HomeRecensioniPossible Love, recensione del film di Lee Chang-dong

Possible Love, recensione del film di Lee Chang-dong

A otto anni dal suo ultimo film, il regista sudcoreano Lee Chang-dong torna alla regia con Possible Love. In Concorso a Venezia 83 e dal 6 novembre su Netflix.

Un comandamento, il desiderio, la proprietà. La finzione e la realtà, il cinema e il documentario, ciò che mostriamo e ciò che preferiamo tenere nascosto. Due coppie, due famiglie, due classi sociali che si osservano, si incontrano e finiscono inevitabilmente per desiderare qualcosa dell’altra. Possible Love (Ga-neung-han sa-rang) è il nuovo film scritto e diretto da Lee Chang-dong, presentato in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Un ritorno atteso otto anni, dopo Burning, per uno dei più importanti autori del cinema sudcoreano contemporaneo.

Quasi tre ore di cinema costruite innanzitutto sulla parola, sulle relazioni e sulle contraddizioni di quattro personaggi che Lee lascia emergere lentamente, concedendo loro il tempo necessario per mostrarsi e, soprattutto, per nascondersi. Jeon Do-yeon e Sul Kyung-gu incontrano Zo In-sung e Cho Yeo-jeong (volto ormai internazionalmente riconoscibile dopo Parasite), in un racconto nel quale lavoro, capitale, matrimonio e desiderio si mescolano continuamente. E dove anche distinguere ciò che è reale da ciò che viene messo in scena diventa progressivamente più complicato.

Ristrutturare la realtà

Una grande azienda annuncia una “ristrutturazione”. Dietro una parola apparentemente neutra si nasconde un licenziamento di massa che divide improvvisamente chi può continuare a lavorare da chi deve ricostruire la propria esistenza. Tra questi ultimi c’è Ho-seok (Sul Kyung-gu), che perde il lavoro e sembra perdere con esso qualcosa di molto più profondo. Accanto a lui rimangono la moglie Mi-ok (Jeon Do-yeon), vitale, espansiva, all’apparenza complementare alla costante malinconia del marito, e il loro giovane figlio, taciturno e osservatore silenzioso di ciò che accade attorno a lui.

A interessarsi alle conseguenze della ristrutturazione è Ye-ji (Cho Yeo-jeong), documentarista che vuole raccontare come gli ex operai stiano provando a rimettersi in gioco dopo il licenziamento. Insieme al marito Sang-woo (Zo In-sung), entra così progressivamente nella vita di Ho-seok e Mi-ok. Quello che nasce come incontro professionale comincia però ad allargarsi: le due coppie si frequentano, entrano nelle rispettive case e osservano vite costruite su condizioni economiche e sociali profondamente differenti. Il documentario smette lentamente di avere confini precisi e il rapporto tra chi filma e chi viene filmato si confonde con quello tra due famiglie che iniziano a riconoscere nell’altra qualcosa che manca alla propria.

Possible Love. Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026

Non desiderare la roba d’altri

“Non desiderare la roba d’altri”, così si apre Possible Love; un comandamento, una dichiarazione che Lee Chang-dong lascia inizialmente sospesa e che soltanto progressivamente comincia ad assumere significato. Il desiderio attraversa infatti l’intero film, ma raramente nella sua forma più evidente. Non riguarda soltanto un’altra persona. Si desidera una condizione economica, una famiglia differente, una libertà che sembra appartenere agli altri, una maniera diversa di stare al mondo. Le due coppie finiscono così per specchiarsi continuamente, attratte e respinte da ciò che vedono.

Per citare i titoli che negli ultimi anni hanno tentato di mostrare al mondo la potenza del cinema sud-coreano, è inevitabile pensare a Parasite di Bong Joon-ho, non soltanto per la presenza di Cho Yeo-jeong, ma per il modo in cui due famiglie appartenenti a classi sociali lontanissime entrano in contatto fino a contaminare i rispettivi spazi. E qualcosa, almeno nel punto di partenza, richiama anche No Other Choice di Park Chan-wook: la perdita del lavoro come evento capace di mettere in discussione non soltanto la stabilità economica, ma l’identità stessa di un individuo. Il regista qua sceglie però una strada completamente differente. Il licenziamento non diventa il motore di una costruzione grottesca, ma una ferita che continua a esistere negli occhi, nelle parole e soprattutto nei silenzi di Ho-seok. Tra tutti è lui ad aver pagato il prezzo più alto di quella “ristrutturazione”, e il film lascia che la profondità di questa ferita emerga senza fretta.

La dimensione sociale non rimane mai separata da quella sentimentale. Lavoro, denaro e classe determinano il modo in cui i personaggi guardano se stessi e gli altri, mentre il titolo sembra porre una domanda molto più ampia: quale amore è ancora possibile all’interno di queste strutture? L’autore ragiona sul desiderio di libertà come possibile forma d’amore, ma anche sull’incapacità di accontentarsi della vita che possediamo quando veniamo messi davanti a quella degli altri. Le differenze economiche diventano differenze esistenziali e l’invidia si confonde con la curiosità, l’attrazione e il bisogno di riconoscimento. A rendere ancora più stratificato questo confronto è però la macchina da presa. Una delle due famiglie non si limita a osservare l’altra: la filma. E Possible Love comincia così a interrogarsi anche sulla possibilità stessa di riprodurre la realtà. Dove termina il documentario e comincia la finzione? Quanto rimane autentico un comportamento nel momento in cui qualcuno decide di registrarlo? E, soprattutto, chi possiede davvero l’immagine di una vita?

Interrogare moralmente il presente

Lee Chang-dong costruisce continuamente immagini nelle immagini, alternando lo sguardo del proprio film a quello del documentario realizzato dai personaggi. A volte sappiamo perfettamente chi stia guardando, altre volte il confine si assottiglia fino quasi a scomparire. La finzione diventa documentario e il documentario può trasformarsi a sua volta in finzione. Allo stesso modo, la relazione professionale tra le due famiglie invade quella privata, fino a rendere impossibile stabilire dove termini ciò che stanno realizzando insieme e dove ricominci semplicemente la loro vita.

Non è casuale, allora, che il film dialoghi esplicitamente con Decalogo di Krzysztof Kieślowski, opera che trasformava i Dieci Comandamenti in altrettanti punti di partenza per interrogare moralmente il presente. Lee raccoglie quella suggestione senza trasformarla in una lezione. “Non desiderare la roba d’altri” non offre una morale alla storia, ma una domanda che continua a cambiare significato insieme ai personaggi. Perché ciò che appartiene agli altri non è necessariamente un oggetto: può essere un lavoro, una casa, una relazione, una possibilità. Persino un modo diverso di essere felici.

Possible Love. Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026

Un film sull’amore possibile

Possible Love dura 164 minuti e vive soprattutto di dialoghi, incontri, silenzi e dinamiche tra un numero ristretto di personaggi. Eppure quelle quasi tre ore non pesano. È il risultato, prima di tutto, di una sceneggiatura straordinariamente sagace, precisa e umana, capace di presentare immediatamente i propri personaggi senza mai pretendere di averli già spiegati. Lee Chang-dong e il co-sceneggiatore Oh Jung-mi disseminano dettagli, contraddizioni e mezze verità, lasciando che ciascuno riveli qualcosa di sé quando è il momento giusto e che altro rimanga invece nascosto appena sotto la superficie.

A sostenere questa scrittura ci sono quattro interpretazioni di livello altissimo. Jeon Do-yeon è magnetica nella vitalità e nelle contraddizioni di Mi-ok, mentre Sul Kyung-gu costruisce Ho-seok innanzitutto attraverso una tristezza quasi permanente nello sguardo: quando quella compostezza finalmente si incrina e le emozioni riescono a emergere, la sua interpretazione diventa travolgente. Zo In-sung e Cho Yeo-jeong completano perfettamente il quadro, dando forma all’altra metà di uno specchio nel quale nessuno dei quattro finisce per riconoscersi completamente.

Poi c’è Lee Chang-dong. La sua regia possiede la sicurezza necessaria per non attirare continuamente l’attenzione su se stessa e contemporaneamente costruisce uno dei dispositivi più affascinanti del film. Il passaggio tra le immagini del documentario e quelle della finzione è talmente fluido che progressivamente perdiamo la certezza di chi stia controllando il nostro sguardo. Il cinema osserva qualcuno che utilizza il cinema per osservare qualcun altro e, dentro questa moltiplicazione, la distinzione tra vita e rappresentazione diventa sempre più fragile.

Possible Love conferma così, ancora una volta, la straordinaria vitalità di un cinema sudcoreano che Parasite ha contribuito a rendere visibile a un pubblico enormemente più ampio, ma che continua a essere troppo spesso conosciuto soltanto attraverso le sue eccezioni diventate fenomeni internazionali. Lee Chang-dong non aveva certo bisogno di essere riscoperto, ma il suo ritorno dopo otto anni ricorda quanto questo cinema sappia essere insieme popolare e complesso, politico e intimo, rigoroso e profondamente comunicativo. Un film sull’amore possibile che finisce per chiedersi, prima ancora, quanto sia possibile conoscere davvero la vita degli altri senza cominciare inevitabilmente a desiderarne almeno una parte.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Possible Love è un ritorno straordinariamente solido per Lee Chang-dong, capace di sostenere quasi tre ore di racconto attraverso una scrittura intelligente, personaggi complessi e quattro interpretazioni di altissimo livello. Il confronto tra classi sociali diventa progressivamente una riflessione sul desiderio, sull’amore e sull’insoddisfazione, mentre il continuo scambio tra documentario e finzione costruisce uno dei dispositivi più riusciti del film. Un’opera stratificata ma mai inutilmente complicata, politica senza rinunciare all’intimità e capace di ricordare ancora una volta la forza del grande cinema sudcoreano.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

Possible Love è un ritorno straordinariamente solido per Lee Chang-dong, capace di sostenere quasi tre ore di racconto attraverso una scrittura intelligente, personaggi complessi e quattro interpretazioni di altissimo livello. Il confronto tra classi sociali diventa progressivamente una riflessione sul desiderio, sull’amore e sull’insoddisfazione, mentre il continuo scambio tra documentario e finzione costruisce uno dei dispositivi più riusciti del film. Un’opera stratificata ma mai inutilmente complicata, politica senza rinunciare all’intimità e capace di ricordare ancora una volta la forza del grande cinema sudcoreano.Possible Love, recensione del film di Lee Chang-dong