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Resurrection, recensione del film di Bi Gan

Vincitore del Premio Speciale della Giuria al 78° Festival di Cannes, Resurrection di Bi Gan arriva al cinema il 23 aprile distribuito da I Wonder Pictures.

Bi Gan, classe 1989, è già da anni uno dei nomi più affascinanti e radicali del cinema contemporaneo. Regista, sceneggiatore, fotografo e poeta cinese, si è imposto all’attenzione internazionale prima con Kaili Blues (2015) e poi con Un lungo viaggio nella notte (2018), venendo considerato da una parte della critica come uno dei più promettenti autori della sua generazione. Resurrection conferma e forse supera perfino quella promessa: siamo di fronte a un’opera di 160 minuti che chiede molto allo spettatore, ma che lo ripaga con una potenza visiva e immaginativa rarissima.

La trama di Resurrection

La premessa narrativa è già di per sé folgorante: in un mondo in cui l’umanità ha smesso di sognare per vivere più a lungo, una donna (Shu Qi) dà la caccia a un “Delirante” (Jackson Yee), una creatura che si nasconde dentro i film per continuare a sognare. Quando lo trova, nascosto dentro una pellicola muta, intento a mangiare papaveri in una fumeria d’oppio pur di alimentare le proprie visioni, decide di accompagnarlo in un ultimo viaggio.

Da qui prende forma una struttura a episodi: nel primo sogno, ambientato in una città devastata, il Delirante è Qiu, un giovane trascinato in un cupo intrigo spionistico mentre il Comandante (Mark Chao) gli dà la caccia; nel secondo, assume i tratti di un ex monaco chiamato a fare i conti con il peso del rimorso quando appare uno spirito (Yongzhong Chen) che riapre una ferita del suo passato; nel terzo è Jia, un truffatore che, affiancato da una bambina (Guo Mucheng), escogita un piano per ottenere la ricompensa promessa da un potente boss criminale (Zhang Zhijian), ossessionato dall’idea di trovare un autentico sensitivo; nel quarto, ambientato in una città portuale sospesa tra l’ultimo giorno del 1999 e l’alba del 2000, è Apollo, un’anima inquieta e spericolata che si innamora di una misteriosa donna (Li Gengxi). A concludere, uno splendido epilogo si collega al prologo e ne ricompone il senso con rara forza visionaria.

Un sogno che attraversa tutto il cinema

Basta la visione della fumeria d’oppio in cui il Delirante si rifugia nel prologo per far scattare immediatamente un’associazione cinematografica precisa: quella con C’era una volta in America di Sergio Leone e con il volto di Noodles/Robert De Niro immerso in quell’enigmatico finale che ancora oggi continua a interrogarci, lasciandoci sospesi davanti alla possibilità che tutto ciò che abbiamo visto non sia stato altro che un sogno. Bi Gan sembra partire proprio da lì, da quella frattura irrisolta tra visione e realtà, tra memoria e allucinazione, dando quasi per assodato il binomio tra cinema e sogno: non come semplice suggestione teorica, ma come fondamento stesso del suo film.

La grande intuizione di Resurrection, infatti, è che il cinema venga trattato come una forma del sogno, e che ogni sogno possa allora diventare un diverso modo di filmare, di guardare, di sentire. I segmenti che compongono il viaggio del Delirante sono come mondi autonomi, ognuno dotato di una propria temperatura emotiva e di una propria identità estetica. Bi Gan passa dal cinema muto al noir, dal gangster movie all’horror, dal mélo romantico alla spy story, evocando continuamente la storia del cinema senza mai ridursi a un puro gioco citazionista.

Il cinema si guarda allo specchio

Certo, il cinefilo potrà divertirsi a rincorrere e riconoscere echi, suggestioni e rimandi, dai Lumière a Méliès, da Murnau fino a immagini che sembrano dialogare con Orson Welles, Jean Vigo e Leos Carax, ma la forza del film sta proprio nel fatto che queste tracce non sono messe lì per esibizione culturale. Sono materia viva, strumenti con cui Bi Gan interroga il cinema e gli chiede ancora una volta che cosa può fare, che cosa può custodire, che cosa può salvare.

In questo senso Resurrection è davvero una lettera d’amore al cinema, ma anche qualcosa di più complesso e doloroso. È un film che si domanda se il cinema sia ancora capace di produrre visioni in un mondo che sembra aver smesso di sognare; è per questo che l’opera si carica anche di una riflessione sotterranea sulla morte del cinema stesso. E allora il paradosso si fa potentissimo: Bi Gan mette in scena un mondo in cui il sogno/il cinema si sta spegnendo, ma lo fa attraverso un film di una vitalità visiva talmente travolgente da smentire continuamente ogni discorso funebre. Non è difficile allora leggere già nel titolo un’indicazione precisa: quella di una possibile resurrezione del cinema attraverso il cinema stesso.

Una regia che abbaglia

Dal punto di vista visivo, Resurrection è semplicemente strabiliante. Bi Gan costruisce una messa in scena di una ricchezza sbalorditiva, fatta di specchi, corridoi, ombre, superfici riflettenti, profondità che sembrano aprirsi all’infinito. Ogni inquadratura possiede una densità figurativa rara, eppure non c’è mai la sensazione di un’immagine vuota o compiaciuta. Anche quando il film si concede il virtuosismo, quel virtuosismo nasce da un’idea precisa di cinema come esperienza sensoriale e mentale insieme.

Ci sono momenti che restano impressi addosso, che sembrano depositarsi nella memoria prima ancora di essere stati davvero compresi razionalmente. Impossibile non citare il quarto episodio, interamente girato con un piano sequenza di oltre trentacinque minuti: un’impresa tecnica e poetica che non appare mai come semplice bravura esibita, ma come il punto estremo di un cinema che vuole immergere lo spettatore nel flusso del sogno e del desiderio.

Un’opera da attraversare

Naturalmente, Resurrection è anche un film difficile. La sua natura ermetica, la sua struttura aperta, il suo continuo mutare forma possono lasciare fuori qualcuno. È un’opera totalizzante, che parla certamente a un certo tipo di spettatore e che trova probabilmente nel pubblico più abituato a confrontarsi con il cinema d’autore il suo interlocutore ideale. Ma sarebbe sbagliato ridurlo a un film soltanto per pochi iniziati, perché anche chi non riconosce ogni citazione o ogni rimando difficilmente potrà restare indifferente davanti a un impianto visivo e tecnico di questa maestosità.

La grandezza di Bi Gan sta proprio qui: nel riuscire a fare un film colto senza renderlo sterile, stratificato senza svuotarlo di emozione, teorico senza smettere di essere profondamente fisico. E se Stalker di Tarkovskij, come ha raccontato lo stesso Bi Gan, è stato per lui un’influenza decisiva nel capire di voler fare cinema, chissà che Resurrection, in futuro, non possa avere lo stesso effetto su qualche giovane autore.

Guarda il trailer ufficiale di Resurrection

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Resurrection è più di un film: è un’opera d’arte, un inno alla bellezza, una vertigine di immagini e di forme che attraversa il cinema per riflettere sul suo passato, sul suo presente e forse anche sul suo futuro. Impegnativo, ermetico, densissimo, ma di una bellezza sublime.

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