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Rental Family – Nelle vite degli altri, recensione del film con Brendan Fraser

Interpretato dal premio Oscar Brendan Fraser, Rental Family - Nelle vite degli altri di Hikari è al cinema dal 19 febbraio distribuito da The Walt Disney Company Italia.

La grana di recitare una continua bugia, fingere di essere altro da sé nella mimesi che esalta vanità attoriali e fa a pezzi ogni questione etica. Rental Family – Nelle vite degli altri della giapponese Hikari prende corpo da qui: dal dramma auto-riflessivo (e forse auto-biografico in continuità con il ruolo intimo in The Whale di Aronofsky) che Brendan Fraser inscena nelle vesti di Philip Vandarpleog, attore americano trapiantato a Tokyo da otto anni, che ancora si sente un marziano in mezzo ai costumi nipponici.

La vita come incessante messinscena

Tra un lunario da sbarcare e la nostalgia per la fulminea fama di un tempo – Philip era diventato sorprendentemente popolare dopo aver interpretato un supereroe a forma di dentifricio per una famosa pubblicità – l’attore americano si arrabatta qua e là mentre spera in una parte e suda comparsate ai matrimoni. Un giorno come gli altri, però, la sua carriera cambia volto quando si ritrova nella parte “dell’americano triste” a un finto funerale, nient’altro che una “rappresentazione speciale”.

Così la chiama Shinji (Takehiro Hira), il capo della Rental Family, agenzia incaricata di servire meticolosamente i clienti e scritturare per loro parenti o amici inesistenti. La vita si fa un’incessante messinscena alla Rental Family, finzione forse disillusa davanti alle maschere che popolano il sociale; dinanzi a questo fruttuosa possibilità Philip inizierà a conoscersi davvero, lungo le sfumature dei “personaggi” che fingerà di essere a ogni nuova situazione.

Diventa lo sposo di una ragazza gentile che ama un’altra donna, e il matrimonio è l’unica copertura possibile per fuggire la morale dei genitori; inscena la parte del giornalista intervistatore del signor Kikuo (Akira Emoto), vecchia star del cinema giapponese nel cuore della terza età; poi il padre della piccola sino-americana Mia, cui promette di “non sparire mai più”.

Rental Family. Photo by James Lisle/Searchlight Pictures. © 2025 Searchlight Pictures.

Un nuovo cinema dai tratti intercontinentali

Ecco, dunque, che il terzo lavoro di Hikari – dopo l’esordio in 37 Seconds (2019) e l’ottima parentesi seriale de Lo scontro (2023) – sembra seguire le orme di un nuovo cinema dai tracciati intercontinentali tra l’Oriente e l’America in questa fitta conversazione di culture. Nuovi autori come i vari Kogonada e soprattutto Celine Song fanno scuola con i loro film “senza patria” eppure ben piantati nelle metropoli dalle meraviglie glaciali e calcolatrici, dove anche l’amore svilisce e si fa compravendita, l’ultimo dei capitali da investire (qualcuno ha detto Material Love?).

E così Rental Family compone, frame dopo frame, un discorso umanissimo che guarda al singolo per allargarsi al sociale di una Tokyo ultramoderna: sterminata messinscena di sé stessa, tanto che in nome dei piccoli rimasugli di apparenza da salvare vale proprio tutto; anche “affittare” il padre di tua figlia per ben figurare davanti alla scuola d’élite, oppure comprarsi una finta amante per scaricare a lei la patata bollente di chiedere scusa alla moglie tradita.

Sono tutte vuote felicità da salvare quelle per cui i clienti pregano la Rental Family e quindi Philip, un gigante buono dagli occhi grandi che diventa il miglior uomo possibile. Impacciato e bonario, sembra un comico turista in mezzo alla posatezza della gente di Tokyo, almeno prima di conoscere i meandri del piccolo cuore di Mia o dell’animo maturo di Kikuo, anime sole che vorrebbero soltanto conoscere qualcuno a cui lasciar posto nel loro cuore.

Un film sulla mercificazione degli amori

La regia di Hikari, accorata e mai retorica, pulsa allo stesso ritmo dei loro battiti e sente davvero le vite che racconta. A momenti raggiunge vette altissime – commovente la forza narrativa del viaggio con Kikuo e il quadretto “padre-figlia” tra i banchi di scuola – altri finisce leggermente fuori tempo assuefatta dai suoi stessi personaggi.

Anche nella miniserie A24 Lo scontro la regia di Hikari aveva peccato forse di passione verso i suoi caratteri – già allora vittime delle nevrosi metropolitane – ma Rental Family resta un film raffinatissimo sulla mercificazione degli amori, opera umana dai guizzi di un’autrice di cui sentiremo parlare un gran bene.

Guarda il trailer di Rental Family – Nelle vite degli altri 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Rental Family - Nelle vite degli altri di Hikari compone, frame dopo frame, un discorso umanissimo che guarda al singolo per allargarsi al sociale di una Tokyo ultramoderna. Un film raffinatissimo sulla mercificazione degli amori, opera umana dai guizzi di un’autrice di cui sentiremo parlare un gran bene. 

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Rental Family - Nelle vite degli altri di Hikari compone, frame dopo frame, un discorso umanissimo che guarda al singolo per allargarsi al sociale di una Tokyo ultramoderna. Un film raffinatissimo sulla mercificazione degli amori, opera umana dai guizzi di un’autrice di cui sentiremo parlare un gran bene. Rental Family - Nelle vite degli altri, recensione del film con Brendan Fraser