«Per ricordare occorre essere in due» confida Thomas (Benoît Magimel) a Mia (Virginie Efira). E aggiunge perplesso «Temo tu non sia preparata a ciò che potresti scoprire. Rinuncia, finché sei in tempo». Lei, pubblicista e traduttrice dal russo per una rubrica radiofonica, lui, agente di cambio, sono i protagonisti di Riabbracciare Parigi (“Revoir Paris”, in originale), superstiti rincontratisi tre mesi dopo il sanguinoso evento che malauguratamente, come altri, li legò ossia l’attacco armato di matrice islamica che, la sera del 13 novembre 2015, provocò nella capitale francese la morte di 130 civili di cui 93 solo nella sala concerti “Bataclan” (camuffata dal copione sotto il nome “Étoile d’or”).
Nelle battute, all’apparenza di semplice buon senso, di Thomas il pubblico può scorgere due dei tre motivi-cardine del bel film di Alice Winocour (classe ’75, già assistente della svizzera Ursula Meier, qui alla quarta regia), riuscito a metà (nel secondo tempo si alternano troppi finali e troppi sentimentalismi annacquano la notevole tensione dell’avvio) e tuttavia riscaldato da un’urgenza credibile e umanissima di recuperare in questo folle millennio, una volta accortisi che abitudini e certezze (flebili) di ieri più non reggono, l’autenticità troppo a lungo soffocata: (1) il bisogno di sapere che, come accadde ad Edipo nel mito, può portare verso una verità accecante che a pochi, e forse a nessuno, è concesso reggere; (2) il divario tra Conoscenza e Memoria.
Le ultime sono “alleate” talvolta. Ma non sempre. «La Memoria», scrive Barbara Kingsolver «è una cosa complicata. È parente della Verità ma non è la sua gemella». La Memoria è individuale: coloro che hanno preso parte ad un episodio estremo lo riferiscono dal proprio punto di vista. C’è chi lo ha rimosso, chi lo “aggiusta” per pulirsi la coscienza o, viceversa, lo affronta con tenacia, chi semplicemente prova a conviverci. Così si presentano le persone che gravitano attorno a Mia e Thomas, formando insieme un gruppo terapeutico coordinato dall’italiana Sara (Maya Sansa): ognuna lacera, segnata da una “diversità” nel cuore che non permetterà più di sentirsi “uguale” a famigliari, conoscenti, alla società che la ospitava né ad essi di comprenderla.
Ognuna rimarrà sola come, in fondo, è stata fino alla notte “rivelatrice” del massacro, serrando definitivamente in sé il rimorso, il segreto forse, d’una vita che era destinata ad altro. Nascosti in un’intercapedine, abbracciati, tremanti, certi di venire uccisi da un minuto all’altro la cameriera Nour (Sofia Lesaffre) e uno studente australiano (Yoann Barrenechea) si abbandonano ad un bacio: scampati al pericolo, lei lo cercherà su Facebook, lui non se la sentirà di rispondere. Félicia (Nastja Carax Golubeva, lo stesso magnetico sguardo della madre Ekaterina, riposi in pace) non potrà più fare la pace con i genitori (non accettavano la sua omosessualità?), entrambi assassinati, e di loro non le resterà che una cartolina-ricordo riproducente un dettaglio delle Ninfee di Monet al Museo dell’Orangerie.
Dettaglio oggi da scovare, al pari di un triste gioco. La confusa Mia attira, invece, su di sé tanto la fredda ostilità della moglie di Thomas, Estelle (Dolores Chaplin) – indispettita e impotente di fronte al rapporto creatosi fra i due, inconsapevole frutto di un orrore non previsto, più solido di quanto siano mai stati anni di matrimonio –, quanto i bruschi sospetti di Camille (Anne-Lise Heimburger), convinta di averla vista chiudersi nella toilette durante la sparatoria all’“Étoile d’or” impedendo ai presenti di salvarsi. La nostra non ricorda nulla. Chi sta mentendo?

L’urgenza di ritrovare l’umano calore
«Siamo spettri, non ci vedrà nessuno» dirà Thomas a Mia poco prima di invitarla a imbucarsi ad una festa. Può darsi che non sia un paradosso. Morire “dentro” ha questo vantaggio, se così si può chiamare: cessare di appartenere al mondo per tornare ad essere realmente al mondo, provando (e conservando) un genuino turbamento quando una mano (quella di Assane / Amadou Mbow nel film) stringe forte la nostra nell’oscurità più terribile, mentre prima anche il semplice contatto oltrepassava ogni comprensione. Nessuna risposta, nessuna speranza. Come adesso, magari. Con la differenza che ora la paura stessa si è dileguata e, all’alba, sarà possibile tornare a visitare angoli che si conosceva bene, salire gradini noti e cari…
Sceneggiato dalla regista a fianco di Marcia Romano (Sotto la sabbia) e il documentarista Jean-Stéphane Bron (L’Opéra de Paris), Riabbracciare Parigi incorpora, come su accennato, un terzo motivo-cardine: l’affinità sotterranea con La fanciulla di neve, ascoltabile in una breve eppure incisiva sequenza a teatro. Similmente all’opera lirica (1880-’81) di Rimskij-Korsakov – storia di Fiordineve, figlia di Primavera la Bella e Babbo Gelo, condannata a vivere per sempre nell’inverno, senza mai poter conoscere il sentimento dell’amore che le scalderebbe il cuore facendola morire – la pellicola della Winocour suggerisce, pur con insanabili contraddizioni e più acuta malinconia, che soltanto attraverso la Morte può tornare il Sole e con esso una nuova vita. L’autentica vita.
Da menzionare, in coda, i seguenti apporti tecnici e artistici: Margaux Remaury e Florian Sanson (Annette) per le scene, Stéphane Fontaine (Elle) per la fotografia e Anna Von Hausswolff, talentuosa organista svedese, per le musiche riprese dai suoi album Dead Magic e All thoughts fly. Per un confronto consigliamo, poi, di leggere il racconto Parigi è ancora Parigi? di Giuseppe Rudisi, recentemente rielaborato in forma di testo teatrale da Barbara Urli e Sandro Tore.


