sabato, Ottobre 1, 2022
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Robin Hood – L’Origine della Leggenda, recensione del film con Taron Egerton

L’arciere di Sherwood è pronto a scagliare ancora le proprie frecce sul grande schermo: questa volta al timone di regia c’è Otto Buthurst che infonde la propria esperienza televisiva (Black Mirror; Peaky Blinders) nel nuovo Robin Hood – L’Origine della Leggenda, curioso mash up post moderno con protagonisti Taron Egerton, Jamie Foxx, Ben Mendelsohn, Jamie Dornan, Eve Hewson, Tim Minchin e F. Murray Abraham.

Al ritorno dalle Crociate, Robin di Loxley (Egerton), giovane lord inglese, scopre che l’intera contea di Nottingham è dominata dalla corruzione incarnata dal sadico sceriffo di Nottingham (Mendelsohn). L’ingiustizia e la povertà in cui vive il suo popolo spingono così il giovane a tramare per organizzare un’audace rivolta contro la potente Corona d’Inghilterra: ma per farlo ha bisogno di un mentore, un abile quanto sprezzante comandante conosciuto durante le Crociate, Yahya/John (Foxx). Grazie a lui, il temerario Robin diventerà il leggendario Robin Hood e, forse, cercherà anche di riconquistare l’amore per la bella Marian (Hewson), che credeva ormai perduto.

Questa nuova versione dell’eterno mito ancestrale di Robin Hood (qui il trailer italiano ufficiale) sorprende per modernità: non si limita semplicemente a un ardito restyling, a un reboot sfrontato: Buthurst e il team di sceneggiatori riescono a trasformare l’arciere di Sherwood in un eroe post moderno vicino alle incoerenti contraddizioni dei nostri tempi.

Via l’aura romantica e tipicamente da Hollywood anni ’90 sfoggiata da Kevin Costner nella versione di Kevin Reynolds; via la colonna sonora rassicurante cantata da Bryan Adams; il Robin Hood di Egerton e soci è adrenalinico e carico di testosterone come una graphic novel a base di supereroi in lotta contro le forze oscure.

Il Medioevo che vediamo sullo schermo, ben lontano dalla veridicità storica, ricorda una favelas cupa e steampunk degna di un incubo futurista post-apocalittico alla Mad Max; i costumi sono moderni ma dal taglio antico, capaci di suggerire piuttosto una dimensione parallela e fantasy come quella evocata da Martin nel celebre Trono di Spade.

Più che puntare, quindi, alla coerenza e alla verità – due degli aspetti più importanti connessi al mito di Hood -, il regista sceglie di calare il poker d’assi dell’estetica patinata, moderna e veloce, figlia dell’era 3.0 e dei nativi digitali ai quali il film è destinato. Robin Hood è ormai sempre più lontano dal sorriso guascone e dai baffetti biondi di Errol Flynn: l’ultima incarnazione è lo stesso Egerton già avvezzo alle iperboliche evoluzioni di Kingsman, che anche qui non perde né la sfacciataggine né il sorriso guascone o la battuta pronta.

La dinamica che s’innesca tra Robin e “Little John” – sempre più lontano dall’essere “un orso”, da intendere sia come animale che come persona particolarmente brusca – ricorda da vicino quella di un buddy movie, in una versione fuori tempo – e fuori luogo – di Batman e Robin, o di Batman e Alfred il maggiordomo; e proprio il riferimento con “il crociato di Gotham” (e con la più recente incarnazione nolaniana) sembra l’esempio capace di calzare meglio al progetto Robin Hood targato Buthurst.

Il film segue infatti pedissequamente l’iter della trilogia del Cavaliere Oscuro, facendo presagire altri capitoli all’orizzonte: il giovane Robin torna dalla guerra – un conflitto che sembra consumarsi nell’Iraq odierno – e decide di mettere da parte se stesso prima in nome dell’amore, poi per una causa più grande, in un percorso di consapevolezza che lo porterà ad abbracciare, infine, il proprio destino da eroe fuorilegge.

Nonostante un’idea di partenza originale e rivoluzionaria, Robin Hood – L’Origine della Leggenda rimane vittima dell’eccessiva fiducia nella modernità, del proprio slancio cieco verso riferimenti pop che lo trasfigurano in un eroe post moderno, depauperandolo però dell’alone mitico e romantico che da sempre ne avvolge la leggenda e facendolo ricadere – tristemente – nell’enorme insieme nel quale giacciono tutti i supereroi dei nostri tempi, anche quelli in attesa della loro buona occasione per salvare il mondo.

Il trailer di Robin Hood – L’Origine della Leggenda

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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