giovedì, Luglio 29, 2021
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School of Mafia, recensione del fim di Alessandro Pondi

La recensione di School of Mafia, il nuovo film di Alessandro Pondi con Emilio Solfrizzi, Paolo Calabresi e Fabrizio Ferracane. Al cinema dal 24 giugno.

School of Mafia è il titolo del nuovo film di Alessandro Pondi (Chi m’ha visto) con protagonisti i giovani Giuseppe Maggio (Un amore così, Sul più bello), Guglielmo Poggi (Il Tuttofare) e Michele Ragno affiancati dai veterani Emilio Solfrizzi, Fabrizio Ferracane, Paolo CalabresiMaurizio Lombardi, Tony Sperandeo, Gianfranco Gallo, Maurizio Lombardi, Paola Minaccioni e Nino Frassica (visti entrambi nel recente Genitori vs Influencer) oltre a Giulia Petrungaro, Giulio Corso, Mario Pupella e Monica Vallerinie. Questa goliardica commedia che mescola lo sguardo disincantato dell’umorismo nostrano con il genere gangsteristico, approderà nelle sale dal 24 giugno.

New York, oggi. Tony Masseria, Joe Cavallo e Nick Di Maggio sono tre ragazzi newyorkesi che hanno sogni, aspirazioni e progetti diversi per le proprie esistenze: Nick è un chitarrista che sta per entrare nel talent show più famoso d’America, Joe è un cadetto dell’accademia di polizia e Tony è un insegnante di danza. Un ostacolo però li separa dalla realizzazione dei loro sogni: sono i figli dei tre boss mafiosi che si spartiscono i traffici illegali della città, determinati a farli diventare gli eredi dei loro affari anche contro le reciproche volontà. I tre padri rapiscono così i loro figli per portarli in Sicilia, alla scuola di Don Turi ‘u Appicciaturi, il Padrino più temuto, che dovrà addestrarli per diventare dei veri boss. Sarà un duro percorso per tutti e tre, ma sarà anche un viaggio di formazione e di crescita personale che permetterà a Tony, Nick e Joe di definirsi e capire ciò che sono veramente, ciò che vogliono e ciò che potranno diventare.

School of Mafia mescola, in modo giocoso e leggero, diversi generi: la commedia all’italiana dalla risata cinica e disillusa – a tratti perfino crudele – che è portatrice sana del gene dissacrante dell’autocritica; lo Spaghetti Western e infine il gangster movie, con una teoria di improbabili Bravi ragazzi che si muove sullo schermo. Generi che, in alcuni casi, sono stati dei capisaldi della nostra cinematografia (la commedia all’italiana), soprattutto di quella più creativa e mainstream degli anni ’70, tra film western e crime/poliziotteschi. Il tema della mafia, poi, sembra essere un leitmotiv ricorrente al quale strizza l’occhio da sempre il mezzo televisivo, tra sceneggiati e fiction più o meno recenti: come dimenticare, quindi, i grandi sceneggiati Rai in stile Joe Petrosino, oppure la ricostruzione opulenta messa in scena attraverso le varie stagioni della fiction La piovra?

Qualche anno fa Pif con i suoi La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore aveva cercato di costruire una narrazione diversa intorno a questo tema, tenendolo sullo sfondo ma raccontando altre storie in primo piano; con il film di Pondi siamo in un territorio completamente diverso. Lo spettatore viene catapultato in una dimensione posticcia più vicina alla sensibilità della commedia americana, dove gli stereotipi si trasformano in occasioni per delle gag, così come i luoghi comuni che dovrebbero strappare risate una volta collocati nel contesto di un film dalla trama leggerissima. Già scegliere tutti attori italiani per raccontare una storia ambientata tra New York e la Sicilia è una scelta che fa intendere la volontà di simulare un certo stile, addirittura di suggerire una certa atmosfera specifica che si palesa nei termini cari al “doppiaggese” (l’uso ripetuto del termine “sbirri”) oppure la presenza di termini anglofoni nell’intercalare dialettale, tutti elementi che non appartengono tanto al linguaggio della realtà quanto a quello di un immaginario fittizio e cinematografico.

E tutto, in School of Mafia, è posticcio e irreale: dalla fotografia satura e calda, che immortala la Sicilia come un paesaggio western, passando per i characters principali e quelli minori che li affiancano, fino alla trama esile e prevedibile, che non concede spazio alle variazioni sul tema né a sorprese percettive per lo spettatore. I personaggi principali sono dei “tipi fissi”, degli stereotipi in cerca di una tridimensionalità psicologica (come nel caso dei tre giovani protagonisti) oppure di una “credibilità di genere” (i loro padri, che si muovono in un immaginario “mob” sospeso tra la commedia demenziale e Martin Scorsese). Ad uscirne nel migliore dei modi sono i caratteristi, confermando ancora una volta come la nostra tradizione della commedia sia vincolata ai caratteri e alla lente deformante che essa riesce a gettare sulla realtà: Frassica, Lombardi e Minaccioni sono talmente eccessivi da risultare irresistibili, divertenti e brillanti, perfettamente in parte ma soprattutto sopra le righe, come richiede lo stile di questo tipo di commedia.

School of Mafia non è una commedia che vuole far riflettere né pretende di rileggere, sotto una nuova luce, la cronaca nera: il suo intento è quello di far ridere attraverso una comicità diretta, schietta, “a grana grossa”, tra gag slapstick e situazioni comiche già viste e collaudate; i personaggi non coprono un arco narrativo di cambiamento, attraversano solo le vicende come marionette in un teatro di burattini, eredi di quel filone più leggero della commedia che non offre impegno, ma pura evasione grazie allo schermo d’argento.

Guarda il trailer ufficiale di School of Mafia

GIUDIZIO COMPLESSIVO

School of Mafia mescola, in modo giocoso e leggero, diversi generi: la commedia all'italiana dalla risata cinica e disillusa - a tratti perfino crudele - che è portatrice sana del gene dissacrante dell'autocritica; lo Spaghetti Western e infine il gangster movie, con una teoria di improbabili Bravi Ragazzi che si muove sullo schermo.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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