domenica, Ottobre 24, 2021
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Respect, recensione del biopic su Aretha Franklin con Jennifer Hudson

La recensione di Respect, il biopic dedicato alla regina della musica soul Aretha Franklin con Jennifer Hudson. Nelle sale dal 30 settembre.

Respect è il biopic diretto da Liesl Tommy che riporta “in vita” la leggenda della “Regina del Soul” Aretha Franklin, interpretata nel film da Jennifer Hudson, già premiata con l’Oscar come miglior attrice non protagonista per il musical Dreamgirls. Oltre a duettare sul grande schermo con Forest Whitaker, Mary J. Blige e Marlon Wayans, la Hudson esegue il repertorio immortale della Franklin, tornando a far brillare la sua stella (soprattutto, in previsione della prossima stagione degli Oscar 2021). L’uscita di Respect, dopo alcuni ritardi dovuti all’epidemia da Covid-19, è stata fissata al 30 settembre in tutte le sale italiane.

Il film della Tommy segue la straordinaria ascesa di una delle donne più incredibili della storia della musica: dall’infanzia – quando cantava nel coro gospel della chiesa di suo padre – fino alla celebrità internazionale, il lungometraggio è la storia vera del viaggio di Aretha Franklin per trovare la sua voce, nel mezzo del turbolento panorama sociale e politico dell’America degli anni ’60, passando per la lotta contro i suoi demoni e la “redenzione” personale compiuta, negli anni ’70, sempre attraverso la musica.

Respect è un biopic tradizionale, rassicurante nella sua impostazione convenzionale e nella struttura “prevedibile”, perfettamente rispettosa della scansione in tre atti e di una narrazione che cerca di racchiudere, nella durata canonica di un film, una vita straordinaria e densa di eventi, situazioni, successi ed emozioni. Un’esistenza larger than life che ha visto protagonista una cantante scomparsa solo nel 2018, che ha attraversato le epoche e i tumulti sociali, assurgendo al ruolo di simbolo – e icona – di battaglie per i diritti civili e l’indipendenza. Molte delle sue canzoni, da Respect (eletta recentemente dalla rivista Rolling Stone come la canzone più bella di tutti i tempi) passando per Think e (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, si sono trasformate in veri e propri anthems, inni nazionali per intere generazioni che hanno lottato per affermarsi in una società in continuo divenire, pronta a smarcarsi – con una certa difficoltà – da convenzioni, rituali stagnanti e aspettative.

Rispetto ad altri biopic coevi – come il recente Judy – anche questo film segue la via del racconto declinato al femminile, dello sguardo focalizzato su una storia straordinaria di emancipazione e talento, spesso in conflitto con gli ostacoli gravosi del mondo; ma al contrario dell’altro film appena citato, che si concentrava nel mostrare gli ultimi mesi di vita della Garland, prima di morire tragicamente e ancora troppo giovane, in Respect la narrazione trova una difficile collocazione temporale, scegliendo una via già battuta nel corso della storia del cinema (quella del racconto che parte dall’infanzia) per poi interrompersi di colpo, riallacciando i nodi della finzione e della realtà in una conclusione che il pubblico già ben conosce. Se in altri biopic si è scelto di dare più risalto agli eventi salienti che hanno contraddistinto la carriera di un artista, concentrando l’attenzione su degli anni fondamentali che l’hanno contraddista, in Respect gli spunti narrativi sono molteplici, come se la regista e la sceneggiatrice Tracey Scott Wilson avessero scelto di immortalare l’istantanea di un’epoca complessa attraverso il percorso umano di una protagonista della musica.

Ed è così che le parole delle canzoni della Franklin diventano la colonna sonora delle battaglie civili di Martin Luther King, dell’emancipazione femminile, della capacità delle donne di affermarsi nel business liberandosi dal giogo di figure paterne – genitori o mariti – ingombranti e castranti. Ma gli argomenti tirati in ballo sembrano troppi e troppo complessi, finendo per rendere più confusa e mastodontica l’intera operazione, che risulta a tratti fuori fuoco e troppo ambiziosa, circoscritta con sacrificio nei vincoli stretti dei tempi cinematografici. I 145’ del film non riescono a contenere l’ampia gamma degli stimoli e delle suggestioni, talvolta semplificati per arrivare prima al grande pubblico, conferendo all’intera operazione un ritmo rarefatto e prevedibile, con i suoi tre atti ben scanditi e i colpi di scena convenzionali, topoi narrativi che appartengono tanto al mondo della musica quanto a quello della settima arte, da sempre capace di trasfigurare per il grande schermo straordinarie storie di vita.

A fronte dei problemi legati al ritmo quanto alla sceneggiatura e alla struttura di Respect, è innegabile come il biopic riesca a trovare i propri punti di forza nei numeri musicali, nelle note che sostituiscono perfino le parole trasformando il parlato stesso in musica: i discorsi del padre della Franklin risuonano forti e potenti con una melodia nascosta che fa da fil rouge unendo i temi, le lotte e le battaglie; lo stesso accade per le canzoni della figlia, di Aretha, che diventano simboli collettivi capaci di coinvolgere tutti risvegliando le coscienze. Canzoni che parlano di ognuno di noi e nelle quali ognuno può specchiarsi e ri-specchiarsi: è questo il lascito più importante della “Regina del Soul”, l’eredità più grande di un’incontrastata icona che è perfino difficile riassumere nella durata (limitata) di un film.

Guarda il trailer ufficiale di Respect

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Respect è un biopic tradizionale, rassicurante nella sua impostazione convenzionale e nella struttura “prevedibile”, perfettamente rispettosa della scansione in tre atti e di una narrazione che cerca di racchiudere, nella durata canonica di un film, una vita straordinaria e densa di eventi, situazioni, successi ed emozioni.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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