Radioactive, recensione del film con Rosamund Pike

scritto da: Ludovica Ottaviani

Radioactive è il nuovo biopic con Rosamund Pike – la ricordiamo nel biopic A Private War e nel western Hostiles, entrambi presentati in differenti edizioni della Festa del Cinema di Roma – e la regia della fumettista, illustratrice e sceneggiatrice Marjane Satrapi che ha conquistato il grande pubblico con l’opera prima animata Persepolis.

Il film, colpito purtroppo dall’onda d’urto del Covid-19, prima di approdare in sala sarà disponibile sulle principali piattaforme VOD per quattro settimane: grazie a SKY, TIMVISION, CHILI, GOOGLE PLAY, YOU TUBE, RAKUTEN, HUAWEI VIDEO e INFINITY sarà possibile fruire, a partire dal 15 luglio, di questa esperienza audiovisiva che trae spunto dall’omonima graphic novel di Lauren Redniss incentrata sulla figura “gigantesca” della scienziata Marie Curie, che con le sue intenzioni rivoluzionò il modo convenzionale attraverso il quale si percepiva la materia stessa, mettendola in dubbio e avviando i primi pioneristici studi sulla radioattività.

Dal 1870 all’età moderna: così il film si snoda attraverso lo spazio e il tempo, incarnando un viaggio attraverso l’eterna eredità lasciate da Marie Curie (Rosamund Pike). Le sue relazioni appassionate, i progressi scientifici e le conseguenze che questi ebbero in lei e nel resto del mondo, ma soprattutto l’incontro con il collega scienziato Pierre Curie (Sam Riley) che finì per sposare; ogni singolo evento la influenzò spingendola a cambiare per sempre la storia della scienza grazie alla scoperta della radioattività, dimostrando come la loro genialità sconvolse il mondo tanto da assegnare, alla coppia, il Premio Nobel che la portò alla ribalta internazionale.

Radioactive è, nelle intenzioni, molto più che un semplice film: si configura piuttosto come una militante lettera d’amore verso una figura centrale nella comprensione della storia del ‘900, una donna rivoluzionaria capace, con la caparbietà della propria fede scientifica, di uscire dal cono d’ombra ad appannaggio maschile nel quale spesso finivano per essere risucchiate altri illustre colleghe, personalità della cultura, del mondo scientifico e non solo. Donne straordinarie, donne non-ordinarie; donne capaci di imprese sorprendenti se collocate nella cornice socio-culturale di un’epoca cardine per il processo di sviluppo ed emancipazione della figura femminile nella società.

L’influenza estetica della graphic novel di partenza si riflette nelle scelte registiche della Satrapi: una donna che si ritrova a tessere il complesso ritratto di un’altra donna sul grande schermo, non poteva che optare per una regia non lineare, esteticamente capace di frammentare lo spazio, il tempo ma soprattutto la materia tra echi verdi e sinistri bagliori radioattivi che avvolgono sempre di più, progressivamente, la Curie incarnata dalla Pike.

L’attrice inglese, dal canto suo, non abbandona mai una certa compostezza e un rigore – che passano soprattutto attraverso il suo perfetto accento britannico, in lingua originale – che la rendono una figura altera e caparbia, una donna indomita capace di scavalcare le etichette muovendosi in un terreno impervio (quello della scienza) che aveva da sempre lasciato poco spazio alle quote rosa. La Curie, unica donna nella storia a vincere due Nobel, attraverso le proprie scoperte ha dimostrato la fragilità frammentaria della materia svelando in parte le stesse “debolezze” alla base delle granitiche convinzioni della comunità scientifica, battendola al suo stesso tavolo verde e con le stesse regole.

Eppure, nonostante gli ottimi intenti di partenza e i guizzi di genio insiti in una regia capace di affiancare il passato al futuro – mostrando gli effetti della radioattività nella storia e sull’umanità – Radioactive non riesce fino in fondo ad esprimere sé stesso. Rimanendo vittima della stessa fama che circonda la sua eroina protagonista, il film non è una biografia incalzante e ragionata; piuttosto, è una confusa miscellanea di eventi e situazioni, un iter tradizionale incastrato in una forma non convenzionale appiattita, però, dai canoni mainstream legati al racconto delle vite degli altri.

La necessità di narrare, a tutti i costi, una vita così straordinaria si trasforma in un’agiografia laica annacquata nel “politicamente corretto”, in un inno al post-femminismo riletto nell’ottica del #MeToo time nel quale il vero talento di questa donna “gigantesca” viene ricondotto, involontariamente, all’eterna dicotomia tra amore e realizzazione di sé, vita famigliare e affermazione del proprio io. Il maschile e il femminile risultano così inscindibili come lo Yin e lo Yang in Radioactive, lontani dalla forza dell’indipendenza creativa che è fonte inesauribile di scoperte e cambiamenti.

Marie si afferma, e acquisisce consapevolezza, nel riflesso degli occhi di Pierre: senza di lui capisce che la sua esistenza è incompleta, facendo però sorgere il dubbio – negli spettatori più attenti – che questa storia d’amore larger than life sia piuttosto una contraddizione in termini rispetto al messaggio di militante indipendenza femminista lanciato dalla Satrapi attraverso il suo biopic Radioactive.

Guarda il trailer ufficiale di Radioactive

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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