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Scream 7, recensione del film con Neve Campbell

Diretto da Kevin Williamson e interpretato da Neve Campbell, Courtney Cox e Isabel May, Scream 7 è al cinema dal 25 febbraio distribuito da Eagle Pictures.

Creatore del franchise, sceneggiatore e produttore che ne ha definito l’identità quantomeno linguistica, Kevin Williamson firma per la prima volta la regia di un capitolo di Scream, la saga che lui stesso ha contribuito a rendere un oggetto di culto postmoderno, ereditando la direzione di un progetto la cui gestazione passerà alla storia come una delle più travagliate che abbiano mai interessato un episodio dell’ormai longevo universo cinematografico (ricordiamo che in origine il settimo capitolo avrebbe dovuto portare avanti la storia dei personaggi di Samantha e Tara Carpenter, protagoniste di Scream del 2022 e Scream VI del 2023, mentre la regia era stata affidata a Christopher Landon, noto per i due capitoli di Auguri per la tua morte).

Essere una final girl… 30 anni dopo

Il ritorno di Neve Campbell nei panni di Sidney Prescott in qualità di protagonista assoluta – il personaggio era assente nel precedente Scream VI, dove veniva soltanto menzionato – rappresenta il perno concettuale ed emotivo dell’intero progetto. Non si tratta soltanto di riportare in scena la final girl per eccellenza, ma di interrogarsi su cosa significhi davvero esserlo oggi, a trent’anni di distanza (il primo Scream è uscito nel 1996), in un’epoca i cui il trauma non è più un elemento narrativo accessorio, ma sembra essersi trasformato in una categoria identitaria e soprattutto collettiva che trascende la mera dimensione psicologica.

Scream 7 guarda al proprio passato senza indulgere nella tentazione di mitizzarlo più di quanto non abbia già fatto, caricandosi di una responsabilità teorica prima ancora che narrativa. Kevin Williamson dimostra una consapevolezza invidiabile nella gestione della suspense, che se da un lato rimanda direttamente all’eredità di Wes Craven, dall’altro viene filtrata attraverso una sensibilità contemporanea che in alcuni frangenti non rinuncia alla brutalità fisica introdotta dai due capitoli diretti dalla coppia Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.

Scream 7. Photo Credit: Jessica Miglio © 2025 PARAMOUNT PICTURES.

Aggirare le trappole e i cliché 

La più grande abilità di Williamson sta nell’essere riuscito a costruire un film profondamente nostalgico senza mai trasformare quella stessa nostalgia in un gioco ammiccante e fine a sé stesso. Scream 7 è disseminato di rimandi, ritorni e presenze legacy – inclusi, come ben sappiamo, alcuni volti delle precedenti incarnazioni di Ghostface – ma evita accuratamente tutti i cliché più ovvi in cui sarebbe potuto scadere.

Dove altri franchise contemporanei si adagiano sulla riproposizione iconica di alcuni momenti cult, Williamson adotta una strategia diversa: il regista (anche produttore esecutivo e autore della sceneggiatura insieme a Guy Busick) integra il passato come elemento strutturale del racconto. Il ritorno di alcuni personaggi non è quindi un semplice espediente per soddisfare le aspettative dei fan e magari cullarne i ricordi, bensì un motore drammaturgico per costringere Sidney a confrontarsi con la propria memoria, con la persistenza del dolore e con la possibilità (o meno) di una vera tabula rasa.

Da questo punto di vista, il plauso maggiore che possa essere elargito a Scream 7 è quello di aver aggirato con intelligenza le trappole che all’apparenza sembravano più evidenti e preoccupanti: nessuna resurrezione implausibile; di conseguenza, nessuna retcon forzata e nessuna beatificazione dei killer storici. La nostalgia di cui sopra, unita al peso della memoria, diventano un terreno minato che Williamson attraversa con passo sicuro.

Scream 7. Photo Credit: Jessica Miglio © 2025 PARAMOUNT PICTURES.

Un mito costruito nel sangue

Se la forza dei capitoli precedenti di Scream era basata (anche) sul commento meta-cinematografico riguardo i meccanismi dell’horror e, in generale, dei franchise – dalla lezione di Craven fino al rilancio firmato da Bettinelli-Olpin e Gillett – Scream 7 sposta l’asse del discorso. L’ossessione non è più per il genere horror in sé, né per la logica industriale dei sequel e dei requel. L’ossessione diventa Sidney Prescott: la sopravvissuta trasformata in icona, in simbolo di resistenza, in figura quasi mitologica.

Il film mette in scena un culto deviato della superstite, un’attenzione morbosa nei confronti della donna che ha attraversato tutte le incarnazioni del massacro riuscendo ogni volta ad uscirne indenne. In questo cambio di prospettiva (l’eredità non è soltanto narrativa, ma identitaria), Kevin Williamson dimostra una lungimiranza notevole: il franchise smette di riflettere solo ed unicamente su sé stesso e inizia a interrogarsi sul peso dell’icona, sulla trasformazione della vittima in mito e sul trauma come legittimità simbolica. Come si vive dopo essere stati il centro di una saga? Come si cresce una figlia sotto l’ombra di un mito costruito sul sangue?

La minaccia nei confronti di Tatum, la figlia di Sidney (interpretata da Isabel May, nota per la serie 1883 di Taylor Sheridan), e a suo modo la rivelazione dell’identità che si cela dietro Ghostface rappresentano la concretizzazione del concetto di eredità: cosa si trasmette davvero oltre il proprio cognome? Il trauma può essere una risorsa, un addestramento alla sopravvivenza, oppure un fardello che condanna a replicare cicli di violenza?

Dal trauma… all’ossessione

Sidney non è più soltanto una final girl: è una donna che ha “attraversato l’oscurità”, una madre che ha trasformato la sopravvivenza in un’arma. La sceneggiatura lavora su un doppio registro: da un lato, Sidney come figura mitica della resilienza; dall’altro, Sidney come madre terrorizzata all’idea che il trauma possa diventare eredità genetica o destino narrativo. Scream 7 suggerisce che il trauma non sia soltanto una cicatrice, ma una forma di “competenza” che rischia di trasformarsi in ossessione.

È proprio in questa tensione che il film trova la sua sfumatura più interessante: il trauma può essere una risorsa o una condanna. Sidney non ha mai voluto essere identificata come una vittima: Sidney è una combattente. Eppure, il film si interroga con lucidità su quanto abitare questa condizione abbia un costo, soprattutto quando in ballo c’è il futuro di una figlia.

Scream 7. Photo Credit: Jessica Miglio © 2025 PARAMOUNT PICTURES.

Un Ghostface “a metà strada”

Sul piano strettamente registico, Kevin Williamson dimostra un ottimo controllo del ritmo e della tensione. Le sequenze di aggressione sono costruite con un senso dello spazio che richiama l’essenzialità dei capitoli di Craven, ma con una brutalità più esplicita e nervosa, in linea con l’approccio dei film diretti da Bettinelli-Olpin e Gillett. Il nuovo Ghostface è sadico ma meno incline al gioco citazionista: c’è una fisicità più marcata, un desiderio di umiliazione psicologica che si manifesta in telefonate meno ironiche e più crudeli.

È un killer che sfrutta la tecnologia per porsi esattamente a metà strada fra il meta-gioco anni ’90 e il nichilismo contemporaneo: una sintesi che restituisce al personaggio una pericolosità quasi primigenia, riportandolo ad essere una minaccia concreta prima ancora che un simbolo. Eppure, proprio quando il film arriva al momento più atteso – la rivelazione dell’identità del nuovo Ghostface – qualcosa si incrina. E questo per un motivo ben preciso…

Il tanto agognato colpo di scena

Al fine di non rivelare troppo (nonostante il film sia già uscito nelle sale, l’embargo per le recensioni scadeva soltanto oggi), ci limiteremo a dire che per la prima volta nella saga, il volto dietro la maschera non assume un peso specifico e/o determinate all’interno della narrazione. In passato, ogni Ghostface era legato in modo più o meno organico alla vita di Sidney, alla sua storia, alle sue relazioni. Qui, invece, ci troviamo di fronte ad un assassino che, pur con un movente che ben si integra nel discorso relativo all’ossessione di cui sopra, non possiede la stessa intensità drammatica dei suoi predecessori.

Non è una figura centrale del passato di Sidney né una presenza decisiva nel suo presente. La sua motivazione è più “teorica” che “emotiva”, più funzionale al tema centrale che realmente devastante sul piano affettivo. Il risultato è quindi un colpo di scena che lascia un retrogusto amaro: non tanto per la sua logica interna, quanto per la mancanza di quella “ferita personale” che aveva reso memorabili le rivelazioni dei capitoli precedenti.

Scream 7. Photo Credit: Jessica Miglio © 2025 PARAMOUNT PICTURES.

Continuare a sfidare “la maschera”

Scream 7 suggerisce che il trauma possa diventare una forma di alfabetizzazione alla violenza. Sidney è la quintessenza dell’evoluzione della final girl: è una madre, una sopravvissuta che ha imparato a convivere con il proprio passato senza negarlo. La sua forza non è l’invulnerabilità, ma la consapevolezza. Ed è qui che risiede forse l’aspetto più riuscito del film: l’idea che l’eredità non sia la ripetizione del dolore, ma la possibilità di interromperne la trasmissione.

Così, Scream 7 rifiuta la comodità della facile autocitazione e tenta un passo ulteriore nel discorso meta della saga, spostandone il baricentro: dall’ossessione per le regole dell’horror a quella per la donna che quelle regole le ha attraversate e sovvertite. Non tutto funziona, e la scrittura tradisce in parte le ambizioni teoriche (senza considerare un lavoro di marketing assolutamente fuorviante), ma il film dimostra comunque un coraggio raro nell’interrogare ancora una volta il proprio mito fondativo invece di limitarsi semplicemente a celebrarlo, reiventando la maschera e, soprattutto, ridefinendo il volto che, per trent’anni, ha continuato a sfidarla.

Guarda il trailer ufficiale di Scream 7

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Scream 7 rifiuta la comodità della facile autocitazione e tenta un passo ulteriore nel discorso meta della saga, spostandone il baricentro: dall'ossessione per le regole dell'horror a quella per la donna che quelle regole le ha attraversate e sovvertite. Eppure, proprio quando il film arriva al momento più atteso - la rivelazione dell'identità del nuovo Ghostface - qualcosa si incrina, lasciando un retrogusto amaro.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Scream 7 rifiuta la comodità della facile autocitazione e tenta un passo ulteriore nel discorso meta della saga, spostandone il baricentro: dall'ossessione per le regole dell'horror a quella per la donna che quelle regole le ha attraversate e sovvertite. Eppure, proprio quando il film arriva al momento più atteso - la rivelazione dell'identità del nuovo Ghostface - qualcosa si incrina, lasciando un retrogusto amaro. Scream 7, recensione del film con Neve Campbell