Sono stati necessari quattro anni di lavorazione per portare a termine Scarlet, il nuovo lungometraggio animato di Mamoru Hosoda. Il film è prodotto dallo Studio Chizu, co-fondato dallo stesso regista per garantirsi piena libertà creativa dopo le tensioni che in passato lo avevano portato ad allontanarsi da altri studi, tra cui lo storico e prestigioso Studio Ghibli. Realizzato in collaborazione con Columbia Pictures, il film conferma una dimensione produttiva ormai aperta al mercato internazionale. Presentato fuori concorso in anteprima all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, Scarlet si inserisce nel solco del fantasy animato giapponese ma con un’ambizione dichiaratamente globale.
Tecnicamente il film colpisce fin da subito: fonde animazione tradizionale 2D e computer grafica 3D in modo fluido, creando ambienti che sembrano usciti da un videogioco di ultima generazione. Il risultato è visivamente accattivante, dinamico, capace di costruire un mondo che fonde armoniosamente tradizione e innovazione. Al centro di questo universo troviamo Scarlet, giovane principessa dai capelli rosa, figura sospesa tra fragilità e determinazione. A darle voce, nella versione originale, è l’attrice e cantante Mana Ashida, mentre Claudius è interpretato da Kōji Yakusho, vincitore del premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes 2023 per Perfect Days di Wim Wenders.
Di cosa parla Scarlet?
Scarlet è una principessa che, dopo il complotto politico orchestrato dallo zio Claudius contro il padre Amleth, condannato a morte per impadronirsi del trono, giura vendetta. Fallita la missione e colpita da un veleno mortale, si risveglia nella “Terra dei Morti”, un aldilà tormentato dove vita, morte e tempo convivono senza gerarchie. In questo spazio liminale, dominato da rovine, creature ibride e atmosfere crepuscolari, Scarlet è costretta a portare a compimento la propria vendetta per evitare la dissoluzione nel nulla. L’incontro con Hijiri, paramedico idealista, la porta progressivamente a mettere in discussione l’odio che la consuma. Ciò che nasce come un impulso di rivalsa si trasforma così in un interrogativo più radicale: è davvero la vendetta a restituire equilibrio?

Dalla vendetta al perdono
Scarlet affonda le proprie radici nella tragedia shakespeariana: la vicenda prende avvio nella Danimarca di fine Cinquecento e il dialogo con l’Amleto è esplicito. I personaggi portano gli stessi nomi dell’opera originale, con l’eccezione di Scarlet, unica reale variazione tematica introdotta da Hosoda. Il regista, infatti, non si limita a una semplice trasposizione. Se la tragedia elisabettiana è attraversata dal dubbio e paralizzata dall’esitazione, Scarlet sposta il baricentro dal dilemma dell’azione alla messa in discussione della vendetta stessa.
Una frase pronunciata da Hijiri sintetizza il nucleo del film: “Abbandonate le armi, parliamo.” È un manifesto programmatico, un invito al dialogo in un mondo segnato dalla guerra. Scarlet è dichiaratamente un film antimilitarista. Non glorifica il conflitto, ma lo mostra come un meccanismo distruttivo che si autoalimenta. In un’epoca storica in cui le tensioni globali tornano ad acuirsi, il messaggio appare più che mai attuale.

Un mondo visivamente potente, una narrazione fragile
Se sul piano visivo Scarlet convince senza riserve, sul piano narrativo emergono alcune fragilità. Il primo atto costruisce con efficacia l’universo fantastico e il percorso emotivo della protagonista; nel secondo, però, il ritmo si fa più lento, talvolta prolisso. Alcuni passaggi risultano prevedibili, altri esplicitano con eccessiva chiarezza il messaggio, sfiorando un tono didascalico. Anche i momenti musicali, pensati per intensificare l’emozione, finiscono per interrompere la tensione, che fatica a ricomporsi pienamente. L’impressione è quella di un film che possiede temi forti e condivisibili, ma che fatica a trovare una compattezza narrativa costante.
Eppure, nonostante queste debolezze, Scarlet riesce a far arrivare il proprio discorso. Parla ai più giovani, certo, ma forse è l’adulto contemporaneo ad averne maggiore bisogno. L’idea che il perdono possa interrompere la spirale della violenza è semplice, ma non banale. E se alla fine del percorso questo nucleo tematico riesce a emergere con chiarezza, il film può dirsi compiuto, almeno nelle intenzioni.


