Rambo – Last Blood, recensione del film con Sylvester Stallone

scritto da: Ludovica Ottaviani

Cinque è forse il nuovo numero perfetto? A giudicare dall’ultimo capitolo della saga di Rambo – Rambo – Last Blood – sembrerebbe proprio di sì: Sylvester Stallone torna a vestire ancora una volta gli iconici panni del turbolento (anti)eroe, reduce del Vietnam, in un film crepuscolare e malinconico che si ricongiunge perfettamente con il primo capitolo della storia raccontata sul grande schermo.

Dopo aver abbattuto soldati sovietici in Vietnam e Afghanistan e massacrato brutali combattenti dell’esercito birmano, John Rambo torna nel ranch di famiglia per iniziare finalmente una vita tranquilla prima che il destino lo riporti di nuovo a scatenare l’inferno contro un ultimo nemico: i membri di un temibile cartello messicano implicato in un commercio sessuale di ragazze, tra le quali finisce accidentalmente anche l’amata nipote (acquisita) del reduce.

Rambo – Last Blood è il racconto epico di un eroe spezzato; l’epos crepuscolare di un uomo arrivato alla soglia dei settant’anni, ormai stanco ma ancora pronto a combattere per difendere i propri ideali. Tralasciando gli ipotetici riferimenti alla nuova America figlia dell’era Trump – quella alle prese con la contraddittoria campagna anti-Messico – l’ultimo film scritto da Stallone con Matt Cirulnick e diretto da Adrian Grunberg è una malinconica overture del viale del tramonto, più vicina all’essenza stessa del cinema mainstream che alle polemiche quotidiane.

Grunberg – e di sicuro anche Stallone – costruiscono l’epica rovesciata di un eroe pronto a scomparire nell’ombra della memoria in compagnia dei propri demoni: Rambo non è più il ritratto vincente dell’eroe carismatico nato negli USA, portabandiera degli invincibili anni ’80/’90 del benessere quanto della ripresa economica; piuttosto, Rambo è un uomo anziano e malandato, pronto ad incassare i colpi e a vivere nel costante risentimento se non riesce a difendere, come un lupo, il proprio branco.

Un branco esiguo, costituito da Maria e da sua nipote Gabrielle che il reduce finisce per crescere un po’ come se i due avessero lo stesso sangue nelle vene: e proprio quest’ultimo diventa il tema cardine di quest’ultimo – per ora – capitolo della saga, con un palese riferimento già nel titolo al primissimo film del 1982, Rambo – First Blood. È tutta una questione di sangue e legami nel film: quelli che collegano in modo inscindibile e drammatico il protagonista e la giovane nipote; quelli che legano la giornalista Carmen Delgado (la spagnola Paz Vega) e la sorella rapita da un cartello e infine i due boss del cartello stesso, i fratelli Martinez, talmente diversi tra loro da risultare inseparabili, pronti ad odiarsi perché troppo affezionati l’uno all’altro.

Rambo – Last Blood è un film di legami e riflessioni che si allontana definitivamente dal territorio del war movie: la guerra c’è, ma è relegata nella mente e nel cuore; il ritmo malinconico richiama alla mente le ultime avventure di un altro eroe americano come John Wayne e Stallone è un epigono di quest’ultimo: un cowboy malandato giunto al proprio ultimo rodeo, alla ricerca di una pace che forse non troverà mai, costretto dalla dromomania a non fermarsi e a cercare di colmare sempre il vuoto suggerito dalla mancanza.

Grunberg permette al quinto capitolo della saga di dialogare, nello stesso tempo, tanto con i precedenti film che ne hanno costituito la “filmogonia” quanto con le nuove generazioni e infine con i generi, realizzando una curiosa opera mash-up perfettamente in linea con la filosofia pulp: una miscellanea caotica di varianti e variazioni, capace di passare in modo fluido da un canone all’altro. Rambo – Last Blood ha tutte le carte in regola – e il cuore al posto giusto – per entrare di diritto nella galleria dei western post-moderni; nello stesso modo, a tratti sembra un intenso film drammatico pronto poi ad esplodere di colpo in una violenza cieca ed eccessiva, pittoresca, da film horror splatter.

E proprio l’arco iperbolico descritto da Grunberg e Stallone permette di creare una catarsi nello spettatore che si immedesima nei panni forti ma vulnerabili nel “nuovo” John Rambo, finendo così per provare empatia nei suoi confronti e per vivere l’exploitation gore di violenza finale come una liberazione, una danza macabra che spinge a sogghignare, a tifare per l’eroe disadattato incapace di tessere relazioni personali, condannato al proprio destino da martire laico del grande schermo e della pop culture del XX Secolo.

Rambo – Last Blood non è solo il miglior sequel che una saga così longeva potesse aspettarsi: è la conferma della capacità costante di Stallone di reinventarsi senza mai davvero cambiare la propria natura, semplicemente assecondando la corrente degli eventi; e il (vecchio) nuovo Rambo crepuscolare che si avvia mestamente incontro al proprio destino non può che richiamare, nella memoria degli spettatori, la versione più giovane che si allontanava dal mondo crudele con il proprio bagaglio di contraddizioni al seguito.

Guarda il trailer ufficiale di Rambo – Last Blood

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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