A certi film occorre poco per farsi film gentili. Prendete Perfect Days, l’ultima opera diretta da Wim Wenders e presentata in Concorso al Festival di Cannes 2023. Qui aveva vinto il premio al miglior attore il protagonista Kōji Yakusho. Il suo personaggio, Hirayama, è inserviente in alcuni bagni pubblici nella città di Tokyo. Il suo personaggio è soprattutto il veicolo di questa contagiosa gentilezza. Apre bocca solo in tre o quattro occasioni, ma gli occhi parlano per lui.
Quanta bellezza che c’è nello sguardo di quest’uomo. Quanta pienezza c’è nelle iridi che ci guidano lungo le giornate di Hirayama, scandite tutte da una rigorosa routine. La mattina il lavoro di pulizia meticoloso e puntuale, il pranzo a sacco in un piccolo parco, il ritorno a casa e la doccia in un bagno pubblico, la cena in un ristorante all’interno di una galleria commerciale dove si reca sempre in bicicletta. Poi di nuovo a casa, la lettura di qualche libro comprato a 100 yen, infine il riposo notturno. Una vita modesta, all’apparenza sempre uguale e che Hirayama desidera che rimanga sempre tale. Perché per lui questi sono perfect days, giorni perfetti.
Probabilmente lo sono ad un costo alto ma ammortizzato nel corso del lungo tempo già trascorso nella condizione in cui Hirayama è ora, cioè quella della solitudine. Lo farà intuire lo struggente primo piano finale del film, con una smorfia di malinconia che sul volto lotta a lungo con un sorriso. Ma quello di Wenders, che scrive la sceneggiatura del film assieme a Takuma Takasaki, è lode alla dignità dell’umile che ha imparato a bastarsi nel suo quotidiano.
Un equilibrio con cui riappropriarsi della vita
A ben guardare, dal Festival di Cannes a cui il film ha partecipato forma un trittico ideale con altre due opere straordinarie come The Old Oak di Ken Loach e Foglie al vento di Aki Kaurismäki. Entrambe commentavano le condizioni dell’ultimo gradino della piramide sociale: Loach con la rabbiosa riscoperta della solidarietà, Kaurismäki con un tragicomico amore proletario. Di fondo, in entrambi casi, stava la semplicità dell’esistere.
In Perfect Days c’è l’equilibrio. Che è collaudato a fondo, come denotano i rituali e i metodi con cui Hirayama tiene assieme i confini del proprio stare sulla Terra. Equilibrio da giocolieri tra un sempre più inscindibile spazio privato e spazio lavorativo. Due dimensioni che nell’epoca del capitalismo pervasivo, fatta di salari irrisori e orari di lavoro continuativi, si fondono e si confondono in una chimera-aguzzino.
Allora il gesto di Hirayama di lasciare a casa l’orologio da polso e quindi lo scandire dell’ora – sin dalla sua invenzione strumento di controllo sulla giornata dei lavoratori – è un gesto rivelatorio con cui quest’uomo si riappropria del suo tempo e della sua vita. Si calibra da sé su di una sorta di orario biologico e naturale: mai del tutto svincolato dalle briglie di una struttura economico-sociale che impera – la torre altissima al centro della città che Wenders inquadra più e più volte –, ma perlomeno con un cuore dal battito rallentato ed estraneo alla frenesia schizofrenica di una società scagliata verso il collasso.

Il delicato prezzo della libertà
L’abbiamo detto, questa scelta comporta rinunce a un vivere comunitario che Hirayama osserva comunque con estrema curiosità. Ogni giorno si porta dietro, tra l’altro, una macchina fotografica con cui inquadra affascinato le fronde degli alberi. Un dispositivo per di più analogico, il cui risultato dello scatto richiede quindi un tempo di sviluppo e di attesa.
La bontà di Perfect Days sta tutta nel rispettare e nell’adeguarsi ai ritmi del suo protagonista, la cui cortesia è un palliativo anche per chi incrocia la sua strada. Ci sono infatti quattro piccole storielle con altrettanti personaggi che si intersecano e formano una sorta di fluido film a episodi. Ci raccontano, con grande delicatezza, qualcosa del presente e del passato di quest’uomo che ha assunto le sembianze di un asceta e che ha rinunciato a molto – anche in maniera un po’ egoistica, suggerisce un determinato momento – per potersi garantire il vissuto di cui è partecipe adesso.
Perfect Days è costantemente un passo dietro al protagonista, lo segue ma non lo tallona, lo esalta ma non lo rende modello. Descrive le geometrie della sua libertà e il prezzo del suo sacrificio, dal quale Hirayama si ritrova declassato a paria alla stregua dell’unico altro personaggio che come lui ha lo sguardo alto verso gli alberi ed è davvero libero, cioè un senzatetto stralunato e un po’ spiritello che ricorre in un paio di momenti. Wenders, classe 1945, torna dunque all’attenzione del mondo con un’opera magistrale, dall’anima limpida e dagli occhi spalancati e desiderosi di accogliere la bontà stipata tra le pieghe del quotidiano.


