Porte che sbattono, apparizioni fugaci, la sensazione di non essere mai soli… Dagli albori del medium con Georges Méliès (Le château hanté), passando per alcuni classici del genere (Suspense di Jack Clayton, Poltergeist – Demoniache presenze di Tobe Hooper), fino ad arrivare agli esempi più recenti (The Orphanage, Insidious), la casa infestata è sempre stata uno dei soggetti più frequentati dal cinema dell’orrore, e non solo (Beetlejuice – Spiritello porcello).
Negli anni, sono state tante le dimore maledette visitate dal grande schermo, da freddi e oscuri manieri in Cornovaglia (La casa sulla scogliera) a famigerate case in stile coloniale nella suburbia americana (Amityville Horror), così come le variazioni sul tema dell’infestazione spettrale. Pensiamo al The Others di Alejandro Amenábar, dove, con un brillante ribaltamento di prospettiva, si sposava il punto di vista degli inquieti trapassati, rendendo di fatto i nuovi inquilini, ancora vivi e vegeti, gli ospiti indesiderati della situazione.
Una classica storia di fantasmi in mano a Soderbergh
Ma anche un autore come Steven Soderbergh, probabilmente nella sua fase più sperimentale (sempre su questi lidi, vi abbiamo parlato del recente Black Bag – Doppio gioco), non ha saputo resistere alla prospettiva di rivisitare, a modo suo, la più classica delle storie di fantasmi. Arriva, infatti, anche nelle nostre sale, a partire dal 24 luglio, Presence, originale thriller soprannaturale diretto dal famoso regista americano.
Ispirato a un’esperienza vissuta dallo stesso regista, convito di aver condiviso per anni la sua casa con una presenza invisibile, il film è stato girato completamente in soggettiva, in modo da rappresentare il punto di vista dello spettro. Un progetto per cui Soderbergh torna a collaborare con lo sceneggiatore David Koepp (il thriller pandemico Kimi – Qualcuno in ascolto), che aveva già portato sullo schermo un’altra storia di presenze dall’aldilà: lo spesso dimenticato Echi mortali, adattamento del romanzo di Richard Matheson “Io sono Helen Driscoll”, di cui Koepp ha firmato anche la regia.

La trama di Presence
Una presenza vaga per una villetta completamente vuota, quando la sua solitaria esistenza viene scombussolata dall’arrivo dei nuovi proprietari. La famiglia Payne, infatti, ha deciso di trasferirsi nell’abitazione alla ricerca di un nuovo inizio, soprattutto per la fragile figlia Chloe (Callina Liang), in pieno lutto per la perdita della migliore amica Nadia, apparentemente morta a causa di un’overdose.
Inconsapevoli dell’invisibile inquilino, sempre intento ad osservarli, la loro vita scorre fra momenti quotidiani e piccole tensioni familiari. Il fantasma sembrerebbe particolarmente interessato proprio a Chloe, che inizia a rendersi conto della sua presenza. E se fosse la sua amica Nadia, desiderosa di contattarla dall’aldilà? Sospetto che sembrerebbe trovare conferma nella volontà dello spirito di proteggerla, anche con preoccupanti esplosioni d’ira.
Una scelta stilistica senza compromessi
Viene in mente una frase semplice ed efficace per sintetizzare l’essenza di Presence: “uno spettro si aggira per la casa…”, da intendersi, in questo caso, in senso strettamente letterale rispetto alla sua ispirazione (ovviamente, è un’ironica parafrasi del famoso incipit del “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels). Presence è, fondamentalmente, un dramma familiare vissuto attraverso gli occhi di un ospite invisibile, che girovaga per gli spazi dell’edificio osservando i rapporti e le interazioni tra i suoi abitanti.
Una scelta stilistica portata avanti senza compromessi, che ricorda a tratti quella messa in scena, in tempi recenti, da Robert Zemeckis nel suo Here; anche questo, un family drama raccontato da un punto di vista particolare e, se vogliamo, opposto a quello in esame, con la sua quasi totale assenza di movimento. Un punto di vista che in Presence si fa anche personaggio, pronto ad agire in alcuni frangenti, sapientemente calibrati. Soderbergh ce lo ricorda con sottigliezza, spostando a volte la cinepresa in modo incerto e scomposto (questo, di sicuro, non è l’occhio di un narratore esterno e oggettivo, capace di muoversi sempre e comunque attraverso impeccabili piani sequenza).

Un approccio “grounded in reality”
Presence si allontana dalle atmosfere gotiche di solito legate al genere, sposando un taglio ancora più realistico dei succitati Poltergeist e Insidious, entrambi film dall’approccio “grounded in reality” alla materia, senza però precludersi alcune derive fantastiche. I momenti soprannaturali sono ridotti all’osso, a piccoli spostamenti di oggetti, tanto da far spesso scordare allo spettatore della presenza del fantasma; scelta che rende ancora più efficaci e stupefacenti le sue piccole incursioni.
Il ritmo lento, spesso sonnecchiante, del film, di costante attesa del minimo segnale da parte dello spirito, ricorda a tratti l’atmosferico, e non del tutto riuscito, Sono la bella creatura che vive in questa casa di Osgood Perkins. Per fortuna, rispetto alla spesso insostenibilmente lenta pellicola di Perkins, Soderbergh sa come tenere viva l’attenzione, offrendo interessanti momenti fra i membri della famiglia di Chloe (la madre è interpretata da Lucy Liu, mentre il padre e il fratello rispettivamente da Chris Sullivan e Eddy Maday), i cui caratteri sono tratteggiati con puntualità.
Non aspettatevi un classico prodotto di genere
Il tutto confluisce in un colpo di scena dal sapore quasi “shyamalaniano”, che riprende oltretutto un concetto simile a quanto già esplorato da Mike Flanagan nella serie televisiva The Haunting of Hill House, legato al rapporto fra i fantasmi e lo scorrere del tempo. Un twist interessante, ma che forse sarebbe stato meglio lasciare più sottinteso e non esplicato in modo così dichiarato, specialmente con quella scena allo specchio sul finale.
Presence procede mantenendo un fragile equilibrio, con il pericolo di cadere nella noia più totale sempre dietro l’angolo, ma riesce a portare a casa il risultato. In un esercizio estremo come questo, sia dal punto di vista stilistico che narrativo, Soderbergh si dimostra capace di gestire i tempi filmici con una precisione certosina (la pellicola dura 85 minuti, uno di troppo e il tutto sarebbe probabilmente crollato come un castello di carte). Se vi aspettate i brividi facili di un prodotto di puro genere, tenetevi lontani; questo è un esperimento cinefilo più vicino al dramma da camera che ai classici stilemi dell’horror e del thriller.


