Un alieno venuto sulla Terra non per conquistarla (La guerra dei mondi), o alla ricerca di un pacifico primo contatto (Incontri ravvicinati del terzo tipo), ma per uno scopo meno scontato: dare la caccia alla preda più pericolosa, l’uomo. E non persone qualsiasi, ma una squadra formata da alcuni dei soldati più preparati del pianeta, guidati in missione nella giungla dall’ex maggiore dei berretti verdi Dutch Schaefer (Arnold Schwarzenegger). Era questa l’idea alla base di Predator, seminale pellicola del 1987 diretta da John McTiernan, dove l’action testosteronico degli anni ’80 incontrava generi come la fantascienza e l’horror.
La travagliata storia del franchise
Un successo immediato al box office che ha portato, tre anni dopo, a un sequel, purtroppo meno riuscito, questa volta ambientato nella giungla urbana di una futuristica Los Angeles. Rispetto al più nobile cugino Alien, con cui ha condiviso lo schermo ben due volte (Alien vs. Predator e Alien vs. Predator 2), Predator ha faticato a trovare la sua strada come serie, probabilmente a causa della mancanza sia di un protagonista continuativo, come Ellen Ripley, che di registi capaci di imporre nuove interessanti interpretazioni del soggetto (ricordiamo che lo xenomorfo ha lavorato con nomi del calibro di Ridley Scott, James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet. Un curriculum invidiabile da qualsiasi grande attore sulla piazza).
Nonostante, negli anni, Predator abbia macinato successi in media come fumetti e videogiochi, l’iconica IP ha sempre riscontrato difficoltà nel ricatturare, in sede cinematografica, gli stessi esiti positivi del folgorante esordio. Questo, almeno, fino a poco tempo fa. Dopo due tentativi di rilancio falliti (Predators e The Predator), il cacciatore alieno ha ritrovato finalmente il successo, sia di critica che di pubblico, con il prequel Prey. Un back to basics che riprende la struttura rodata del primo capitolo, trasportandola nelle Grandi Pianure del ‘700, mettendo al centro un’inedita protagonista femminile (la nativa americana Naru, interpretata dalla brava Amber Midthunder).

La rinascita continua
Una rinascita tanto attesa per il franchise, avvenuta grazie al regista Dan Trachtenberg (10 Cloverfield Lane, l’episodio “Playtest” di Black Mirror), pronto a continuare la sua opera di restaurazione con il lungometraggio animato Predator: Killer of Killers, disponibile su Disney+ a partire dal 6 giugno. Un film a episodi, ognuno ambientato in una diversa epoca della storia umana, scritto a quattro mani dal regista con Micho Robert Rutare (Z Nation) e co-diretto assieme al supervisore degli effetti speciali di Prey, Joshua Wassung (nel suo curriculum, vanta anche produzioni come Lovecraft Country e Doctor Strange nel Multiverso della Follia).
Predator: Killer of Killers si apre con “Lo scudo”, primo segmento d’ambientazione vichinga. Ursa è una spietata guerriera in cerca di vendetta, che si aggira tra le lande innevate con al seguito un pugno di uomini e il figlioletto (il pensiero va a diversi personaggi dell’immaginario pop contemporaneo legati al contesto norreno: potremmo definire Ursa come una sorta di mix tra il Kratos degli ultimi due capitoli della serie videoludica di God of War e la Lagertha di Vikings). La donna, purtroppo, è destinata a incrociare sul suo cammino uno dei letali cacciatori yautja (il nome della razza aliena al centro della saga di Predator), giunto sulla Terra dell’epoca per portare avanti la sua sanguinosa attività venatoria.

Lo stile d’animazione di Predator: Killer of Killers
La cosa che salta subito all’occhio, sin dalla visione di questo primo episodio, è lo stile d’animazione scelto dallo studio The Third Floor, molto simile al bellissimo cel-shading pittorico della fortunata serie Arcane dei francesi di Fortiche, richiamata anche nel character design dei personaggi. Un mix di modelli 3D ed elementi bidimensionali a cui, in questa pellicola, si è deciso di applicare un frame rate di soli 12 fotogrammi al secondo (il cinema, normalmente, si muove a 24 FPS). Una scelta che conferisce alle animazioni un effetto scattoso, dando l’idea allo spettatore di trovarsi di fronte a una sorta di libro illustrato in movimento.
Un aspetto visivo sicuramente piacevole e d’impatto, a cui le diverse ambientazioni storiche conferiscono anche una certa varietà. Il secondo episodio intitolato “La spada”, per esempio, ci trasporta nel Giappone feudale, mettendo in scena la rivalità tra i due gemelli Kenji e Kiyoshi, anche qui con l’intromissione di un terzo incomodo d’origine aliena. Veniamo catapultati fra samurai e ninja, sullo sfondo di paesaggi e architetture orientali, scenari di solito frequentati dagli anime giapponesi (Ninja Scroll, Kenshin – Samurai vagabondo) e non da produzioni d’animazione americane.
Il terzo segmento, “Il proiettile”, è invece ambientato durante la Seconda guerra mondiale, dove alcuni caccia dell’aviazione americana stanno venendo abbattuti, uno dopo l’altro, da un oggetto volante non meglio identificato. Occasione per il meccanico Torres, che sogna di volare da sempre, di salire in cabina di pilotaggio per dimostrare il suo valore. Un contesto che offre la possibilità di mettere in scena un tipo di conflitto diverso dagli altri visti nella saga, questa volta combattuto principalmente tra i cieli, dove la navicella dell’alieno giocherà un ruolo di primo piano. Il risultato è indubbiamente divertente, una sorta di “Predator incontra Masters of the Air”.

Un gustoso antipasto
Ma la ricerca di varietà di Predator: Killer of Killers non si limita solamente ai diversi contesti storici e culturali, ma è riscontrabile anche nei design dei suoi vari antagonisti alieni, molto differenti tra loro. Si va dal massiccio yautja della prima storia, le cui proporzioni esagerate e caricaturali ricordano il Venom della Marvel, a quello pelato e con la benda della terza avventura. Predator che si distinguono anche nell’arma principale da loro scelta, caratteristica per cui gli autori hanno dato sfogo alla loro fantasia (una sorta di lama allungabile, come quella utilizzata da Ivy nel videogioco Soul Calibur; un dispositivo che lancia potenti onde sonore, simile a quello del villain fumettistico Klaw, sempre per tornare alla Marvel).
Ma le sorprese di Preadator: Killer of Killers non finiscono qui, visto che il film ha anche un quarto e conclusivo episodio, volto a collegare fra loro non solo i tre precedenti, ma, potenzialmente, anche pellicole passate e future del franchise. Nell’epilogo, già di per sé epico, vengono infatti introdotte alcune interessanti novità, che probabilmente giocheranno un ruolo importante anche nell’imminente nuovo film in live action, Predator: Badlands (trovate qui il trailer della pellicola con protagonista Elle Fanning). Elementi che fanno del lungometraggio animato un must watch per tutti i fan dell’iconica serie fantascientifica. Nonostante non sia circondato dall’alone d’importanza dei capitoli principali della saga, Predator: Killer of Killers si rivela un gustoso antipasto per il prossimo film diretto da Dan Trachtenberg.


