Silenzio. Di tutte, questa è probabilmente la parola che meglio si addice per descrivere Ritorno a Buenos Aires, presentato in Concorso per il Leone d’oro della Mostra del Cinema di Venezia 2026. Non perché sia un film muto o del tutto privo di dialoghi – non ce ne sono comunque molti, almeno fino all’atto finale, e per una ragione ben precisa -, ma perché il silenzio funge da filo conduttore tra la storia, la Storia e le scelte stilistiche del regista Marco Bechis.
Ritorno al cinema di finzione
Figlio del cinema documentario, Bechis torna alla finzione a quasi vent’anni da BirdWatchers – La terra degli uomini rossi con un’opera strettamente connessa a uno dei suoi primi lungometraggi, Garage Olimpo. Entrambi, infatti, traggono ispirazione dalla stessa vicenda biografica, ovvero il periodo di cattività subìto dal cineasta negli anni ‘70 – durante la dittatura argentina del generale Jorge Rafael Videla -, a seguito del quale è approdato in Italia e non se n’è più andato.
In Garage Olimpo, una donna subiva la sua stessa sorte e va incontro a un destino tragico, entrando a far parte degli oltre trentamila desaparecidos sterminati sistematicamente nei voli della morte. Il protagonista di Ritorno a Buenos Aires, invece, è riuscito a salvarsi e a tornare in Italia. Si chiama Mariano Guerra (Adriano Giannini), è un medico e trentatré anni dopo, nel 2008, sembra essersi lasciato tutto alle spalle. Finché, un giorno, viene richiamato dalla giustizia argentina per recarsi nella capitale e testimoniare contro i suoi aguzzini.

Un’importante testimonianza
Nonostante le similitudini tra Mariano e Bechis, quest’ultimo sostiene la netta separazione tra le due identità: “Mariano non sono io”, si legge nelle note di regia. Pare, insomma, che quando si tratta di scavare nella sua vita, il regista preferisca un racconto fittizio al cinema del reale. Comprensibile, vista la ferita profonda subìta, e se il risultato riesce comunque – ed è così – a trasmetterne tutta la portata, tutte le implicazioni e le ramificazioni psicologiche, non si sentirà affatto la mancanza di materiale d’archivio o resoconti di altre vittime. L’unica testimonianza che conta è lo sguardo del regista, e di riflesso le immagini che porta sullo schermo. E dei suoni, in questo caso.
Ma quali sono, nello specifico, queste immagini e questi suoni? Dei campi di prigionia si vede pochissimo, qualche sprazzo di flashback subito interrotto dal rifiuto mentale di Mariano, che vorrebbe solo dimenticare. Bechis lo asseconda, è paziente, aspetta che sia lui a liberarsi del blocco psichico autoimposto, affiancandogli una donna (Ana Celentano) che è lì per il suo stesso motivo e che lo spronerà a deporre davanti al giudice. Nel frattempo, a emergere è prima di tutto – come dicevamo in apertura – il silenzio.

Il grido silenzioso di una performance
Uomo taciturno e riservato, Mariano passerà gran parte del film ad avvolgersi nella placida e accogliente quiete sonora. Non vuole affrontare di petto il proprio trauma e per questo è restio a parlarne pubblicamente. È lui il primo a scegliere la via del silenzio, e ancora una volta Bechis gli fa eco, limitando al minimo indispensabile il commento sonoro extradiegetico e accentuando così il carattere introspettivo e riflessivo di Ritorno a Buenos Aires. A gridare con tutte le sue forze, allora, è la performance di Adriano Giannini, forse mai così intenso in un ruolo drammatico.
Il regista gli regala diversi primi piani, facendogli esprimere tutto il dolore e il senso di colpa di un individuo affetto dalla sindrome del sopravvissuto. Il volto dell’attore sostituisce qualsiasi fotogramma d’archivio e qualsiasi ricostruzione fittizia, a cui il cinema spesso ricorre. La Storia scorre nei suoi occhi mentre rivive gli atti disumani a cui ha assistito, e il suo sguardo vacuo dice più delle parole che escono dalla sua bocca. Solo alla fine si avverte un lampo di rabbia, di rivalsa, che riaccende improvvisamente il suo animo. Poi, di nuovo il silenzio. Questa volta, però, accompagnato da un senso di pace.


