Presentato alla 75ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, nella sezione “Generation 14plus”, e portato in Concorso nella sezione “Casa Rossa Internazionale” del Bellaria Film Festival, Paternal Leave è il primo film da regista di Alissa Jung, l’attrice tedesca sposatasi con Luca Marinelli nel 2018, oggi al suo fianco in una veste del tutto nuova. È infatti lo stesso Marinelli ad indossare i panni del protagonista del film, al fianco della giovanissima Juli Grabenhenrich, anche lei al suo esordio assoluto sul grande schermo.
Girato tra Germania e Italia, in particolare nella Riviera romagnola durante la stagione invernale, il film si avvale della fotografia di Carolina Steinbrecher e di una colonna sonora essenziale ma calibrata, con brani selezionati dalla stessa Jung. La produzione è firmata da The Match Factory GmbH e Wildside S.r.l., in collaborazione con Rai Cinema, Sky e Vision Distribution. A completare il cast, Joy Falletti Cardillo, Gaia Rinaldi e Arturo Gabbriellini, mentre le riprese si sono svolte tra Cesena, Marina Romea, Comacchio e Argenta, con il supporto della Emilia-Romagna Film Commission.
Accolto positivamente alla Berlinale (dove ha vinto il premio AG Kino – Gilde Cinema Vision 14plus), il film si segnala anche per l’attenzione della critica europea, che ha evidenziato la maturità sorprendente di Jung dietro la macchina da presa, al suo primo lungometraggio narrativo.

Famiglia – Non famiglia
Leo (Juli Grabenhenrich) ha 15 anni, vive in Germania e ha sempre vissuto senza conoscere il padre. Dopo un litigio con la madre, decide di partire da sola per l’Italia, alla ricerca dell’uomo che le ha dato la vita. Lo trova sulla costa adriatica, in un chiosco di surf chiuso per la stagione, un luogo che sembra riflettere il suo stato d’animo e il senso di fallimento che lo accompagna. Paolo (Luca Marinelli), il padre, non è esattamente entusiasta di vederla comparire all’improvviso: è un uomo disilluso, abituato a fuggire dalle responsabilità, e del tutto impreparato ad affrontare la verità che bussa alla sua porta con lo zaino in spalla. Ma Leo non è lì per sceneggiare una riconciliazione, e nemmeno per ottenere risposte rassicuranti: vuole solo sapere chi è davvero l’uomo che ha scelto di non esserci.
Quel che segue è un lento e a tratti doloroso avvicinamento tra due sconosciuti uniti da un legame biologico che non basta a definirli famiglia. Il film non rincorre il colpo di scena, né la lacrima facile: procede per accenni, confronti silenziosi, piccoli gesti e sguardi che colmano più di mille parole. La presenza di una seconda figlia, Emilia, e l’interferenza di un mondo esterno che non resta mai del tutto fuori campo, rendono ancora più sfaccettata questa relazione fragile, costruita sull’assenza e sulla possibilità di un futuro incerto.

Prospettiva generazionali a confronto
Ma è proprio nell’esplorazione delle dinamiche intergenerazionali che Paternal Leave trova il suo cuore pulsante. Il film mette in scena uno scontro tra mondi diversi, non tanto per l’età quanto per la prospettiva: quella di una ragazza cresciuta senza risposte, e quella di un uomo che ha scelto di non darle. Paolo non è un padre assente per caso: ha scelto di scappare quando era troppo giovane per affrontare la responsabilità di una figlia, e non è mai tornato indietro.
Il film parla anche di questo: di gioventù mancata e di gioventù che pretende, di chi rinuncia e di chi invece decide di affrontare una strada dissestata, piena di buche e silenzi, pur di ottenere una verità che possa darle pace. Leo è coraggiosa non perché non ha paura, ma perché decide di andare incontro a ciò che la spaventa. È una figura che si impone senza mai gridare, che spinge lo spettatore a guardare le cose dal suo punto di vista senza forzature.
Un film che parla piano, ma arriva forte
Alissa Jung lavora di sottrazione, lascia che siano i silenzi a parlare e costruisce un’atmosfera sospesa, invernale, perfettamente in linea con lo stato emotivo dei protagonisti. La riconciliazione, se arriva, è fatta di piccoli cedimenti, di domande che non pretendono risposte definitive, ma la volontà di affrontarle insieme. Il film racconta l’importanza del confronto come strumento per uscire dall’isolamento, per rompere le routine dell’egoismo, e soprattutto per riconoscere i propri errori senza farsene travolgere.
Sorprende che si tratti di un’opera prima: la regia è matura, attenta, intima ma mai indulgente. La fotografia di Carolina Steinbrecher gioca con luci lattiginose, cieli bassi e ambienti svuotati dalla stagione turistica, ricordando certi silenzi sospesi del cinema di Vinterberg (Submarino) o la malinconia fuori stagione di Manchester by the Sea di Lonergan. Luca Marinelli porta sullo schermo un uomo stanco e opaco, ma capace di riscatto, mentre Juli Grabenhenrich, alla sua prima prova, regge la scena con grinta e sensibilità.
Certo, Paternal Leave non brilla per originalità, né intende rivoluzionare il genere del dramma familiare, ma ha il pregio raro di affrontarlo con serietà e consapevolezza, evitando il melodramma e scegliendo invece il realismo affettivo. Un film che parla piano, ma arriva forte. E che sa che, a volte, chiedere scusa non basta. Ma è comunque un inizio.


