La grana di recitare una continua bugia, fingere di essere altro da sé nella mimesi che esalta vanità attoriali e fa a pezzi ogni questione etica. Rental Family – Nelle vite degli altri della giapponese Hikari prende corpo da qui: dal dramma auto-riflessivo (e forse auto-biografico in continuità con il ruolo intimo in The Whale di Aronofsky) che Brendan Fraser inscena nelle vesti di Philip Vandarpleog, attore americano trapiantato a Tokyo da otto anni, che ancora si sente un marziano in mezzo ai costumi nipponici.
La vita come incessante messinscena
Tra un lunario da sbarcare e la nostalgia per la fulminea fama di un tempo – Philip era diventato sorprendentemente popolare dopo aver interpretato un supereroe a forma di dentifricio per una famosa pubblicità – l’attore americano si arrabatta qua e là mentre spera in una parte e suda comparsate ai matrimoni. Un giorno come gli altri, però, la sua carriera cambia volto quando si ritrova nella parte “dell’americano triste” a un finto funerale, nient’altro che una “rappresentazione speciale”.
Così la chiama Shinji (Takehiro Hira), il capo della Rental Family, agenzia incaricata di servire meticolosamente i clienti e scritturare per loro parenti o amici inesistenti. La vita si fa un’incessante messinscena alla Rental Family, finzione forse disillusa davanti alle maschere che popolano il sociale; dinanzi a questo fruttuosa possibilità Philip inizierà a conoscersi davvero, lungo le sfumature dei “personaggi” che fingerà di essere a ogni nuova situazione.
Diventa lo sposo di una ragazza gentile che ama un’altra donna, e il matrimonio è l’unica copertura possibile per fuggire la morale dei genitori; inscena la parte del giornalista intervistatore del signor Kikuo (Akira Emoto), vecchia star del cinema giapponese nel cuore della terza età; poi il padre della piccola sino-americana Mia, cui promette di “non sparire mai più”.

Un nuovo cinema dai tratti intercontinentali
Ecco, dunque, che il terzo lavoro di Hikari – dopo l’esordio in 37 Seconds (2019) e l’ottima parentesi seriale de Lo scontro (2023) – sembra seguire le orme di un nuovo cinema dai tracciati intercontinentali tra l’Oriente e l’America in questa fitta conversazione di culture. Nuovi autori come i vari Kogonada e soprattutto Celine Song fanno scuola con i loro film “senza patria” eppure ben piantati nelle metropoli dalle meraviglie glaciali e calcolatrici, dove anche l’amore svilisce e si fa compravendita, l’ultimo dei capitali da investire (qualcuno ha detto Material Love?).
E così Rental Family compone, frame dopo frame, un discorso umanissimo che guarda al singolo per allargarsi al sociale di una Tokyo ultramoderna: sterminata messinscena di sé stessa, tanto che in nome dei piccoli rimasugli di apparenza da salvare vale proprio tutto; anche “affittare” il padre di tua figlia per ben figurare davanti alla scuola d’élite, oppure comprarsi una finta amante per scaricare a lei la patata bollente di chiedere scusa alla moglie tradita.
Sono tutte vuote felicità da salvare quelle per cui i clienti pregano la Rental Family e quindi Philip, un gigante buono dagli occhi grandi che diventa il miglior uomo possibile. Impacciato e bonario, sembra un comico turista in mezzo alla posatezza della gente di Tokyo, almeno prima di conoscere i meandri del piccolo cuore di Mia o dell’animo maturo di Kikuo, anime sole che vorrebbero soltanto conoscere qualcuno a cui lasciar posto nel loro cuore.
Un film sulla mercificazione degli amori
La regia di Hikari, accorata e mai retorica, pulsa allo stesso ritmo dei loro battiti e sente davvero le vite che racconta. A momenti raggiunge vette altissime – commovente la forza narrativa del viaggio con Kikuo e il quadretto “padre-figlia” tra i banchi di scuola – altri finisce leggermente fuori tempo assuefatta dai suoi stessi personaggi.
Anche nella miniserie A24 Lo scontro la regia di Hikari aveva peccato forse di passione verso i suoi caratteri – già allora vittime delle nevrosi metropolitane – ma Rental Family resta un film raffinatissimo sulla mercificazione degli amori, opera umana dai guizzi di un’autrice di cui sentiremo parlare un gran bene.


