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Parthenope, recensione del film di Paolo Sorrentino

Presentato in Concorso al Festival di Cannes, Parthenope, il nuovo film scritto e diretto da Paolo Sorrentino, arriva al cinema dal 24 ottobre distribuito da PiperFilm.

Paolo Sorrentino è senza ombra di dubbio uno dei registi più affermati del panorama internazionale. I suoi film sono eventi. Reali momenti di raccolta e discussione. Grande attesa circonda difatti il suo ritorno in sala a pochi anni da È stata la mano di Dio, racconto autobiografico uscito nel 2021 in sala e poi su Netflix. Il nuovo titolo, accolto da recensioni miste, sperticate fino all’elogio, ma anche fortemente critiche, si intitola Parthenope ed è tutto ciò che ci si potrebbe aspettare dal più recente Sorrentino.

Torniamo infatti nella Napoli cara al regista per una nuova riflessione sulla bellezza e la gioventù. Ogni pezzo di questo splendido compendio di maestria registica è un rinforzo della poetica sorrentiniana più nota, ma non per questo risulta meno affascinante. Anzi. Sorrentino dimostra di non aver perso le parole sul tema e in ogni paesaggio sconfinato, in ogni personaggio all’eccesso, nasconde conflitti e cortocircuiti, estremi opposti tanto importanti e solenni, quanto comuni, come la vita e la morte stessa. Come già avvenuto con È stata la mano di Dio, Sorrentino torna a chiedere a un giovane – questa volta a una lei – di aiutarlo a comporre un’elegia del tempo che scorre.

Dopo Filippo Scotti, Sorrentino lancia Celeste Dalla Porta, che si rivela perfetta alleata del regista, che le cuce il film addosso senza lasciarla quasi mai fuori dall’inquadratura. Solo Napoli la sposta, rubando sempre il nostro sguardo. Dalla Porta è Parthenope, vero incontro tra mito e realtà. Una giovane donna, segnata da un tragico evento familiare, che solca libera il mondo mentre tutti, affascinati dalla sua bellezza, la vorrebbero solo per sé. La seguiamo all’università, dove si distingue per il suo brillante intelletto in antropologia, fino a una breve parentesi nel mondo dello spettacolo.

Nel percorso, i tanti personaggi di cui Sorrentino sovente ci delizia, tra il grottesco e l’impossibile. Incredibile è in questa galleria umana il personaggio di Silvio Orlando – qui portatore dell’ennesima incredibile interpretazione -, insegnante della ragazza, ma anche la diva disillusa Greta Cool, portata sullo schermo da Luisa Ranieri. Come se non bastasse, Sorrentino fa sfoggio di uno splendido Gary Oldman nel ruolo dello scrittore disilluso John Cheever.

Il mito di Parthenope e l’incanto di Napoli

Parthenope non è solo un personaggio, è l’incarnazione stessa della città, a sua volta contraltare dell’idea di bellezza, con tutte le sue contraddizioni, la sua vitalità e il suo mistero. La fotografia di Daria D’Antonio cattura Napoli in un gioco di chiaroscuri che accerchiano la ragazza, che esce dall’acqua come una Venere eterea, nata dalle onde. Sorrentino arricchisce la trama con una serie di personaggi secondari che, sebbene soffrano spesso di una rigidità ormai nota agli spettatori del regista – molti dialoghi risuonano di echi teatrali, quasi si volesse congelare nel tempo ogni interazione umana così da non farla sgualcire -, si inanellano con armonia nel mosaico che Parthenope calpesta con sempre maggior convinzione.

Il fratello Raimondo, interpretato con sensibilità da Daniele Rienzo, è un altro sguardo sull’innocenza e la vulnerabilità, e completa il ritratto di Parthenope. L’incontro con Flora Malva, una stella del cinema in declino interpretata da Isabella Ferrari, offre uno sguardo sul mondo effimero dello spettacolo e sulle illusioni che lo accompagnano. Anche il personaggio del cardinale Tesorone, portato in scena da Peppe Lanzetta, regala uno dei momenti di maggior tensione del film, creando una vera e propria spaccatura nel racconto. Sorrentino non prende le distanze dal proprio stile e anzi ne estrae un nuovo prototipo, in cui la rappresentazione del tempo che scorre assume tutta una nuova rilevanza. Se da un lato osserviamo una bellezza statuaria, capace di illudere e celare la propria caducità, dall’altra Sorrentino fa di tutto per raccontare il tempo che cambia e modifica ogni cosa.

Lo vediamo nelle acconciature, nei costumi, lo vediamo nelle parole e negli spazi che Dalla Porta costruisce man mano nella propria interpretazione. L’ellissi con cui Sorrentino tronca la narrazione e mostra Parthenope molti anni dopo, rinata nell’interpretazione che ne rimescola le carte grazie alla breve performance di Stefania Sandrelli, coglie impreparati. Attraverso Parthenope osserviamo una vita di tragedie, ferite ricucite male, dubbi atavici e conferme inutili: la bellezza è la costante di questa donna, eppure resta sempre un mistero inesprimibile, di cui ognuno, lungo il percorso, rivela un volto.

Il gioco di Sorrentino è di per sé totalmente cinematografico, indagine sul potere dell’immagine di restituire quel senso di eternità che la bellezza porta con sé, e che il grande schermo sa sempre ricomporre davanti ai nostri occhi. E così ci innamoriamo, di Napoli e della sua Sirena, sentendoci parte di quel mondo impossibile – ma poeticamente vero – costruito da Sorrentino per noi. Spettacolare in tal senso anche l’incontro con il John Cheever di Oldman che rappresenta un punto di svolta per la protagonista, offrendo una riflessione sulla bellezza e sul suo potere di influenzare la vita delle persone.

Celeste Dalla Porta in Parthenope. Foto di Gianni Fiorito

Sguardi e desiderio

Parthenope attraversa un percorso di auto-scoperta che la porta a confrontarsi con le proprie aspirazioni più intime. Sorrentino esplora questo tema con una sensibilità rara, evitando stereotipi e cliché. Il regista esprime ormai una creatività quasi scevra di riferimenti e disinteressata alle citazioni; ancora una volta, questo è il mondo di Sorrentino, una tavola stracolma di colori su cui rotolano maschere e concentrati d’umanità. Parthenope è l’emblema della musa, e drammaturgicamente parlando dell’oggetto del desiderio, ma è allo stesso tempo la negazione di tutto ciò; groviglio di paure, ambizioni e sogni. La ragazza ha la risposta sempre pronta, capace di ammutolire chiunque.

Acuta e brillante, Parthenope sovrasta ogni interlocutore, rivelando nelle pieghe del racconto una fragilità a tratti sacra. “Antropologia è vedere”, dice a un tratto, “ma è difficilissimo vedere perché è l’ultima cosa che si impara quando inizia a mancare tutto il resto”. E lo sguardo su Napoli, e sulla ragazza, è centrale nell’opera di Sorrentino, che continua a rilanciarci verso l’orizzonte, stringendosi alla gioventù della protagonista come emblema della vita, mistero sempre vivo. La nostalgia delle immagini non cala giudizi nei confronti del tempo che scorre, lasciandoci indietro come accade nell’ellissi che chiude il film. L’estetica di Sorrentino invece, così cangiante e personale, tiene fuori ogni reflusso etico e si sofferma, appunto, sullo sguardo, liberando gli occhi dello spettatore, libero di farsi guidare come in un museo.

Parthenope si inserisce armoniosamente nella filmografia di Sorrentino, riprendendo temi e atmosfere. Tuttavia, il film rappresenta anche un’evoluzione nel percorso artistico del regista, confermando la nuova fase apertasi con È stata la mano di Dio. Nonostante alcuni passaggi che esasperano un certo eccesso estetico o una distanza emotiva, la regia di Sorrentino è un collante che abbraccia l’opera sopperendo alla difficile connessione che si può riscontrare con alcuni personaggi. Il mondo del regista è sempre avvincente, punto d’incontro di tante forme espressive. Anche per questo l’opera di Sorrentino appare così universale, capace di comunicare con ogni oggetto, scelta di colore o musica.

Per quanto affascinanti in sé e per sé, le immagini di Parthenope non sono mondi isolati e anche i minimi dettagli sono parte di un racconto esteso lungo tutto il perimetro dell’inquadratura. Bellissime e inafferrabili, Parthenope e Napoli si somigliano, ma il loro rapporto è un atto di scoperta che non lesina gli scontri e ci guida in un viaggio senza tappe, come la vita. Molti eventi accadono da sé, quasi privi dell’elemento causale. Per Sorrentino sono scuse per mostrare personaggi, mettere in scena spettacoli, rivelare visioni. Non è certo il film per i più classici detrattori di Sorrentino, che troveranno ancora una volta eccessiva l’attenzione estetica del regista; Parthenope è un viaggio malinconico e vitale che parla di paure, sogni e meschinità vissute in qualsiasi vita.

Guarda il trailer ufficiale di Parthenope

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con Parthenope Paolo Sorrentino torna a riflettere sulla gioventù e la bellezza, usando la sua cara Napoli come contraltare di un’indimenticabile Celeste Dalla Porta. Il mondo estetico del regista si conferma unico nel panorama internazionale e colpisce lo spettatore anche quando la trama sembra scomparire. Parthenope è un’avventura umana - anche nei momenti più estemporanei - che parla di vita e di morte unendo teatro, pittura e, ovviamente, cinema. Al centro un’imperdibile riflessione sullo sguardo, sul senso di vedere e sull’essere osservati.

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Con Parthenope Paolo Sorrentino torna a riflettere sulla gioventù e la bellezza, usando la sua cara Napoli come contraltare di un’indimenticabile Celeste Dalla Porta. Il mondo estetico del regista si conferma unico nel panorama internazionale e colpisce lo spettatore anche quando la trama sembra scomparire. Parthenope è un’avventura umana - anche nei momenti più estemporanei - che parla di vita e di morte unendo teatro, pittura e, ovviamente, cinema. Al centro un’imperdibile riflessione sullo sguardo, sul senso di vedere e sull’essere osservati. Parthenope, recensione del film di Paolo Sorrentino