Chi è Robin Hood? Il principe dei ladri, l’arciere infallibile, l’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri? Forse. O forse no. Di certo, non è questo il Robin Hood raccontato da Michael Sarnoski (Pig, A Quiet Place – Giorno 1) in Robin Hood – Il prezzo del sangue. Il regista americano mette le mani su uno dei personaggi più sedimentati nell’immaginario occidentale e decide di fare esattamente il contrario di quanto ci si potrebbe aspettare: non raccontarne la leggenda, ma smontarla.
Il Robin Hood interpretato da Hugh Jackman non è un paladino degli oppressi e non sembra neanche particolarmente interessato a esserlo. È un bandito, un assassino, un uomo che ha rubato e ucciso perché gli piaceva farlo e che ora, ormai anziano, è costretto a convivere con tutto il sangue lasciato dietro di sé. Ed è proprio questa distanza tra l’uomo e il mito a diventare il centro del film.
La trama di Robin Hood – Il prezzo del sangue
Anno Domini 1247. Robin Hood (Hugh Jackman) vive ormai lontano dagli uomini, rifugiatosi nella natura e apparentemente deciso a lasciarsi alle spalle la fama accumulata durante una vita di violenze. Quello che il mondo ricorda come un eroe è in realtà un uomo braccato dalle conseguenze delle proprie azioni: dietro ogni storia esistono vittime, famiglie distrutte e persone che non hanno dimenticato e che ora cercano vendetta.
A rintracciarlo è il suo vecchio compagno Little John (Bill Skarsgård), che gli chiede aiuto per difendere la propria famiglia. Robin accetta di seguirlo e quella che sarebbe dovuta essere un’ultima missione si trasforma rapidamente in una carneficina. Gravemente ferito durante lo scontro, Robin viene portato lontano dal campo di battaglia e affidato alle cure di un remoto priorato.
È qui che entra in scena Suor Brigid (Jodie Comer), priora di San Clemente e figura destinata a diventare il principale contrappeso morale del protagonista. Il film allora si ferma e cambia passo, concentrandosi sul corpo ferito del protagonista, sulle conversazioni, sui ricordi e soprattutto sul suo percorso di redenzione. Robin deve confrontarsi con ciò che ha fatto, con le persone che ha lasciato dietro di sé e con una leggenda che sembra ormai esistere indipendentemente dalle sue azioni.

Smontare il mito per cercare l’uomo
Il regista inserisce il suo Robin Hood in una tendenza particolarmente interessante del cinema contemporaneo: prendere una figura mitologica o leggendaria e umanizzarla. Odissea di Christopher Nolan, solo qualche settimana fa, ha compiuto un’operazione per certi versi simile con Ulisse. Anche l’eroe interpretato da Matt Damon torna da Troia schiacciato dalla memoria della guerra, dalle morti dei propri uomini e dalla violenza di cui egli stesso è stato artefice.
Robin Hood e Ulisse appartengono a tradizioni lontanissime, ma le loro recenti incarnazioni cinematografiche sembrano rispondere alla stessa domanda: che cosa resta dell’eroe quando si smette di ascoltare il racconto e si comincia a guardare ciò che ha realmente fatto? Per Michael Sarnoski la risposta è piuttosto radicale: forse gli eroi non esistono proprio. “Nessuno aiuta gli umili”, dice Robin in una scena del film, ed è una frase che pesa particolarmente all’interno di una storia dedicata all’uomo che per definizione dovrebbe aver trascorso la vita ad aiutare gli ultimi.
Si tratta di un ribaltamento potenzialmente affascinante, perché non si limita a proporre un Robin Hood “cattivo”, ma mette in discussione il funzionamento stesso della leggenda. La memoria collettiva seleziona, modifica, abbellisce. Il racconto può trasformare un criminale in un simbolo e, dopo abbastanza tempo, quel simbolo può diventare più vero dell’uomo che lo ha originato. Il problema è che Robin Hood – Il prezzo del sangue ha idee molto più interessanti del modo in cui riesce a raccontarle.

Un film diviso in due
Nel primo atto Sarnoski costruisce un film fisico, violento, brutale e sporco. Impossibile non pensare a The Northman: naturalmente manca la costruzione epica, rituale e quasi mistica di Robert Eggers, ma sorprende comunque la sicurezza con cui il regista gestisce inizialmente quel registro. Poi Robin viene ferito, arriva al priorato e il film cambia. Lo stesso Pat Scola, direttore della fotografia, ha spiegato come il primo atto sia stato pensato attorno al Robin Hood della leggenda, mentre il secondo e il terzo cercano l’uomo dietro quella leggenda, accompagnando questo passaggio anche attraverso il cambio di formato e della palette cromatica.
Ed è forse questo l’aspetto più sorprendente del film. Guardandolo, si ha davvero la sensazione di assistere a due opere differenti. La furia lascia spazio al silenzio, i grandi spazi diventano stanze, i corpi in movimento diventano volti, il racconto d’azione si trasforma in un dramma da camera sulla morte, sul peccato e sulla possibilità di essere perdonati. Una scelta coraggiosa e concettualmente coerente che impedisce almeno al film di diventare l’ennesimo rifacimento muscolare della leggenda.
Il problema è che “il secondo film” è molto meno riuscito del primo. Il ritmo, già volutamente compassato, diventa a tratti pachidermico. Sarnoski contempla Robin, lo ascolta, lo lascia soffrire e vorrebbe progressivamente trascinare chi guarda dentro il suo tormento, ma troppo spesso la contemplazione produce semplicemente distanza. Il film fatica così a trasformare il rimorso del protagonista in un autentico coinvolgimento emotivo e quella frattura visiva e narrativa che sulla carta doveva essere la grande intuizione dell’opera finisce per diventarne anche il principale limite.

Un cast che meritava di più
A risentirne è anche un cast che avrebbe potuto essere sfruttato decisamente meglio. Bill Skarsgård è probabilmente il caso più evidente: il suo Little John possiede un peso enorme nell’innescare la vicenda, ma scompare troppo presto dal centro del racconto. Ed è un peccato, perché il rapporto tra lui e Robin, due uomini sopravvissuti alla stessa vita di violenze scegliendo poi strade differenti, avrebbe potuto diventare uno dei nuclei più interessanti del film.
Brava anche Jodie Comer, che porta umanità e quiete al film, ma è soprattutto Hugh Jackman a tenere insieme ciò che rischia continuamente di sfaldarsi. È soprattutto grazie alla sua performance che il film ritrova intensità nel finale. Resta però la sensazione che Hugh Jackman meritasse un film capace di accompagnare fino in fondo un’interpretazione così intensa.
Robin Hood – Il prezzo del sangue è quindi un’opera particolare, più interessante da analizzare che da guardare. Sarnoski prende uno dei miti più riconoscibili della cultura popolare, lo “uccide” nei primi venti minuti (non a caso il titolo originale è The Death of Robin Hood) e poi ne osserva lentamente i resti, chiedendosi se sotto la leggenda possa ancora esserci un uomo degno di essere salvato. Ma quando il sangue si asciuga e rimangono soltanto il silenzio e il rimorso, il film non riesce a portare lo spettatore con sé. E la noia, inevitabilmente, comincia a farsi sentire.


