La prima cosa che potrebbe lasciare sorpresi, alla fine della visione di Primavera, è che le note del brano più famoso di Antonio Vivaldi non si sentano fino allo scorrere dei titoli di coda. Ma come, non doveva essere un film sulla genesi del capolavoro scritto dal leggendario compositore veneziano? Non proprio. O meglio: sì, da un certo punto di vista lo è, ma solo in parte, dal momento che quando finalmente ascoltiamo la tanto agognata melodia il sipario è già calato. Non c’è alcuna catarsi, né per il pubblico né per i personaggi, nessun momento di riconoscimento, di riscatto o di gloria.
Due film (non così) simili
Termine usato non a caso, quest’ultimo, perché Gloria! è anche il titolo dell’esordio alla regia di Margherita Vicario del 2024, che sulla carta ha parecchie cose in comune con il film di Damiano Michieletto (presentato al Toronto International Film Festival 2025): entrambi opere prime, entrambi ambientati negli orfanotrofi di Venezia del Settecento e Ottocento, entrambi con protagoniste femminili che trovano la forza di rivendicare la propria identità tramite la musica.
In realtà le somiglianze finiscono qui, perché Michieletto – che viene dal mondo delle opere liriche, dove è un regista acclamatissimo a livello internazionale, e aveva in realtà già diretto un film televisivo, portando sullo schermo il libretto d’opera di Gianni Schicchi nel 2021 – percorre una strada diversa da quella di Vicari, per certi versi più cupa e cruda (per non dire crudele). Adattato liberamente dal romanzo epistolare Stabat Mater di Tiziano Scarpa dalla veterana sceneggiatrice Ludovica Rampoldi (anche lei quest’anno per la prima volta dietro la macchina da presa con Breve storia d’amore), Primavera non è un film corale come Gloria!, ma un affascinante duetto tra due spiriti affini in grado di esprimersi solo attraverso le note e gli spartiti.

La musica come strumento di liberazione
Proprio su questi ultimi, infatti, Cecilia (Tecla Insolia) scrive segretamente lettere alla madre, di cui non conosce il nome né il volto, in quanto orfana abbandonata dalla nascita alle cure dell’Ospedale della Pietà di Venezia. È il 1716 e la ragazza, appena ventenne, è tra le più promettenti violiniste dell’istituto, ma sa bene che, appena finita la guerra contro i turchi, andrà in sposa a un alto ufficiale dell’esercito. Lei e le altre orfane non sono altro che un bene economico, da preservare e nascondere dietro spesse grate ed eleganti maschere fino a quando non saranno utili alla società come strumenti di riproduzione. Se per qualcuno tutto ciò risuonasse echi di The Handmaid’s Tale, non ci sarà andato molto lontano: perfino le divise rosse indossate dalle giovani donne richiamano quelle delle Ancelle della serie con Elisabeth Moss (o forse è il contrario, ma poco importa).
Con l’arrivo di Antonio Vivaldi (Michele Riondino) come rimpiazzo del sacerdote (e direttore d’orchestra) dell’orfanotrofio, per Cecilia è l’occasione di brillare, di far esplodere il proprio talento e liberarsi dalla doppia prigione – quella attuale e quella futura – in cui vive. Il compositore, d’altra parte, vede in lei non solo un’allieva estremamente dotata, ma una fonte di ispirazione artistica senza precedenti e la possibilità di una riabilitazione professionale, dopo i fallimentari tentativi di diventare impresario teatrale.

Un racconto classico affrontato senza paura
Tuttavia – e questa è probabilmente la differenza maggiore con Gloria! – per entrambi i personaggi si tratta di un riscatto parziale, soffocato. Spezzato dal rumore secco e fulmineo di un polso rotto. Sarà ridondante dirlo, per un film che parla di musica, ma il ritmo narrativo di Primavera è profondamente scandito dai suoni: una penna che fa scorrere l’inchiostro sulla pergamena, il tonfo sordo di un libro che cade, il gemito di una gatta a cui vengono tolti con la forza i figli appena nati, i boati improvvisi che fanno pensare all’inizio di un conflitto ma si rivelano ben presto tutt’altro.
Michieletto non si tira indietro dalla brutalità dell’epoca, né dal difficile compito di confrontarsi con un linguaggio nuovo. Impregna il racconto della giusta densità emotiva, evitando abilmente inutili risvolti romantici, e comprende come valorizzare al meglio due grandi interpreti come Michele Riondino e Tecla Insolia: mentre il primo lavora in sottrazione, donando al suo Vivaldi la fragilità di un genio in precarie condizioni fisiche, la seconda supera agevolmente il rischio di imitare sé stessa – Cecilia poteva essere una versione superflua e ridondante di Modesta, la protagonista de L’arte della gioia, ma non lo è – e si conferma un’attrice formidabile. Di certo tra le migliori in circolazione, in Italia e non solo.
Pur affiancato da espertissimi del settore (Rampoldi in primis, ma anche Daria D’Antonio alla fotografia e Fabio Massimo Capogrosso alla colonna sonora), il regista si dimostra piuttosto consapevole del mezzo cinematografico e gira un’opera quadrata, senza sbavature estetiche né particolari virtuosismi tecnici. Classica, potremmo quasi dire, e forse, visto il tema, non esiste definizione più azzeccata.


