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Predator: Badlands, recensione del film di Dan Trachtenberg

Nuovo capitolo dell'iconica saga fantascientifica, Predator: Badlands con Elle Fanning è in sala dal 6 novembre distribuito da The Walt Disney Pictures Italia.

Predator: Badlands è un film che farà infuriare molti appassionati del franchise e allo stesso tempo verrà amato da critica (in oltre 100 hanno già espresso un giudizio favorevole su  Rotten Tomatoes, dove il film ha conquistato l’85% di gradimento) e da un pubblico trasversale che, giustamente, non sa più neanche chi sia Arnold Schwarzenegger. Il nuovo capitolo della saga, inaugurata nel lontano 1987 da John McTiernan, segna infatti una svolta radicale nel percorso, finora molto coerente, della ferocissima e sanguinaria razza aliena yautja. A guidare questa rivoluzione è Dan Trachtenberg: classe 1981, ha diretto il sequel di Cloverfield (15 milioni di dollari di budget e un incasso di oltre 110 milioni) e due film legati al franchise di Predator, uno live-action e uno d’animazione, Prey e Predator: Killer of Killers, entrambi distribuiti solo in streaming su Hulu e Disney+. La visione anticonvenzionale di Trachtenberg  è stata premiata e la 20th Century Studios (ex 20th Century Fox, acquisita nel 2019 da Disney) gli ha offerto stavolta l’opportunità della sala.

Nei quattro film avvicendantisi tra il 1987 e il 2018 si è fatto ciò che abitualmente le grandi major fanno (vedi alla voce Jurassic World): prendere una proprietà intellettuale caratterizzata da un elemento di collaudato successo – in questo caso un alieno che caccia gli esseri umani – e reiterarlo, modificando di volta in volta piccoli dettagli a contorno. L’arrivo di Trachtenberg  ha invece, e per fortuna, sparigliato le carte, e questo film ne è la definitiva conferma: Predator: Badlands ribalta completamente il paradigma seguito finora e trasforma il mostro alieno da cacciatore in preda, da mostro che si muove nell’ombra in protagonista sempre visibile, da feroce assassino sanguinario in entità complessa e perfettamente capace di compiere un proprio percorso di crescita, emergendo così dallo stereotipo nel quale era ibernato.

La rivincita dei diversi

Dek (già che abbia un nome è una novità. A interpretarlo il neozelandese Dimitrius Schuster-Koloamatangi) è uno Yautja “sbagliato”: è debole nel combattimento e il padre, che non ammette di avere nel clan un membro fallato, lo vuole morto. Grazie all’aiuto del fratello riesce a salvarsi ma per tornare a casa deve riconquistare il proprio onore uccidendo una bestia ferocissima chiamata Kalisk. E qui iniziano i problemi: perché il Kalisk vive sul pianeta Genna, popolato da una quantità disarmante di creature, animali e vegetali, tra le più letali dell’universo. Creature talmente pericolose che Dek dovrà ricorrere all’aiuto inaspettato di un androide a sua volta “sbagliato” di nome Thia (Elle Fanning), prodotta dalla Weyland-Yutani (società nota anche agli appassionati di Alien) e letteralmente fatta a pezzi da un precedente scontro con il Kalisk. Così, don solo Dek dovrà rinunciare al suo viaggio in solitaria ma dovrà anche cambiare radicalmente il proprio modo di vedere se stesso e le cose.

Se la svolta “umanista” di Predator: Badlands sia o meno frutto dell’ingresso della Disney nel franchise non è dato saperlo ma rappresenta, e chi scrive lo dice con sorpresa, un grande valore aggiunto. Perché il film si muove su due solidi assi portanti: l’impianto fantascientifico da una parte e un plot molto efficace sia in termini di coerenza (cosa affatto scontata, oggi più che mai) che di valori proposti, senza che questi, per una volta, ultimi risultino posticci o imposti a forza.

Fantascienza di livello

Partiamo dal primo elemento, la fantascienza. In Predator: Badlands ce n’è a iosa. Sin dai primi momenti si ha infatti l’impressione di trovarsi in un mix tra Dune, Star Wars, Avatar e gli Star Trek di J. J. Abrams (flare ovunque!): la varietà di ambienti spettacolari (il film è girato in gran parte in Nuova Zelanda) è pari solo alla quantità incredibile di creature aliene e dettagli tecnologici che vengono presentati in rapida successione, con un pirotecnico dispendio di creatività che fa bene all’anima, in particolare degli appassionati del genere. La fotografia ampia e dai toni argentati, la musica robustissima (a firma Sarah Schachner e Benjamin Wallfisch) e una regia attenta ai particolari – solo qualche combattimento risulta a tratti un po’ fuori fuoco – magnificano questo “packaging di lusso” che ha dietro maestranze di tutto livello (Industrial Light & Magic e Wētā FX in cima alla lista).

Sul fronte della storia, invece, il viaggio di Dek e Thia non presenta abissali vuoti di sceneggiatura, anche grazie a una scrittura che dà molto valore all’evoluzione dei personaggi. Entrambi i protagonisti, infatti, evolvono nel corso del film seguendo un percorso certamente rapido ma mai implausibile. I dialoghi sono profondi, l’umorismo circoscritto con sensatezza a pochi scambi e qualche situazione, il ritmo costante e molto godibile. Soprattutto, e questa è la vera sorpresa, in un film di Predator vengono trattati temi come l’amicizia, la famiglia, la crescita, la solitudine, il tradimento, il sacrificio e, cosa che avvicina molto il film ad Avatar, il rispetto per la natura: solo ascoltando e comprendendo il mondo che ci circonda, gli esseri umani possono evolversi in modo costruttivo. “Possiamo essere più di quanto ci chiedono” è un’altra delle frasi emblematiche che muovono la storia, un inno positivo a considerare la diversità e l’azione fuori dagli schemi un autentico valore aggiunto in un mondo fatto di software preimpostati e dinamiche familiari e sociali cristallizzatesi.

L’impianto tematico del film passa attraverso due bravissimi interpreti che hanno l’arduo compito di creare empatia all’interno di un contesto in cui non vi è, letteralmente, neanche un essere umano. Compito riuscito perché la coppia è ottimamente pensata, scritta e messa in scena. Così come alcuni momenti che, in un cinema sempre più appiattitosi su cliché collaudati, crea dei momenti cult non di poco conto. Quello forse più memorabile è un combattimento che vede la presenza di un verme sputacchiatore e un paio di gambe robotiche… Curiosi?

Guarda il trailer ufficiale di Predator: Badlands 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Badlands non è il solito Predator: chi si aspetta militari nella foresta, agguati notturni, sangue e violenza, resterà deluso da questo nuovo capitolo del franchise, che reinventa la figura di uno tra i più celebri alieni della storia del cinema. Il regista Dan Trachtenberg ribalta le consuetudini e dà vita a un robusto film di fantascienza a cui non mancano né la spettacolarità né i sentimenti, con una coppia di protagonisti molto insolita e un ritmo serrato che lo rende probabilmente il miglior film del genere dell’anno.

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