giovedì, Febbraio 22, 2024
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Resvrgis, recensione del film con Ludovica Martino

La recensione di Resvrgis, nuovo film diretto da Francesco Carnesecchi con protagonista Ludovica Martino, presentato alla 21esima edizione di Alice nella Città.

Le ferite tragiche scavano un solco profondo nell’animo, lasciando che talvolta l’oscurità si affacci attraverso queste crepe; non sempre è possibile riempirle con l’oro del Kintsugi (come suggerisce l’omonima filosofia – e tecnica – giapponese); anzi, forse l’unica strategia è affrontarle, fissando negli occhi il mostro nascosto dentro di noi.

La psiche umana è insondabile, complessa, sfaccettata e inafferrabile: proprio per questo motivo il cinema mainstream – e più pop(ular) – ha cercato di analizzarla (provando magari a fornire delle flebili risposte o spiegazioni) affidandosi ai codici dei generi che riescono, grazie alla libertà compositiva dei canoni presentati, a far riflettere sulla realtà indossando un filtro particolare. E quest’ultimo gode di una potenza anarchica che rende plausibile l’impossibile, permettendo perfino una contaminazione che rende ancora più interessante il concetto stesso di storytelling, raccontando in modo nuovo – o con occhi diversi – storie archetipiche.

Resvrgis, la nuova opera di Francesco Carnesecchi, rientra pienamente in questo discorso: mescolando insieme generi diversi, crea una narrazione dal flusso unico che pone, al proprio centro, una protagonista in lotta con il proprio Io e il mondo esterno, un campo di battaglia che si incarna nella metafora ideale del terreno di caccia di un bosco (quasi) incontaminato. Presentato in anteprima alla 21esima edizione di Alice nella Città, il film vede protagonisti Ludovica Martino (SKAM Italia, Vita da Carlo), Beatrice Fiorentini, Blu Yoshimi, Beatrice Modica, Daniele Mariani e Thomas Santu.

Sara, il personaggio al centro della vicenda corale mostrata sullo schermo, è una giovane turbata da una terribile vicenda che ha segnato il suo passato più recente: un terribile incidente d’auto nel quale ha perso la vita un’altra ragazza, compromettendo in modo definitivo i rapporti con la sua ex, Miriam, che viaggiava con lei. La ragazza trova conforto nell’amicizia con Gaia, l’unica amica che le è rimasta e che la invita a unirsi ad una battuta di caccia al cinghiale sui Monti Simbruini, organizzata ogni anno a Pasqua dal fidanzato Geppi e da suo fratello Rino. Ma la battuta, alla quale si unisce anche Miriam con la nuova fidanzata Tea, da un momento libero e spensierato si trasforma, però, ben presto in un vero incubo ad occhi aperti.

Spiazzare la percezione dello spettatore

Sorprendere lo spettatore e spiazzarne la percezione non è un’operazione semplice: il pubblico è sempre più smaliziato, consapevole ed esigente, difficile da soddisfare. Abituato ormai ad una fruizione sempre più bulimica e onnivora divisa tra grande schermo (poco) e il piccolo delle piattaforme streaming che offrono sempre più prodotti seriali, Resvrgis riesce in un’impresa rara, che è quella di condurre per mano chi guarda in un labirinto disorientante, che oscilla tra il survival thriller, l’action e il dramma psicologico prima di sfociare nell’horror più folkloristico.

Nelle sue parti più adrenaliniche, nelle scene che sfruttano la caccia come una metafora e un bosco quasi incontaminato, al limite della legge, come una terra inesplorata da occupare, Resvrgis sembra voler inseguire il richiamo delle atmosfere del cinema francese dei primi anni 2000, che trovò in Pascal Laugier e, soprattutto, Alexandre Aja (autore di Alta Tensione) due pionieri di un sottogenere, il Torture Porn, del quale contribuirono a creare l’estetica, gettando le solide basi per tutte le successive variazioni.

Nel film di Carnesecchi, questa tensione suggestiva e accattivante attraversa la visione soprattutto della prima parte, sistemando il corposo setup che prepara alla svolta narrativa radicale, aprendo le porte all’inquietudine e ad una seconda metà del film radicalmente diversa, nel corso della quale tutto ciò che è stato seminato in precedenza riesce a trovare senso e compimento in una cornica più che di genere.

L’introduzione del “mostro” permette di materializzare, in modo concreto, la metafora, contaminando l’essenza stessa della storia narrata con l’orrore più cupo e irrazionale che affonda le proprie radici nel folklore. E Sara, di colpo, si ritrova al centro di una trasfigurata allegoria della classica fiaba di Cappuccetto Rosso, nella quale però lei non si smarrisce nel folto del bosco, anzi, finisce per attraversarlo (letteralmente) scendendo, infine, nel cuore di tenebra della propria oscurità, sposando la seguente frase di Nietzsche: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Un’allegoria dell’elaborazione del dolore in chiave horror

Coadiuvato da una regia tesa e incalzante, erede naturale appunto di un certo cinema francese dei primi anni 2000 o dei risultati (più felici) dell’industria americana mainstream di genere action, Resvrgis dipana sullo schermo una storia di ferite tragiche e lutti profondi che diventa allegoria dell’elaborazione stessa del dolore, coinvolgendo tutti i personaggi protagonisti negli eventi fino a focalizzare la propria attenzione sulle dinamiche che serpeggiano, nervose, all’interno del gruppo femminile: tre donne incastrate tra passato e presente, vincolate ai ricordi e pronte a reagire ognuna in modo diverso al concetto stesso di perdita; tre caratteri diversi che si rapportano in modo più o meno prevedibile con l’ambiente (ostile) che le circonda e con la dinamica sovrannaturale nella quale si ritrovano coinvolte e che tirerà fuori, lentamente, il loro inconscio, quell’Es che cerchiamo di mediare e tenere a bada nella società civile.

Sul piano freudiano, infatti, la situazione straordinaria mostrata nel corso del film rompe gli argini che contengono – e mediano – il puro istinto, permettendogli di fluire libero e discutibile, fino ad arrivare ad una profonda riflessione: certe volte dobbiamo accettare, capire e infine abbracciare il nostro “mostro” interiore per andare avanti, compiendo un percorso conoscitivo che contempla una lenta discesa in un maelstrom di oscurità, a costo di scoprire tratti – ed aspetti – dell’Io che non ci piacciono minimamente.

E Resvrgis è anche un espediente drammaturgico – di scrittura per immagini – in grado di riflettere sull’inconciliabile convivenza tra uomo e natura, razionalità e istinto, bene e male: coppie di opposti che ci compongono e che costituiscono il mondo che ci circonda, permettendo al contempo sia ad Anne Darrow che a King Kong di esistere, incarnando la bellezza crudele e ferina della realtà in cui ci troviamo e nella quale siamo immersi, anche solo inconsapevolmente.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Coadiuvato da una regia tesa e incalzante, erede naturale di un certo cinema francese dei primi anni 2000 o dei risultati (più felici) dell’industria americana mainstream di genere action, Resvrgis dipana sullo schermo una storia di ferite tragiche e lutti profondi che diventa allegoria dell’elaborazione stessa del dolore, coinvolgendo tutti i personaggi protagonisti negli eventi fino a focalizzare la propria attenzione sulle dinamiche che serpeggiano, nervose, all’interno del solo gruppo femminile.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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