mercoledì, Maggio 19, 2021
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Rifkin’s Festival, recensione del nuovo film di Woody Allen

La recensione di Rifkin's Festival, il nuovo film scritto e diretto da Woody Allen che arriverà nelle sale italiane dal 6 maggio.

Rifkin’s Festival è il film che segna l’atteso ritorno di Woody Allen dietro la macchina da presa: nonostante le recenti difficoltà incontrate dal cineasta sul mercato statunitense, la sua stella non sembra essersi offuscata in Europa, dove continua ad essere talmente amato e stimato da originare una co-produzione internazionale tra Spagna, Francia e Italia (grazie a Wildside e alla distribuzione garantita da Vision Distribution) per realizzare la sua ultima fatica, un’opera meta-cinematografica che riflette tanto sul mistero stesso del cinema quanto sul senso della vita. Il film, che sarà uno dei primi titoli in uscita a riportare il pubblico nelle sale italiane a partire dal prossimo 6 maggio, vede protagonisti Wallace Shawn e Gina Gershon, insieme a Louis Garrel (L’ufficiale e la spia, L’uomo fedele, Piccole donne), Elena Anaya, Sergi López e Christoph Waltz (che vedremo prossimamente nell’atteso The French Dispatch di Wes Anderson).

Mort Rifkin (Shawn) è un ex professore di cinema sposato con Sue (Gershon), ufficio stampa di numerose celebrità. Il loro viaggio al Festival del cinema di San Sebastian, in Spagna, è turbato dal sospetto che il rapporto della donna con il giovane regista e cliente, Philippe (Garrel), oltrepassi la sfera professionale. Ma quest’esperienza è per Mort anche un’occasione per superare il blocco che gli impedisce di scrivere il suo primo romanzo e per riflettere profondamente sul senso della sua vita: osservando, infatti, quest’ultima attraverso il prisma dei grandi capolavori cinematografici a cui è legato, Mort scopre una rinnovata speranza per il futuro, sempre condita dalle solite nevrosi quotidiane, da varie difficoltà e dall’assurdità caotica dell’esistenza stessa.

Rifkin’s Festival è come un frattale, ovvero un oggetto geometrico che ripete sempre se stesso, ma su scale diverse. Nello stesso modo Allen ne approfitta per creare una grande matrioska meta-cinematografica che ne contiene altre, capaci di riflettere sul suo cinema, su quello che lo ha ispirato e sul significato più profondo – e inafferrabile – della vita. Senza disdegnare il cinismo brillante e corrosivo, quanto la battuta arguta che da sempre scandisce il ritmo delle sue opere, il regista newyorkese architetta una lunga seduta di psicanalisi alla quale è invitato ad assistere anche il pubblico, che si ritrova così a sbirciare di nascosto – attraverso il buco della serratura – un processo intimo e strettamente personale.

Già la scelta della cornice psicanalitica rivela – volontariamente o meno – l’intento di Allen di riflettere sulla macchina cinema che viene smontata, filtrata, scomposta e infine ri-assemblata in un processo di rielaborazione costante, come se un terapista della settima arte spingesse il regista a rielaborare i propri traumi (e le proprie ossessioni) creative in una serie di incontri. Lo spettatore, voyeur di lusso, spia nell’insondabile spazio interno di Mort, ma anche in quello esterno che lo circonda e nel quale l’uomo si muove, come una sogliola schiacciata sul fondo del mare. Mort è una delle tante incarnazioni/essenze di Woody, un uomo maturo che riflette ancora sul significato intrinseco dell’esistenza ponendosi continuamente dei dubbi, tanto da finire paralizzato e infine schiacciato dal loro peso.

Ma Rifkin’s Festival, sfruttando la suggestiva cornice del Festival di San Sebastian, diventa anche un’occasione per sogghignare, sornioni, delle piccole idiosincrasie del cinema, dei “vizi privati e delle pubbliche virtù” dei personaggi che lo animano e che non sono solo quelli mediaticamente sovraesposti. Mostrare il clima di un festival, la girandola di impegni, incontri, proiezioni e party che li scandiscono; ma soprattutto il lavoro degli uffici stampa che sono sempre a contatto con attori e registi e quest’ultimi alle prese con i conflittuali rapporti con la stampa di settore: Woody Allen è “nel giro” da tanto tempo e sa come inglobare i meccanismi della grande “fabbrica del cinema” nella sua arte, filtrandoli attraverso la lente dissacrante e pungente che lo caratterizza.

Se nello sviluppo drammaturgico della storia Rifkin’s Festival rappresenta, per il cineasta, un modo per “parlarsi addosso”, rielaborando ancora una volta stilemi e topoi tipici del suo cinema che qui ritornano prepotentemente, scomodando analogie con altre opere del passato e una rielaborazione lucida delle proprie convinzioni riguardo al senso della vita, alle relazioni, ai rapporti tra uomini e donne, è nel mondo onirico che la commedia trova – in modo sorprendente – la propria peculiarità. Snodandosi sinuosa tra le crepe dei perturbanti freudiani che si insinuano nella realtà fino a distorcerla in modo creativo, la macchina da presa di Allen finisce quindi per trasformare il sonno (della ragione, sia nel cuore della notte che da lucidi) in una porta spalancata sui misteri dell’inconscio.

Da un espediente psicanalitico come quello dell’interpretazione dei sogni, nei quali spesso compaiono domande che ancora non sappiamo di volerci porre, Woody Allen riesce a tirare fuori il lato più comico dell’intera fatica cinematografica: le proiezioni di Mort Rifkin giocano con il cinema e i modelli che lo hanno segnato, ma che di riflesso sono stati fondamentali per la formazione dello stesso regista newyorkese. Federico Fellini, Ingmar Bergman, Jean-Luc Godard, Luis Buñuel ma anche Orson Welles: i grandi maestri del cinema vengono riletti attraverso la lente deformante dell’immaginazione “iperattiva” del regista trasformandosi non in brevi parodie, ma in veri e propri piccoli capolavori di rovesciamento comico, “sketch” intellettuali e citazionisti capaci di tirare fuori il lato più tecnico di Allen, tra giochi di chiaroscuri, luci e ombre che si inseguono tra arditi movimenti di macchina.

Quando il ritmo della sceneggiatura sembra rallentare, adagiandosi nel solco già tracciato delle domande esistenziali – “Chi sono davvero? Cosa voglio da me stesso? Ho trovato il mio posto nel mondo?” – e dei rapporti conflittuali che animano uomini e donne, creature volubili spesso vittime dei loro istinti e delle loro insicurezze, sono proprio i sogni di Mort a garantire lo stupore e la meraviglia nello spettatore, riconfermando l’essenza stessa del cinema in quanto sogno di celluloide. Ed è così che il Festival di Rifkin – a cui fa riferimento il titolo – si trasforma in una lunga seduta di psicanalisi, nel soliloquio arguto e divertito di un uomo al crepuscolo della vita, ma ancora pronto a cambiare e a mettersi in discussione, ammettendo candidamente di sapere cosa non vuole, come già hanno fatto prima di lui una nutrita schiera di personaggi dell’universo Woody Allen.

Guarda il trailer ufficiale di Rifkin’s Festival

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Rifkin’s Festival è come un frattale, ovvero un oggetto geometrico che ripete sempre se stesso, ma su scale diverse. Nello stesso modo Allen ne approfitta per creare una grande matrioska meta-cinematografica che ne contiene altre, capaci di riflettere sul suo cinema, su quello che lo ha ispirato e sul significato più profondo – e inafferrabile – della vita.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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