Marianne Dashwood sostiene che un uomo dovrebbe essere almeno artificialmente appassionato, altrimenti è sinceramente noioso. Il nuovo Ragione e Sentimento sembra aver preso il consiglio alla lettera. Di artificio, nella nuova trasposizione del primo romanzo pubblicato da Jane Austen, ce n’è parecchio; di autentica passione, molta meno. A più di due secoli dall’uscita del libro e trentuno anni dopo il celebrato adattamento di Ang Lee con Emma Thompson e Kate Winslet, Georgia Oakley torna sulle sorelle Dashwood con un film in costume educato e perfettamente consapevole di quello che deve fare. Forse fin troppo.
Per la regista britannica si tratta del secondo lungometraggio dopo Blue Jean, esordio che aveva mostrato una personalità sicuramente più marcata. Qui Oakley si confronta con un materiale inevitabilmente più ingombrante, adattato dall’esordiente sceneggiatrice Diana Reid, e sceglie di percorrere una strada rispettosa, quasi reverenziale. Il risultato è un film zuccheroso, dolce, dichiaratamente di buoni sentimenti, ma inserito dentro immagini sorprendentemente scure e austere. Una contraddizione interessante almeno sulla carta: il romanticismo della storia da una parte, una fotografia cupa, poco patinata e severa dall’altra. Ragione e sentimento rimangono così due anime che convivono senza riuscire davvero a contaminarsi.
La trama di Ragione e Sentimento
Alla morte di Mr. Dashwood, la proprietà di famiglia passa al figlio John (Tom Brooke), avuto da un precedente matrimonio. Mrs. Dashwood (Caitríona Balfe) e le tre figlie Elinor (Daisy Edgar-Jones), Marianne (Esmé Creed-Miles) e la piccola Margaret (Bodhi Rae Breathnach) si ritrovano così improvvisamente costrette a ridimensionare la propria esistenza lasciando Norland per trasferirsi in un cottage nel Devonshire. Per Elinor e Marianne il cambiamento, però, non riguarda soltanto il denaro e la posizione sociale: entrambe si trovano molto presto a fare i conti con problemi di cuore, innamoramenti, promesse e delusioni, affrontandoli secondo due modi opposti di stare al mondo.
L’incontro di Elinor con Edward Ferrars (George MacKay) sembra poter aprire la strada a qualcosa di importante, ma le convenzioni sociali e i vincoli familiari rendono il rapporto molto più complicato di quanto appaia inizialmente. Marianne, invece, incontra l’affascinante John Willoughby (Frank Dillane) e la sua idea assoluta e romantica dell’amore sembra finalmente trovare una corrispondenza, mentre il più discreto colonnello Brandon (Herbert Nordrum) rimane ai margini ad aspettare. Attorno alle due sorelle si muove poi una piccola società fatta di convenzioni, matrimoni, reputazioni e interessi economici, nella quale Mrs. Jennings (Fiona Shaw) porta alcuni dei momenti più vivaci del film.

Tanta ragione, poco sentimento
Georgia Oakley tratta il testo originario con grande fedeltà. Il suo è un film dall’anima profondamente inglese, un period drama fatto di campagne, salotti, abiti, cavalli, passeggiate e rigide regole sociali. Convince la ricostruzione storica, così come gli ambienti e soprattutto Londra, che sarebbe stato interessante vedere occupare più spazio. La scelta più evidente riguarda però la fotografia di Arnaud Potier. Il film evita l’immagine in costume lucida, romantica e da cartolina e preferisce interni scarsamente illuminati, colori smorzati e una natura meno addomesticata. È una Jane Austen meno patinata, visivamente più vicina alla severità di un dramma shakespeariano che all’immaginario tradizionale della commedia romantica in costume. Una soluzione affascinante in alcuni momenti, ma che finisce anche per entrare in contrasto con la leggerezza e la dolcezza del racconto.
Il paradosso è che il film appare contemporaneamente molto curato e stranamente preconfezionato. Tutto è esattamente dove dovrebbe essere: la scenografia, i costumi, gli interpreti, le schermaglie amorose, il dolore, l’ironia e raramente qualcosa rompe davvero questo equilibrio. Ragione e sentimento non si sbilancia, non rischia mai in una direzione precisa e soprattutto non sembra interessato a rileggere Austen attraverso il presente. Non serve necessariamente trasportare Elinor e Marianne nel 2026 o trasformare il romanzo in qualcosa che non è, ma ogni nuovo adattamento dovrebbe forse trovare almeno un punto di vista capace di giustificarne l’esistenza. Quello di Oakley rimane invece prevalentemente illustrativo: raccontare ancora una volta, e bene, una storia che si conosce già.

Più interpreti che personaggi
Sono gli eventi a comandare continuamente il film. Succede qualcosa, i personaggi reagiscono, la trama procede. Arriva un uomo, arriva una lettera, una relazione cambia, una verità viene scoperta e il meccanismo riparte. Ciò che rimane sorprendentemente ai margini è proprio l’interiorità delle due protagoniste, che dovrebbe essere il cuore pulsante di Ragione e sentimento. Il romanzo di Austen vive dello scarto tra ciò che si prova e ciò che si può mostrare, tra il tumulto interiore e l’educazione sociale. Qui quel conflitto viene raccontato, spiegato e rappresentato, ma molto più raramente fatto sentire.
Anche nei momenti di climax romantico, quando il film dovrebbe finalmente abbandonare il controllo e lasciarsi travolgere, l’emozione rimane stranamente composta. È una mancanza particolarmente evidente proprio perché il cast avrebbe gli strumenti per portare il film altrove. Daisy Edgar-Jones, nota soprattutto per il ruolo di Marianne in Normal People, conferma ancora una volta una presenza cinematografica naturale. C’è qualcosa nei lineamenti e nel suo modo di occupare l’inquadratura che ricorda Anne Hathaway: la stessa capacità di passare da una vulnerabilità quasi adolescenziale a una presenza più adulta. È ancora presto per sapere dove arriverà la sua carriera, ma le qualità sembrano esserci.
Accanto a lei Esmé Creed-Miles interpreta una Marianne istintiva, insofferente alle convenzioni e incapace di concepire un sentimento vissuto a metà. Anche George MacKay, Frank Dillane, Caitríona Balfe, Herbert Nordrum e Fiona Shaw contribuiscono a un insieme recitativo complessivamente molto solido. Ragione e sentimento, in effetti, si regge principalmente sui suoi attori. Il problema è che, a lungo andare, neppure loro possono sostituirsi a ciò che manca attorno: una visione realmente personale, una tensione, un’intuizione capace di far dimenticare per un attimo di stare assistendo all’ennesima trasposizione di un classico.

Un adattamento senza sorprese
È forse questa la sensazione più difficile da scrollarsi di dosso: quella di un film costruito a tavolino, studiato e assemblato con attenzione. E non perché la regia scelga consapevolmente la distanza o il controllo come chiave per leggere Elinor. Piuttosto perché anche le passioni di Marianne, le delusioni, gli amori impossibili e le grandi dichiarazioni sembrano passare attraverso un filtro che impedisce loro di diventare veramente travolgenti. Si guarda con piacere, si riconosce la qualità della produzione, si apprezzano gli interpreti e, quando arrivano i titoli di coda, si rischia già di cominciare a dimenticarlo.
Può bastare permettere a una nuova generazione di spettatori di incontrare per la prima volta Jane Austen sul grande schermo? Se sì, da questo punto di vista Oakley porta a termine il proprio compito in maniera più che dignitosa. Ma era difficile non aspettarsi qualcosa di più da un’opera che torna su personaggi e dinamiche già raccontati così tante volte. Alla fine resta soprattutto la sensazione di un film che ha scelto la ragione e lasciato troppo poco spazio al sentimento.


