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Primetime, recensione del film di Lance Oppenheim

Lance Oppenheim racconta la storia vera del conduttore televisivo Chris Hansen in Primetime, con protagonista Robert Pattinson. In Concorso a Venezia 83 e dal 15 ottobre a cinema.

“Sei un attore? Sei un attore?”, è l’insistente domanda che verrà posta a Dan Plumb (Skyler Gisondo) nell’epilogo di Primetime. Il ragazzo, ventiquattro anni, dovrebbe poter rispondere con certezza: sì, è un attore, e la tessera SAG (Screen Actors Guild) appena ricevuta per posta ne è la prova. Eppure, esita. Di certo lo è stato in passato, o voleva esserlo, ma dopo quello che ha vissuto non ne è più così sicuro. Forse adesso è qualcosa di diverso, qualcosa di indefinito. 

In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, il film prodotto da A24 e diretto da Lance Oppenheim si gioca tutto su questo confine tra recitazione e realtà, tra messa in scena e verità. La storia è quella di Chris Hansen, interpretato da Robert Pattinson, un giornalista americano che a metà degli anni Duemila aveva raggiunto grande notorietà per il suo programma televisivo To Catch a Predator. Il format consisteva nell’ingaggiare attori professionisti per impersonare minorenni e attirare predatori sessuali e pedofili, che venivano ripresi di nascosto e in seguito arrestati. 

I problemi iniziano nel momento in cui il network (NBC) decide di spostare To Catch a Predator in prima serata (primetime, appunto), chiedendo a Hansen di osare ancora più di prima per battere la serie evento di quegli anni, ovvero Lost. L’ambizione diventa rapidamente ossessione, in una spirale discendente che coinvolgerà anche il giovane Dan e la collaboratrice più stretta di Hansen, Andie Bender (Merritt Wever), fino al tragico evento che avrebbe portato alla chiusura definitiva del programma. 

Una maschera perenne

È difficile definire Primetime un vero e proprio biopic: la finestra temporale raccontata è troppo ridotta e la vita privata e interiore di Hansen non è mai davvero messa in primo piano. Per tutto il film il protagonista mantiene l’atteggiamento di un performer, identità dalla quale non sembra in grado di separarsi. La sua maschera perenne fatta di continue prove delle battute da recitare, faccette e discorsi motivazionali cade raramente, forse nemmeno nel primo piano finale, quando le lacrime gli rigano il volto, che però ha tutta l’aria di un controcampo simmetrico rispetto alle inquadrature iniziali nel camerino, davanti allo specchio, poco prima di andare in onda. 

In questo, la sua figura risulta criptica, poco intellegibile, ma anche terribilmente magnetica, e gran parte del merito va sicuramente a Pattinson, attore sempre più camaleontico che quest’anno abbiamo già visto tre volte al cinema – lo vedremo una quarta, a dicembre, in Dune – Parte 3 – in vesti del tutto diverse ma ogni volta credibili e mai ripetitive. Delle tre, finora, questa è la sua prova migliore, superando quella già ottima di The Drama; e se il vero Chris Hansen di recente ha lamentato un’eccessiva componente caricaturale nella sua recitazione, è perché tale componente è vitale in funzione del personaggio e del racconto. 

Primetime. Credit: Courtesy of A24

Set e realtà, cinema e televisione

D’altra parte, così come si confondono e si compenetrano tra loro il conduttore carismatico e la persona, lo stesso avviene tra il mondo finto ripreso dalle telecamere nascoste e il mondo reale che vi entra a gamba tesa. I predatori valcano la soglia, inconsapevoli, di un set televisivo, e da quel momento non sono più solo criminali, ma parte della macchina dell’intrattenimento, che trasforma le loro azioni in copioni prestabiliti. Di riflesso, attori come Dan si ritrovano a chiedersi se stanno davvero interpretando solo un ruolo.

Di rado, infatti, il loro lavoro ha conseguenze reali: i morti non lo sono mai davvero, i colpi di pistola si sparano a salve, gli ambienti vengono ricostruiti ad hoc, e così via. Non qui. E allora si torna alla domanda iniziale: sei davvero solo un attore? C’è inoltre un passo ulteriore, che emerge soprattutto nell’estetica scelta da Oppenheim, che cerca di adattare il più possibile il fotogramma cinematografico a quello della televisione, in quegli anni ancora un po’ rozzo, sporco, sgranato. In Primetime, dunque, fioriscono gli split-screen, il formato si restringe e la qualità fotografica si abbassa, generando un effetto candid camera perpetuo.

Certo, trattandosi di un esordio – dopo tre acclamati documentari – di un regista appena trentenne, non tutto in Primetime risulta a fuoco. Ci sono passaggi confusi e momenti che girano un po’ a vuoto, col rischio di annebbiare anche la lucidità critica e satirica che sostengono e alimentano il film. Tuttavia il fatto che un’opera su un tema cruciale e “serio” come la ricerca spasmodica e voyeuristica dell’immagine forte e sensazionalistica riesca addirittura a dotarsi di una sottile ma costante ironia, la dice lunga sulle particolari abilità di Oppenheim, che si riversano su questo altrettanto particolare, strano, imperfetto e seducente film. 

Guarda il teaser trailer ufficiale di Primetime

GIUDIZIO COMPLESSIVO

In Primetime set e realtà si confondono, mentre il cinema diventa televisione e viceversa e il suo protagonista si nasconde dietro una perenne maschera da performer, interpretato da un Robert Pattinson camaleontico. Lance Oppenheim gira un film particolare, strano e imperfetto ma seducente, trattando il tema cruciale della ricerca spasmodica e voyeuristica dell'immagine sensazionalistica con costante e sottile ironia, dimostrandosi un regista ancora acerbo ma di talento.

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In Primetime set e realtà si confondono, mentre il cinema diventa televisione e viceversa e il suo protagonista si nasconde dietro una perenne maschera da performer, interpretato da un Robert Pattinson camaleontico. Lance Oppenheim gira un film particolare, strano e imperfetto ma seducente, trattando il tema cruciale della ricerca spasmodica e voyeuristica dell'immagine sensazionalistica con costante e sottile ironia, dimostrandosi un regista ancora acerbo ma di talento. Primetime, recensione del film di Lance Oppenheim