Arriva finalmente in Italia (in Spagna è uscito a settembre 2022, ricevendo 16 nomination ai Goya e conquistando cinque riconoscimenti tecnici) il nuovo film di Alberto Rodríguez, apprezzato regista spagnolo con al suo attivo tre partecipazioni al Noir in Festival e due titoli particolarmente amati da pubblico e critica, 7 vírgenes (2005) e La isla mínima (2015).
Prigione 77 tra espunto dalla storia vera di alcuni detenuti incarcerati nella prigione di Barcellona sul finire della dittatura franchista in Spagna, tra il 1976 e il 1978; incarcerati spesso per piccoli reati, in alcuni casi anche solo per la propria omosessualità, e condannati sbrigativamente a scontare anni di reclusione, alcuni uomini, esasperati dalle terribili condizioni carcerarie, cercano di appellarsi alla nascente democrazia per rivendicare i propri diritti, sostenendo il neonato COPEL (Comitato Coordinatore dei Prigionieri in Lotta).
Attraverso il punto di vista di Manuel (il bravissimo Miguel Herrán de La casa di carta), giovane contabile condannato a una pena spropositata per un’appropriazione indebita gonfiata dal suo datore di lavoro, lo spettatore entra in una prigione modello della spagna dell’epoca, un terribile panopticon dove le guardie più che i detenuti si permettono ogni genere di violenza e sopruso, gravando ulteriormente sulle già disumane condizioni igieniche, alimentari e sanitarie della struttura. Una prigione, tragicamente simile a tante ancora esistenti, in Italia come nel resto del mondo, dove “rieducare” viene tradotto con “spezzare”, la dignità, la speranza, l’umanità. Inizia così un viaggio da incubo, soprattutto perché né enfatizzato né edulcorato ma rappresentato con estremo realismo e reso avvincente, per quanto doloroso, dalla scelta di Rodríguez di raccontarlo attraverso il genere.
La battaglia che si combatte è quella per la giustizia: Manuel non si rassegna all’idea di non sapere quando uscirà di prigione, non avere un’adeguata difesa, non potersi fare una doccia, non poter passeggiare senza la paura di un agguato da parte di secondini o carcerati. La sua diventa presto rabbia, unico antidoto al generale senso di impotenza che affligge tanto lo spettatore quanto i suoi compagni dinanzi al costante disinteresse verso i loro diritti da parte del direttore del carcere, degli avvocati, della politica, delle istituzioni.

Una riflessione acuta sul valore dei diritti umani
Così lo spirito rivoluzionario di Manuel finirà per incendiare anche un altro personaggio, José Pino, personaggio tratteggiato benissimo e interpretato da un magnifico Javier Gutiérrez Álvarez. José è un idealista disilluso che torna a combattere, un uomo che ha imparato a trovare rifugio nella cella e nella lettura, proteggendosi da un mondo che pare aver perso la sua umanità e il cui abbrutimento è ben rappresentato da una scena in cui i secondini bruciano i suoi libri; “Non importa, li so a memoria”, replicherà José.
Resistenza interiore e fisica, lotta civile e armata, anche a costo della morte. Prigione 77 parte da un particolare per arrivare a parlare dell’universale, della necessità di non arrendersi dinanzi ai soprusi e alla violenza, specie se psicologica; di affidarsi all’amicizia per superare le avversità; di continuare a battersi per la democrazia. A dimostrazione della grande qualità di scrittura del film, la cui sceneggiatura è firmata dal regista assieme a Rafael Cobos, il bellissimo finale sembra smentire tutto questo, in realtà ribadendolo: in uno Stato iniquo che sopprime inalienabili diritti umani, a volte l’unica scelta possibile è quella di compiere un gesto illegale in nome della libertà.
Il messaggio di Rodríguez arriva forte e chiaro anche perché Prigione 77 è innanzitutto un ottimo film: per la qualità della scrittura e il ritmo costante della narrazione, per la caratura degli interpreti e il realismo del loro aspetto, per la scenografia autentica (il film è girato nel Cárcer Modelo di Barcellona) e la regia che sa come conquistare l’occhio dello spettatore, donando bellezza e poesia anche alle scene più crude. Pur essendo ambientato quasi tutto in due soli luoghi, la profondità e la cura dello sguardo di Rodríguez donano al film un’ampiezza che merita di essere apprezzata in sala.


