità che muta in base al contesto, che lascia emergere istinti primitivi solo quando viene spinta ai confini del mondo civile. L’isola diventa così uno spazio mentale prima ancora che geografico, un luogo in cui il corpo prende il sopravvento sulla morale e la sopravvivenza annulla ogni sovrastruttura sociale. Ma questa intuizione resta in gran parte soffocata dal bisogno costante di stupire, di alzare il volume, di trasformare ogni conflitto in uno sketch iperviolento. Il naufragio, più che narrativo, è tonale.

L’assurdo che diventa ridicolo
Send Help vorrebbe essere provocatorio, ma finisce spesso per inciampare nei propri eccessi. Il film accumula riferimenti – da Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto a Misery non deve morire, da Cast Away a Triangle of Sadness, con echi evidenti del già citato Drag Me to Hell – senza riuscire a metabolizzarli in una forma davvero personale. La critica sociale, anziché affondare il colpo, si disperde in una messa in scena che la rende caricatura di sé stessa. Lo scontro di classe e quello di genere vengono evocati, ribaltati, ma raramente approfonditi, schiacciati da una comicità che preferisce l’urlo alla riflessione.
La regia è tecnicamente solida, spesso inventiva, ma sembra prigioniera della necessità di esibire il proprio stile, anche a costo di sacrificare coerenza e tensione. Il risultato è un film che alterna momenti riusciti a lunghe sequenze di stanchezza narrativa, in cui l’eccesso non libera ma anestetizza. Raimi dimostra ancora una volta di saper maneggiare il linguaggio cinematografico, ma qui appare meno interessato a dire qualcosa di nuovo che a ripetere, deformandoli, i suoi stessi tic. Un ritorno che lascia la sensazione di un’occasione solo parzialmente colta.


