lunedì, Agosto 8, 2022
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Project Power, recensione dell’action movie Netflix con Jamie Foxx

Quando ci si accinge a vedere e giudicare criticamente uno dei molteplici film d’azione prodotti e distribuiti da Netflix – ne esce praticamente uno ogni 2 mesi – si è pervasi da un sentimento di disagio. Questo perché ogni volta è come se, anziché ritrovarsi al cospetto di un nuovo film, si continuasse a guardare la medesima pellicola, naturalmente via via aggiornata con nuovi attori e qualche lieve modifica di trama. Un disagio, dicevamo, percepibile anche durante e dopo la visione di Project Power, l’ultimo action movie del colosso californiano, da qualche settimana disponibile in streaming.

Anche per quest’ultimo caso la ricetta su cui Netflix fa affidamento è sempre la stessa (e lo ribadiamo, pur correndo il rischio – ne siamo consapevoli – di essere ripetitivi): prendi una trama esile e per nulla originale, infarciscila con tanta azione (ma proprio tanta!) e aggiungi, a mo’ di ciliegina sulla torta, qualche attore riconoscibile e riconducibile al genere action. La sceneggiatura, quindi, passa in secondo piano, e funge esclusivamente da pretesto per coreografare – con efficacia, non c’è che dire – le innumerevoli scene d’azione che si susseguono senza sosta e con buona pace degli sviluppi narrativi o dello spessore dei personaggi. Per la cronaca, lo script di Project Power è firmato da Mattson Tomlin, il quale ha collaborato con Matt Reeves e Peter Craig alla sceneggiatura dell’atteso The Batman (verrebbe da dire: che Dio ce la mandi buona).

New Orleans e la sua popolazione divengono il “banco di prova” per alcuni criminali volenterosi di testare l’efficacia di una nuova droga capace di donare a coloro che la ingeriscono poteri sovrumani di vario genere (ma solo per 5 minuti, e con il rischio di controindicazioni mortali). L’ex maggiore dell’esercito americano Art (Jamie Foxx) giunge in città per cercare di rintracciare i responsabili dello spaccio della sostanza tanto miracolosa quanto pericolosa, i quali sono anche colpevoli di aver rapito (il perché lo si scoprirà durante il corso del film) sua figlia Tracy (Kyanna Simone Simpson). Ad aiutarlo, una giovane spacciatrice per necessità (economica) che sogna di diventare una cantante rap, Robin (Dominique Fishback), e un poliziotto che desidera anch’egli sgominare l’organizzazione criminale a capo dello spaccio della super droga, Frank (Joseph Gordon-Levitt).

Diretto dai registi Ariel Schulman Henry Joost (i due hanno all’attivo anche il quarto capitolo della “serie” Paranormal Activity), Project Power va naturalmente preso per quello è: un film d’azione nudo e crudo, certo, ma al contempo anche un’opera non particolarmente riuscita, priva di qualsivoglia fascino ed incapace – e qui il limite è puramente drammaturgico – di coinvolgere lo spettatore al di là della spettacolarità della messa in scena. Ciò che si “contesta” al film, infatti, non è tanto la sua efficacia adrenalinica – anche perché a ben vedere ci sono numerose sequenze realizzate in modo egregio – ma l’incapacità a “sostenersi” da un punto di vista narrativo: a dare respiro agli eventi narrati e sopratutto credibilità ai personaggi e alle loro azioni.

Il cinema hollywoodiano, specie nelle ultime decadi, ha concesso uno spazio sempre maggiore al genere action. Gli anni ’80, ad esempio, rappresentano ancora un modello per molte produzioni contemporanee, e non serve scomodare i mercenari di Sylvester Stallone per capirlo (pensiamo solo ai molteplici remake o reboot realizzati negli ultimi tempi di pellicole d’epoca reaganiana). Sotto un certo punto di vista, anche Project Power più che scrivere una nuova pagina del genere – come invece ha fatto, ad esempio, Michael Bay con 6 Underground, sempre di Netflix – sembra interessato a riprendere elementi tipici di un cinema che fu; in questo caso non propriamente quello anni ’80 (di ironia qui ce n’è molto poca, ad esempio) ma uno più “vicino” a noi: quello prodotto tra fine anni ’90 e inizio 2000.

Al di là dell’uso di un’estetica certamente più “videoludica” (termine che non vuole avere alcuna accezione negativa), figlia della contemporaneità liquida – a livello mediale – che stiamo vivendo, Project Power deve molto alla fisicità “muscolare” del cinema di registi quali Antoine Fuqua e Michael Bay. Un debito che si estende anche alla caratterizzazione dei personaggi e alla scelta dei loro interpreti: insomma, Jamie Foxx e Gordon-Levitt recitano in parti che una ventina di anni fa sarebbero state cucite su misura per attori quali Denzel Washington e Mark Wahlberg.

Chiaramente, se già di per sé Project Power presenta dei limiti, il metterlo a confronto con un modello che, pur non essendo eccelso (insomma, non è che ci strappavamo i capelli per Training Day, no?), risulta comunque ineguagliabile da un punto di vista emotivo/spettacolare, non fa che mettere ancora più in evidenza le pecche di un’operazione anonima. In un tempo neanche troppo lontano dal nostro presente venivano prodotti film rivolti al grande pubblico capaci di catturare gli spettatori con storie “forti”, spesso anche politicamente scorrette (quantomeno a livello superficiale), e sopratutto con attori dall’indiscutibile ascendente (pensiamo solo alla fortuna di cui ha goduto Washington all’inizio del nuovo millennio). Oggi invece le cose sembrano essere cambiate, in negativo, ed il film di Schulman e Joost ne è suo malgrado una testimonianza tangibile.

Sarà per la saturazione di un mercato cinematografico in cui tutto ci sembra già visto (perché in fin dei conti lo è, salvo rari ed eccezionali casi); sarà per un’offerta ormai non più limitata alla sala cinematografica ma condannata – causa pay tv, streaming, ecc. – all’infinita proposta di contenuti (sulla carta) sempre nuovi, e quindi bisognosa di una produzione selvaggia che rischia di essere qualitativamente altalenante (e qui ci sarebbe da domandarsi quanto incida il fattore tempo sull’effettiva riuscita delle produzioni cinematografiche, ma anche seriali, contemporanee).

Fatto sta che, ad oggi (non solo su Netflix), il cinema d’azione sembra solo la mera ombra di quello che fu un tempo, sempre più incapace di coinvolgere il grande pubblico e alla costante (e sterile) ricerca di soluzioni (formali più che narrative, e questo è il grande limite) che possano colpire/stordire lo spettatore. E alla fine, passata l’assuefazione determinata dal tripudio di immagini da cui siamo travolti, rimaniamo al cospetto di un vuoto indecifrabile che ci fa capire che l’emozione (anche quella più superficiale) è un’altra cosa.

Guarda il trailer ufficiale di Project Power

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Project Power va naturalmente preso per quello è: un film d'azione nudo e crudo, certo, ma al contempo anche un'opera non particolarmente riuscita, priva di qualsivoglia fascino ed incapace - e qui il limite è puramente drammaturgico - di coinvolgere lo spettatore al di là della spettacolarità della messa in scena.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Project Power, recensione dell'action movie Netflix con Jamie FoxxProject Power va naturalmente preso per quello è: un film d'azione nudo e crudo, certo, ma al contempo anche un'opera non particolarmente riuscita, priva di qualsivoglia fascino ed incapace - e qui il limite è puramente drammaturgico - di coinvolgere lo spettatore al di là della spettacolarità della messa in scena.