La storia delle avventure di Peter Pan appartiene da sempre alla memoria collettiva. Eppure, per quanto la longevità dell’opera di J. M. Barrie possa definirsi secolare, la realtà che molti ignorano è che al centro del romanzo più acclamato dello scrittore britannico ci fosse tanto la figura del bambino che non voleva crescere quanto quella della sua amica Wendy Darling, a lungo erroneamente considerata una figura di contorno, ma di fatto protagonista della storia a tutti gli effetti, al pari del ben più celebrato Peter.
Dove l’operazione Peter Pan & Wendy, firmata da David Lowery, si rivela vincente, è proprio nell’essere riuscita a cogliere che non si è mai trattato di Peter Pan, o comunque non soltanto di lui (basti pensare che il titolo originale del romanzo di Barrie pubblicato nel 1911 è – appunto – Peter and Wendy).
Così, in questa nuova rivisitazione in chiave live action – disponibile su Disney+ dal 28 aprile e che si ispira non solo all’opera di Barrie ma anche al classico d’animazione della Casa di Topolino uscito nel 1953 -, la maggiore dei fratelli Darling ottiene finalmente il ruolo centrale che le spetta e che nelle precedenti trasposizioni le era stato negato (fatta eccezione per il bellissimo Wendy di Benh Zeitlin del 2020).
Lowery – autore anche della sceneggiatura insieme a Toby Halbrooks – riconosce che quella dello scrittore britannico è sempre stata prima la storia di Wendy, una ragazzina che si prepara a compiere – seppur con le dovute (e più che comprensibili) reticenze – il passo forse più difficile nella vita di ognuno di noi: lasciarsi alle spalle l’infanzia e provare con coraggio a diventare adulti.
Il regista statunitense – che per la Disney aveva già realizzato l’emozionante live action de Il drago invisibile nel 2016 – cerca nella maniera più onesta e raffinata possibile di modificare e arricchire quello che della storia immortale di Barrie si conosce già, servendosi della classica struttura del coming-of-age per raccontare non solo di bambini che si rifiutano di crescere, ma anche di adulti che sono incapaci di ascoltare il fanciullino che è dentro di loro. Una premura che dal piano narrativo si estende anche – e soprattutto – a quello tecnico, con l’obiettivo sempre nobile di restituire allo spettatore quel senso della meraviglia che dovrebbe essere alla base di qualsiasi racconto fantasy e che nei remake in live action dei classici Disney puntualmente sembra mancare.
Lowery si diverte a sperimentare con la macchina da presa, non rinunciando mai al proprio stile e lasciando che anche nella ricostruzione dell’immagine o della sequenza più iconica sia possibile riconoscere e apprezzare quel guizzo registico in grado di trasformarsi in catalizzatore di un rinnovato coinvolgimento, forse inaspettato per lo spettatore adulto che – a ragione – potrebbe non riporre in questa ennesima trasposizione alcuna speranza né interesse.

Crescere: la più grande avventura di tutte
Al di là della messa in scena impeccabile e a suo modo singolare – resa ancora più accattivante dalla fotografia di Bojan Bazelli che conferisce all’intero quadro un’atmosfera onirica eppure assai concreta, reale -, dove Lowery dimostra di sentirsi maggiormente a suo agio è sicuramente nella gestione degli elementi malinconici e cupi della narrazione.
Dallo spauracchio della crescita e del cambiamento (ancora più centrale in questa versione), c’è sufficiente spazio per affrontare non solo il tema dell’incomunicabilità (vedi il personaggio di Trilli, interpretato da Yara Shahidi) ma anche quello spesso insidioso dell’amicizia, attraverso cui la sceneggiatura collega in modo avvincente il passato di Peter con quello di Uncino, che questa volta ha il carisma e il talento di un eccellente Jude Law, lontano dall’antagonista vanitoso, compiaciuto e manipolatore del classico d’animazione del 1953, neanche lontanamente paragonabile all’iconica versione di Dustin Hoffman nell’adattamento di Spielberg del 1991, sicuramente più vicino al personaggio del cattivo gentiluomo raffigurato nelle pagine di Barrie.
E se l’esordiente Alexander Molony non risulta particolarmente incisivo quando indossa cappello, calzamaglia e stivali a punta per dare vita al suo Peter Pan, mancando di quell’energia effervescente, di quello spirito spericolato e di quella vivacità disinvolta tipiche del personaggio, Ever Anderson nei panni di Wendy (la figlia di Milla Jovovich e del regista Paul W. S. Anderson è al suo primo ruolo da protagonista assoluta) convince non solo quando deve servire – attraverso la sua fragilità – da cuore pulsante del racconto, ma anche quando – tramite il suo coraggio – le spetta di vestire i panni dell’eroina pronta ad entrare in azione.
Un compito sicuramente non facile, soprattutto se pensiamo – come dicevamo poc’anzi – al ruolo centrale che Wendy ricopre all’interno della storia originale: è con lei che il pubblico si identifica maggiormente, perché è lei ad intraprendere questo viaggio straordinario verso l’Isola non c’è. La prospettiva, quindi, è la sua e la Anderson – nonostante la giovane età – è perfettamente capace di restituire attraverso lo schermo quella sensazione ineffabile di percepirsi a metà strada tra l’infanzia e l’età adulta, nel pieno dell’adolescenza, quando abbiamo paura di lasciarci il passato alle spalle (consapevoli che la spensieratezza lascerà il posto alla responsabilità), ma al tempo stesso iniziamo a sentire la voglia di compiere un primo importante passo verso il futuro e scoprire cosa si nasconde dietro tutte quelle porte che aspettano solo di essere aperte.
Peter Pan & Wendy è un’operazione pensata a tavolino ma costruita – questa volta – in maniera più che dignitosa, ricca di tanto cuore e di momenti felici, ma anche di idee intriganti e di profonde suggestioni, pronta ad appassionare una nuova generazione di bambini e, al tempo stesso, tenere incollati al divano gli adulti che ormai conoscono a memoria la storia originale.
Un live action che, a modo suo, recupera quella scintilla necessaria a permetterci di sospendere l’incredulità e abbandonarci ad un viaggio entusiasmante, dandoci ancora una volta la possibilità di riflettere su una verità che troppo spesso tendiamo a dimenticare: il tempo non si può fermare, ma crescere – che ci piaccia o no – resterà sempre la più grande avventura di tutte.
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