Peaky Blinders: The Immortal Man è un oggetto cinematografico strano, quantomeno da contestualizzare. È la tanto agognata conclusione di una serie tv cominciata in sordina, nel 2013 (sembra una vita fa), e poi esplosa all’arrivo su Netflix, guadagnandosi istantaneamente il grado di cult televisivo? O è invece l’inizio di qualcosa di nuovo? La risposta, in breve, è: più o meno entrambe le cose, e le fa piuttosto bene.
Tommy Shelby è tornato
Steven Knight, mastermind dietro a tutte e sei le stagioni dello show e sceneggiatore anche di questo sequel, ha infatti dichiarato più volte che il film avrebbe segnato la fine della storia di Tommy Shelby, e così è. Allo stesso tempo, lui e l’indiscusso protagonista Cillian Murphy (in veste di produttore esecutivo) sono al lavoro su un nuovo progetto televisivo, che proseguirà le avventure della gang di Birmingham nel 1953, e dopo la visione di The Immortal Man è facile intuire quale direzione prenderà la storia. Ciò che importa, comunque, è che Tommy Shelby è di nuovo sui nostri schermi. Ed è, come al solito, una goduria.
Nell’operazione di riscrittura della Storia (con la S maiuscola) di Knight, i Peaky Blinders hanno attraversato, come un filo invisibile, tutta la prima metà del Novecento: gli incubi post Grande Guerra, l’affermazione delle rivendicazioni operaie e femministe degli anni ‘20, il pericoloso emergere del partito fascista, nell’unico Paese che, come si legge anche all’inizio di The Immortal Man, era l’ultimo baluardo europeo a ergersi contro i totalitarismi. Di conseguenza la serie, pur mantenendo uno stile unico, scandito dal ritmo dei brani blues rock e di improvvisi colpi di pistola, ha dovuto cambiare più volte pelle, passando dalle strade nebbiose, dalle fabbriche e dai pub affolati di Birmingham a sontuose ville, ad aule parlamentari, a comizi politici.

Tra fantasmi del passato e questioni in sospeso
Peaky Blinders: The Immortal Man non fa eccezione, e quindi ecco che, dal 1934, veniamo catapultati nel 1940, nel pieno della seconda guerra mondiale. La scena iniziale, dove una fabbrica di armi viene rasa al suolo dalle bombe tedesche, non lascia dubbi: la minaccia nazista non è più un’ombra, ma una presenza concreta, tangibile. E rischia di infettare anche gli stessi Peaky Blinders, ora guidati dal figlio di Tommy, Duke Shelby, personaggio introdotto in modo rocambolesco durante la sesta stagione, che però qui assume fin da subito un ruolo fondamentale, come denota il cambio di interprete: da Conrad Khan a Barry Keoghan, uno degli volti emergenti più riconoscibili del cinema internazionale contemporaneo.
Nel suo delirio di onnipotenza, Duke accetta di collaborare con la dittatura hitleriana per mettere in atto un piano volto a danneggiare l’economia britannica. Il tormentato Tommy di Cillian Murphy, nel frattempo, è in esilio volontario, sempre più perseguitato dai fantasmi della sua vita: l’amata Grace (Annabelle Wallis), i fratelli Polly (la compianta Helen McCrory) e John (Joe Cole), la figlia Ruby. Nel grigiore che accompagna le sue giornate solitarie passate a scrivere un libro di memorie, solo una sciarpa rossa sembra tenerlo ancorato a questo mondo, simbolo di tutto ciò che ha perso, ma soprattutto simbolo dei suoi peccati.

L’uomo immortale
“Non sono mai stato un padre. Sono stato una forma di governo. E ora non credo più in governi di alcun tipo”, risponde alla sorella Ada (Sophie Rundle) che lo implora di tornare per aiutare il figlio. In effetti Tommy Shelby è sempre stato un uomo di potere, ma è stato anche un archetipo, i cui desideri, impulsi d’ira, l’infallibile fiuto per gli affari e la mente analitica e strategica non erano altro che il prodotto di una società che aveva deluso e fallito sé stessa. E mentre il mondo andava avanti, lui rimaneva ancorato al 1914, a quei tunnel che aveva scavato insieme ad Arthur (Paul Anderson) nelle trincee.
Peaky Blinders: The Immortal Man è dunque l’ultimo atto di un uomo che per tutta la vita ha ingannato la morte, un uomo che niente sembra poter abbattere definitivamente: né la disperazione, né un proiettile allo stomaco, né la malattia, come avevamo scoperto nell’ultimo episodio della serie, quattro anni fa. Perché Tommy Shelby altro non è che esso stesso un fantasma, o meglio un involucro vuoto, privato dell’anima e riempito solo dall’amore e dall’affetto (ricambiato) nei confronti della sua famiglia, che adesso non c’è più. O quasi.
Come un supereroe in pensione…
Non bisogna quindi lasciarsi ingannare dal momento in cui – come un supereroe in pensione – Tommy torna a indossare il completo in tweed, il lungo cappotto di lana e l’iconica coppola che ne nasconde lo sguardo freddo e glaciale. È una scena che non ci stancheremo mai di guardare, e Knight lo sa bene: dopo una prima parte più intimista e introspettiva (ma necessaria), lo sceneggiatore non perde tempo e in un batter d’occhio sembra di essere tornati alla prima stagione. Il look, la camminata, e perfino la scena a cavallo sulle note di Red Right Hand di Nick Cave and the Bad Seeds, che riprende direttamente i primi minuti del pilot: è come se Thomas Shelby non se ne fosse mai andato.

Un grande spettacolo per una degna conclusione
Ma l’illusione dura poco. Non perché il film deluda le aspettative, anzi, ma perché si tratta di una performance, di uno show messo in piedi con la solita arguzia dal protagonista (Cillian Murphy magistrale, ancora una volta), che non prende mai una decisione senza aver calcolato le successive cinque. Uno spettacolo a cui, per quanto forse troppo breve, è un piacere assistere e al quale non manca davvero nulla: azione, dramma, colpi di scena. Knight confeziona un’altra sceneggiatura di ferro e ibrida la struttura classica del lungometraggio con quella televisiva, inserendo a metà quello che sarebbe potuto essere facilmente un cliffhanger, che cambia radicalmente il film.
Un finale rischioso ma inevitabile
Ma Peaky Blinders non sarebbe lo stesso senza il suo solidissimo cast, ormai privo di moltissimi volti storici della serie madre – chi si ricorda Sam Neill, Adrien Brody e Anya Taylor-Joy? – e che qui è popolato di nomi freschi, nuovi: il già citato Keoghan – pronto a raccogliere l’eredità di Murphy? -, Rebecca Ferguson (magnetica), Stephen Graham (forse un po’ sacrificato) e un Tim Roth in grande spolvero, nei panni del realmente esistito John Beckett.
Il finale, poi, si prende un grande rischio, che però a ben guardare era inevitabile. Una conclusione che mette un punto definitivo a una serie che ha fatto la storia recente del piccolo schermo, e che contemporaneamente guarda al futuro del franchise, restando coerente con la strada percorsa fino a questo momento. “Da tutto questo male, nascerà qualcosa di buono”, dirà Tommy ad un certo punto. Noi riformuliamo queste parole, con un’ottica cinematografica: da questo ottimo film, e dalla penna ormai rodata di Steven Knight, nascerà sicuramente qualcosa di buono.


